Calo delle emissioni, il metano dagli allevamenti è ancora un punto cieco

Il metano dagli allevamenti è il 44% delle emissioni antropiche globali di CH4
Secondo un rapporto di FAIRR Initiative, gruppo di investitori globali che controlla 45mila mld di dollari di asset, solo 9 grandi aziende su 49 nel settore dell’allevamento monitora le sue emissioni. E il 90% ha anche politiche carenti contro la deforestazione

metano dagli allevamenti
Foto di Harald Willingshofer da Pixabay

Il metano dagli allevamenti è il 44% delle emissioni antropiche globali di CH4

(Rinnovabili.it) – Gli allevamenti sono all’origine del 44% delle emissioni antropiche di metano, ma soltanto il 18% dei grandi player globali ha un sistema di monitoraggio di questo gas serra. Per non parlare delle politiche per ridurlo, che sono virtualmente assenti. È abbastanza per far collassare due delle iniziative più importanti uscite dalla COP26: l’impegno contro il metano (-30% entro il 2030) e quello per arrivare a deforestazione zero entro fine decennio. Senza l’impegno sul metano dagli allevamenti è impossibile ottenere i risultati sperati.

Nonostante sacche di leadership e innovazione, il settore dell’allevamento è impreparato per il decennio di transizione sul cambiamento climatico e rischia di sembrare “obsoleto e poco attraente”. Lo afferma FAIRR Initiative, un gruppo di investitori che gestisce un portafoglio di oltre 45mila miliardi di dollari.

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Nel suo 4° dossier annuale, FAIRR Initiative valuta 60 produttori di proteine animali quotati in borsa per un valore complessivo di 363 miliardi di dollari rispetto alle performance in dieci fattori ambientali, sociali e di governance (ESG), tra cui le emissioni di gas serra, la deforestazione, l’uso di antibiotici e gli investimenti in proteine alternative.

Sono soltanto 9 su 49 le compagnie che monitorano le loro emissioni di metano dagli allevamenti. Il volume di CH4 prodotto globalmente dall’industria dell’allevamento intensivo, calcola il rapporto, avrebbe bisogno di una foresta grande come ¾ del Sudamerica per assorbirle tutte. Eppure le aziende non fanno nulla su questo fronte, anche là dove alcuni paesi in cui il settore ha volumi importanti hanno fissato degli obiettivi per ridurle (Irlanda, Nuova Zelanda, California).

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Va ancora peggio sul capitolo deforestazione. Il 93% delle aziende passate al vaglio che si riforniscono di soia coltivata in aree a fortissimo rischio logging, come il Cerrado in Brasile, non ha una politica interna per evitare di sostenere il disboscamento. E quando ce l’ha, non guarda oltre i fornitori diretti, mentre si stima che il 90% delle deforestazione sia legata agli altri anelli della catena di fornitori. Anche le aziende con un impegno di deforestazione zero, come JBS, Marfrig e Minerva, non hanno piena visibilità di questi fornitori indiretti.

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