Confagricoltura Donna, dieci anni di innovazione e sostenibilità

Crescita costante e bilancio positivo per Confagricoltura Donna, che compie dieci anni. Il valore della componente femminile di Confagricoltura è sempre più riconoscibile per la propensione all’innovazione e per la gestione sostenibile delle aziende agricole: è evidente che l’approccio di genere arricchisce l’associazione nel suo insieme. Ne parliamo in questa conversazione con la presidente, Alessandra Oddi Baglioni

La presidente di Confagricoltura Donna, Alessandra Oddi Baglioni, tra le vicepresidenti Cinzia Ceci Giovinazzi (a sinistra) e Paola Sacco (a destra)

di Isabella Ceccarini

Confagricoltura Donna riunisce le imprenditrici agricole che fanno parte del sistema confederale di Confagricoltura.

Da quando è nata dieci anni fa per volontà di cinque rappresentanti regionali, Confagricoltura Donna ha l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’imprenditoria agricola femminile e le pari opportunità nel settore agricolo, che ancora fatica a riconoscerne il valore e a promuovere la cultura d’impresa in chiave femminile.

I pregiudizi sono smentiti dai fatti, dato che le aziende agricole guidate da donne si distinguono per la propensione all’innovazione e per la realizzazione dei tre pilastri della sostenibilità: economica, sociale e ambientale.

In occasione del decimo compleanno di Confagricoltura Donna, la presidente Alessandra Oddi Baglioni ci racconta come le imprenditrici danno slancio all’agricoltura.

Quante sono le imprenditrici agricole in Italia oggi?

Secondo un’analisi del Centro Studi di Confagricoltura su dati delle Camere di Commercio, le imprese agricole attive iscritte nel registro delle imprese condotte da donne sono 203.503 pari al 28,3% del totale.

Le donne attive nelle gestioni societarie rappresentano il 30,7 %; scende tuttavia al 23% la quota femminile degli amministratori, e al 18% la copertura di altre cariche dirigenziali.

Sempre da un’analisi del Centro Studi di Confagricoltura rileviamo che le donne attive complessivamente nel mondo agricolo sono 256.815.

Di queste, le più attive nel mondo societario (società di capitali e società di persone) sono la fascia di età che va da 18 a 29 anni e rappresentano il 33,76% rispetto al totale (maschili e femminili) della stessa fascia di età.

Questo significa che le donne giovani (18-29 anni) hanno maggior consapevolezza che l’unione fa la forza.

Giovani, laureate, motivate e innovative. Sono imprenditrici che prendono le redini delle aziende di famiglia oppure fanno una scelta autonoma di cambiamento?

L’uno e l’altro. Il 31% dei titolari delle imprese agricole individuali sono donne, nelle gestioni societarie le donne sono circa un terzo e anche tra gli amministratori. Purtroppo negli organi dirigenziali ancora non ce ne sono così tante.

Però le donne rappresentano la parte di imprenditoria più acculturata e giovane, ecco perché sono anche molto innovative. Si sono lanciate nell’agricoltura 4.0 e in tutto quello che riguarda la modernizzazione del sistema produttivo italiano.

Quindi l’innovazione ha cambiato il panorama di un settore produttivo che tradizionalmente era gestito da uomini.

Se vogliamo essere spiritosi e anche un po’ cattivelli possiamo dire che da quando non serve più solo la forza bruta ma l’intelligenza per dirigere le macchine abbiamo la risposta…

A parte la componente di genere, facendo un discorso più ampio possiamo dire che l’innovazione è un presupposto della sostenibilità?

Possiamo tranquillamente coniugare l’una con l’altra.

Oggi abbiamo voluto lanciare un messaggio simbolico di creatività femminile: abbiamo messo dei semini all’interno del badge che i nostri ospiti hanno portato al collo. Se tornando a casa lo metteranno in un vaso, dopo un po’ fiorirà.

Una parte della giornata è stata dedicata discussione sulle aree svantaggiate. Perché qui il Covid ha avuto un peso maggiore?

