Le multinazionali del cibo festeggiano dopo il Food Systems Summit

Il vertice sui sistemi alimentari mondiali ha sdoganato l’ingresso in pompa magna delle multinazionali dell’agrifood e dell’agrochimica nella governance ONU del cibo

Food Systems Summit: il bilancio del vertice sui sistemi alimentari mondiali 2021
Foto di Ulrike Leone da Pixabay

Pochi gli impegni concreti annunciati dai paesi al Food Systems Summit

(Rinnovabili.it) – Bilancio magro per il Food Systems Summit, il vertice sui sistemi alimentari mondiali voluto dall’ONU che si è tenuto nel fine settimana. Pochi impegni degni di nota e il più delle volte senza una data ultima entro cui centrare gli obiettivi. Ma è soprattutto il summit dell’arrembaggio delle grandi corporation alla produzione globale di cibo, mossa riuscita che ha lasciato e lascerà sempre più ai margini chi propugna modi di produzione non intensivi e realmente sostenibili.

Veniamo ai risultati. Sulla carta, a vedere i numeri il Food Systems Summit sembra un vertice riuscitissimo. Sono arrivati gli impegni volontari di 150 paesi che hanno spiegato le loro priorità e come vogliono agire sul sistema alimentare per allinearlo agli obiettivi dell’Agenda 2030 di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.

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La Norvegia ha promesso di limitare la deforestazione legata alle sue filiere alimentari, il Giappone assicura di decarbonizzare il suo sistema alimentare, la Nuova Zelanda promette un monitoraggio migliore delle emissioni da agricoltura e deforestazione. Gli USA hanno messo sul piatto 10 miliardi di dollari per combattere la fame nel loro paese e all’estero. Il Burkina Faso inserirà il diritto al cibo in costituzione, mentre una serie di paesi espanderanno il riconoscimento dei diritti dei popoli nativi (Nuova Zelanda, Honduras, Samoa, Perù, Filippine).

Il punto è che questi impegni sono volontari e non vincolanti, ma soprattutto che la maggior parte delle volte i paesi non dicono entro quando li vogliono raggiungere e con quali risorse. Premesse che fanno temere che il Food Systems Summit si risolva in tante chiacchiere e ben poca azione concreta. Tanto più che no degli obiettivi fissati dall’ONU stessa era ottenere “un’azione significativa con risultati misurabili” verso l’Agenda 2030.  

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Al netto dei (pochi) passi avanti sul fronte degli impegni, il Food Systems Summit può segnare una svolta nella governance globale del cibo in seno all’ONU. Il vertice ha messo sullo stesso piano Stati e multinazionali, dando ampio spazio alle aziende in tutti i gruppi di lavoro. La stessa organizzatrice del summit, Agnes Kalibata, è l’ex presidente dell’Alliance for Green Revolution in Africa (AGRA) che, a dispetto del nome, spinge per una “rivoluzione verde” a base di chimica e agricoltura intensiva. Non stupirà che AGRA riceva finanziamenti da colossi dell’agrifood come Bayer, Syngenta e Nestlé.

Questo passaggio è avvenuto a discapito di organismi già attivi e rodati in seno all’ONU, come il CFS (Committee on World Food Security), che sono ben più rappresentativi di realtà di piccola-media taglia e di indirizzi distanti dall’agricoltura intensiva e dall’agrochimica. Se finora l’ONU per muovere un passo sul cibo consultava il CFS, adesso il Food Systems Summit ha creato nuovi organi e coalizioni che possono diventare i nuovi interlocutori. Nella maggior parte le multinazionali hanno un ruolo di peso.

Infine, il passaggio più problematico per la governance globale del cibo è il richiamo a una sorta di “IPCC del cibo”: anche al vertice Joachim von Braun, il leader del gruppo di esperti chiamato a riassumere il consenso scientifico in materia e stendere gli indirizzi futuri, è tornato a chiederlo a gran voce. “Bisogna parlare di governance e un panel intergovernativo per il cibo avrebbe senso”, ha detto, aggiungendo che bisogna dare spazio a “tecnologie digitali” e “blockchain” e che “la bioscienza e la genetica sono basate anch’esse sulla natura”. Un modo originale di presentare l’apertura agli OGM oltre che a quelle soluzioni tecnologiche che perpetuano il modello di produzione attuale.

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