Le bistecche sono le nuove fossili: occhio all’impatto climatico della carne

Ogni anno, i 20 maggiori marchi europei emettono 244MtCO2e, metà dei gas serra prodotti dall’Italia. Pochi hanno piani climatici e ancor meno li rispettano. E la tendenza è un aumento delle emissioni

Impatto climatico della carne: quanto inquina la bistecca in Europa?
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L’impatto climatico della carne, in Europa, è pari a quello di paesi come Olanda o Danimarca

(Rinnovabili.it) – Non riportano quasi mai le emissioni della loro filiera. Solo una manciata ha preparato piani aziendali per il clima. Ma inquinano, e tanto. È l’identikit dei 20 maggiori marchi di carne e latticini con sede in Europa. I numeri rivelati dall’Institute for Agriculture & Trade Policy (Iatp) parlano chiaro: l’impatto climatico della carne resta lontano dai riflettori, eppure dovrebbe finire sotto la lente proprio come quello delle major del petrolio e del gas.

Solo questi 20 marchi, insieme, emettono quasi 244 Mt CO2e (milioni di tonnellate di CO2 equivalente) l’anno. È una quantità enorme, più alta delle emissioni di gas serra dell’Olanda o della Danimarca, uguale a quella che l’Italia produce in 6 mesi. Non ha nulla da invidiare alle fossili: l’impatto climatico della carne in Europa arriva alla metà di quello del carbone. E nemmeno alle Big Oil. Le bistecche inquinano come Chevron, Shell o BP in metà anno.

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L’aspetto più problematico è che il settore della carne e dei latticini va in direzione ostinatamente contraria rispetto agli sforzi per contenere il riscaldamento globale. Prendiamo Abp, un marchio irlandese che produce, macella e lavora la carne. Sulla carta ha fissato un obiettivo volontario sul clima e il processo è monitorato dalla Science-based Target Initiative. Peccato che il risultato sia disarmante: tra 2016 e 2018 Abp ha aumentato le sue emissioni del 45%. E non è da solo. Il colosso tedesco della lavorazione, Tönnies, ha registrato un impresentabile +30% di gas serra nello stesso periodo.

E se le major sono passate al vaglio e producono una reportistica piuttosto ricca di particolari, l’industria europea della carne sembra vivere ancora in un mondo parallelo dove la crisi climatica non è un problema reale. Solo 4 su 20 riportano le emissioni lungo l’intera catena dei fornitori (Arla, Danone, FireslandCampina e Nestlé). E di queste soltanto Nestlé e Danone danno informazioni davvero dettagliate. Appena 3 su 20 (di nuovo Nestlé, FrieslandCampina e Abp) hanno annunciato dei piani per ridurre le loro emissioni assolute. Ma abbiamo visto con che risultati. Non risulta, scrive Iatp, che di fronte a simili performance stiano considerando modifiche profonde al loro sistema di business.

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Numeri, quelli del rapporto di Iatp, che mostrano come l’Europa su questo punto sia perfettamente allineata alle peggiori pratiche a livello mondiale. In altri termini, sta ignorando il problema. Come spiegava il rapporto Meat Atlas curato da Friends of the Earth e la Heinrich Böll Stiftung e pubblicato lo scorso settembre, c’è un paradosso incredibile alla base dell’impatto climatico della carne: nessun paese al mondo chiede per legge ai colossi della bistecca di riportare le loro emissioni.

Un vero buco nero. Che pesa tantissimo sul clima globale. Secondo i dati dell’IPCC, il settore globale del cibo costituisce tra il 21 e il 37% delle emissioni globali di gas serra. Di questo ammontare, più della metà (56-58%) origina dagli allevamenti: il 45% dalla produzione di mangimi, il 39% dalla fermentazione enterica (metano), un altro 10% dal letame. E contribuisce al riscaldamento globale in modo sproporzionato rispetto al resto del settore alimentare, visto che fornisce solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine. (lm)

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