Ne abbiamo discusso perché proprio le donne si sono rese conto che l’area svantaggiata nel momento del Covid era diventata una cosa diversa.

Qual è l’approccio di genere nelle aree svantaggiate? Il tema è oggettivamente senza genere, come nel caso del cambiamento climatico, ma il tipo di soluzione da dare coinvolge strettamente il genere femminile.

Tanto per fare un esempio, durante il Covid abbiamo nella Pianura Padana non ci si riusciva a collegare. Questo naturalmente ha danneggiato le imprese che non hanno potuto utilizzare la banda larga, ma immaginate quanto ha danneggiato anche le madri i cui figli non hanno potuto fare le lezioni a distanza come tutti.

Il danno collaterale ricaduto sulle spalle femminili è stato che durante il giorno la madre doveva fare l’imprenditrice e la sera doveva fare la maestra.

Abbiamo voluto parlare di aree svantaggiate e del modo di affrontare tutta una serie di problemi, come pure quello dei satelliti.

Il Fondo Impresa Donna erogato dal Ministero dello Sviluppo Economico incredibilmente non prevede sostegni per il settore primario: per l’agricoltura è menzionata la trasformazione dei prodotti agricoli, ma non la loro produzione. Quali ricadute avrà questa esclusione?

La prima obiezione è stata che per la parte agricola c’erano i fondi ISMEA.

Il Fondo ISMEA Più Impresa effettivamente esiste, ma intanto arriva solo a un 30% di finanziamento in conto capitale mentre il Fondo per l’Imprenditoria arriva fino al 50%, poi il primo deve essere rifinanziato mentre il secondo è immediatamente spendibile come tutto il PNRR.

Siamo riuscite a vincere mezza battaglia: siamo a riuscite a far sì che vengano considerate nella trasformazione insacchettamento, imbottigliamento e inscatolamento e la parte agriturismo sotto la denominazione del turismo. Quindi in parte rientra.

Però se parliamo di aziende innovative – come quelle che usano il GPS sul terreno o il drone per monitorare gli interventi, tanto per fare due esempi – sono totalmente escluse da questo settore.

Ci sembra una scelta miope, proprio quando si parla di innovazione come chiave della sostenibilità.

Proprio per questo stiamo portando avanti una battaglia non solo come Confagricoltura, ma anche come Agrinsieme, il che vuol dire CIA-Agricoltori Italiani e Lega delle Cooperative. Il problema, infatti, riguarda tutte le donne che a vario titolo sono nel mondo agricolo.

L’agricoltura sta vivendo una fase di grandi trasformazioni. Le imprenditrici agricole come hanno accolto la svolta green impressa dall’Europa con strategie come Farm to Fork o Biodiversity? L’hanno recepita meglio di altri?

Le donne già da tempo parlavano di ecologia nel loro approccio al mondo agricolo, quindi dal loro punto di vista non è arrivato nulla di nuovo.

Adesso, però, bisogna monitorare che non diventi solo una bandiera ma che sia insito nel ragionamento che ogni imprenditore deve fare.

Qual è il bilancio dei primi dieci anni di Confagricoltura Donna? E quali sono gli obiettivi futuri?

Dieci anni fa esisteva solo un comitato per l’imprenditoria che funzionava sporadicamente. Poi piano piano è cresciuto. Anche un’associazione maschilista come la nostra ha cominciato a capire quanto fosse importante la sua componente femminile.

In dieci anni siamo cresciute moltissimo, anche durante il Covid.

Ci hanno scoperto anche altre parti della grande famiglia di Confagricoltura. Ad esempio, lavoriamo moltissimo di concerto con Agriturist, perché le donne nel campo dell’agriturismo sono tantissime.

In questo periodo ci siamo rese conto sempre di più che la componente femminile era importante, era parte di un’associazione più grande. La forza dello stare insieme è essere tanti che vogliamo le stesse cose. Quindi anche l’approccio di genere può essere utile all’associazione nel suo insieme.

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