Gli ideatori del Food Systems Summit sparano a zero sul vertice

Michael Fakhri, lo special rapporteur dell’ONU sul diritto al cibo e mente dell’incontro internazionale, denuncia il vertice di oggi. Troppo peso alle multinazionali, si cercano solo false soluzioni lasciando apposta fuori agroecologia, piccoli agricoltori, ong e comunità indigene

Food Systems Summit: le critiche feroci dei suoi stessi architetti
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Il Food Systems Summit “mette il profitto prima delle persone”

(Rinnovabili.it) – Il Food Systems Summit è il “vertice delle persone” e vuole creare nuovi modelli sostenibili e più equi per raddrizzare i sistemi alimentari mondiali. Invece no, questa è solo retorica patinata che non corrisponde affatto al vero obiettivo dell’incontro internazionale voluto dall’ONU. Perché il Food Systems Summit che si svolge oggi “mette il profitto prima delle persone” e non è altro che un grande assist alle multinazionali e a modelli intensivi e industriali.

A dirlo non è una ong “ideologica” o “radicale” – gli appellativi che usano in questi giorni le grandi aziende internazionali per screditare la società civile che non la pensa come loro. La posizione è quella dell’architetto stesso del Food Systems Summit: Michael Fakhri, lo “special rapporteur” dell’ONU sul diritto al cibo.

Il Food Systems Summit “riflette lo status quo”

Fakhri ha firmato una dichiarazione congiunta per denunciare le menzogne del Food Systems Summit insieme ad altri due esperti ONU che lavorano su temi collegati al diritto al cibo e in discussione al vertice. Si tratta di David Boyd, special rapporteur per i diritti umani e l’ambiente, e Olivier de Schutter, special rapporteur per la povertà estrema e i diritti umani.

“Non è un mistero che i sistemi alimentari mondiali attualmente violano i diritti umani, esacerbano le disuguaglianze, minacciano la biodiversità e contribuiscono al cambiamento climatico”, si legge nella nota. Una delle cause profonde di questi problemi è il fatto che le multinazionali hanno dominato sempre più i sistemi alimentari negli ultimi 60 anni”, continuano i firmatari, ma il summit le ignora e quindi “riflette solo lo status quo”.

Un vertice inclusivo?

Da un lato, il Food Systems Summit non fa abbastanza: “Non indica alle vittime delle violazioni dei diritti umani alcuna direzione chiara su come superare la disuguaglianza, la violenza, lo sfollamento e il degrado ambientale causati dai sistemi alimentari tradizionali”. Un paradosso, visto che i preparativi sono andati avanti per 2 anni ma pare che gli organizzatori non abbiano avuto il tempo di chiedersi qual è l’impatto socio-economico della pandemia in questo ambito.

Dall’altro lato il vertice va fin troppo avanti, ma in una direzione già vista. Secondo i tre esperti, “c’è il rischio che il Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari serva il settore aziendale più delle persone che sono essenziali per garantire la prosperità dei nostri sistemi alimentari come i lavoratori, i piccoli produttori, le donne e le popolazioni indigene”. Nei documenti del vertice i diritti umani sono presentati come un optional invece di essere al centro. E mentre il Summit pretende di essere inclusivo, “ha fatto sentire ignorati e ha deluso molti partecipanti e oltre 500 organizzazioni che rappresentano milioni di persone”.

Agroecologia, questa sconosciuta

Altra nota dolente: il Food Systems Summit ha cancellato dai suoi radar l’agroecologia. Eppure l’agricoltura sostenibile permette di garantire sia i diritti umani che il rispetto dell’ambiente. “Pensiamo che l’agroecologia dovrebbe essere un obiettivo primario perché inizia con la questione delle dinamiche di potere. Inquadra il problema come un problema relativo all’accesso alle risorse e al controllo sul sistema alimentare”, scrivono Fakhri e colleghi.

Anche perché l’agroecologia è più produttiva delle tecniche tradizionali: “Una nuova ricerca suggerisce che se calcoliamo la produttività in termini di produzione totale per ettaro e non per un singolo raccolto, e in termini di input di energia rispetto alla produzione, l’agroecologia è spesso più produttiva delle tecniche industriali intensive”.

L’egemonia del profitto passa da un “IPCC del cibo”

Infine, i 3 esperti suonano l’allarme rosso sul tentativo di dar vita, attraverso il Food Systems Summit, a una sorta di “IPCC del cibo”, una piattaforma formata in teoria da tecnici, ma scelti da governi e influenzati dalle multinazionali, che stabilisca il consenso scientifico sul comparto dell’agrifood mondiale, in modo analogo all’organismo ONU che si occupa di cambiamento climatico. Da questo ente arriverebbero le indicazioni di policy più importanti (e più seguite).

Qual è il problema? Per i tre autori della dichiarazione, questa nuova interfaccia tra scienza e politica non serve, anzi fa danno. L’IPCC del cibo potrebbe sorgere dall’estensione del mandato del Gruppo Scientifico che ha già lavorato alla preparazione del vertice, ma anche con la creazione di un nuovo gruppo permanente o di un meccanismo di coordinamento che si basi su chi è rappresentato al vertice.

“L’approccio alla scienza adottato dal gruppo scientifico del Summit esclude le voci di molti attori del sistema alimentare”, spiegano. “Il Gruppo Scientifico è costituito quasi interamente da scienziati naturali ed economisti. Le valutazioni che ha condotto e commissionato non hanno considerato sufficientemente le conseguenze delle innovazioni sulle persone emarginate e povere; hanno posto le innovazioni tecnologiche al di sopra delle innovazioni sociali; e non sono stati aperti al pubblico scrutinio”.

E questo nuovo organismo sarebbe un doppione, visto che avrebbe gli stessi compiti del Comitato sulla sicurezza alimentare mondiale (CFS). Ma darebbe molto più peso a multinazionali e soluzioni tecnologiche a discapito di tutto il resto. Nel CFS, invece, sono rappresentate sia molte più competenze da settori diversi, sia gruppi di interesse che includono comunità indigene e piccoli agricoltori.

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