Pasta italiana, cosa cambierà dopo il 31 dicembre 2021?

In base alle disposizioni attuali, il 31 dicembre 2021 cesserà l’obbligo di indicare in etichetta l’origine delle materie prime di alcuni prodotti agroalimentari come pasta, derivati del pomodoro, carni suine trasformate e prodotti lattiero-caseari. Le associazioni di categoria esigono, a tutela dei consumatori, che sia prorogato tale obbligo

pasta italiana
Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

di Isabella Ceccarini

(Rinnovabili.it) – Il 31 dicembre finirà il 2021, e non ci sorprende. Quello che però potrebbe sorprenderci sarà la fine di qualche certezza quando andremo a fare la spesa. In base alle disposizioni attuali, infatti, potrebbero esserci dei cambiamenti sostanziali nell’etichetta di alcuni prodotti agroalimentari come pasta, derivati del pomodoro, carni suine trasformate e prodotti lattiero-caseari.

Pertanto, il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti ha chiesto al ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli di prorogare l’obbligo di indicare in etichetta l’origine delle materie prime di questi prodotti agroalimentari che, in base alle disposizioni attuali, cesserà il 31 dicembre 2021.

La scelta è consapevole se c’è chiarezza

Per Confagricoltura è fondamentale che le indicazioni di provenienza siano riportate in etichetta, per orientare le scelte consapevoli dei consumatori e l’eventuale preferenza per i prodotti italiani.

Dovremo dire addio alla pasta con grano 100% italiano? Sarebbe un grave danno per l’economia del settore, visto i consumatori hanno mostrato una netta preferenza per la pasta di produzione interamente italiana: rispetto allo scorso anno le vendite sono cresciute del 29%, fa notare Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.

L’obbligo di indicare l’origine del grano in etichetta, fortemente voluto da Coldiretti, è scattato dal 14 febbraio 2018. In base al decreto, l’etichetta deve indicare il Paese di coltivazione del grano e quello di molitura. Se proviene o è stato molito in più Paesi possono essere utilizzate, a seconda dei casi, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi Non UE, Paesi UE e Non UE.

Inoltre, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si può usare la dicitura: “Italia e altri Paesi UE e/o non UE”.

Il quadro economico è instabile

Alla temuta scadenza del 31 dicembre si aggiunge il rincaro delle materie prime, tra cui le quotazioni internazionali del grano che sono salite anche a causa del dimezzamento dei raccolti in Canada.

Anche se l’Italia è il secondo produttore mondiale di grano con 3,85 milioni di tonnellate, deve importare dal Canada (nonostante vi si faccia uso di glifosato in preraccolta, pratica vietata in Italia) il 40% del grano di cui ha bisogno.

Il grano italiano viene pagato circa il 20% in meno rispetto a quello importato, pur se offre maggiori garanzie in termini di sicurezza e di qualità. Inoltre per i produttori sono raddoppiati i costi, con l’aumento del gasolio e dei concimi.

In un contesto economico così fluttuante, sostiene Coldiretti, il nostro Paese deve incrementare gli accordi di filiera tra imprese agricole e industriali per mantenere sia il livello di qualità e quantità di prodotto sia prezzi equi che non siano inferiori ai costi di produzione per contrastare le pratiche sleali.

Le insidie del nuovo regolamento

Il nuovo regolamento che dovrebbe entrare in vigore dal 1° gennaio 2022 è molto meno stringente: secondo le nuove norme è obbligatorio indicare l’origine dell’ingrediente principale (ad esempio il grano, nel caso della pasta) solo se diversa da quella rappresentata sulla confezione: ad esempio se c’è il tricolore, ma il grano è canadese. In pratica è come se una confezione riportasse la denominazione “pizza Napoli” e fosse prodotta all’estero: solo allora bisognerebbe specificarne l’origine.

La salvezza del consumatore è nell’onestà del produttore, che preferisce anteporre la trasparenza alle normative ingannevoli, come conferma Riccardo Felicetti, presidente dei Pastai italiani di Unione Italiana Food: «Gli italiani, così come fatto finora, continueranno a trovare nelle confezioni le informazioni sull’origine della materia prima. A prescindere da qualunque quadro normativo in materia, non cambierà la nostra trasparenza nel far sapere al consumatore da dove arriva il grano utilizzato per fare la pasta».

In Italia i controlli di qualità e sicurezza sono stringenti

Felicetti spiega che «la qualità non conosce frontiere e la sicurezza è garantita da stringenti normative europee e da un rigido sistema di controlli nazionali, sia sulla materia prima nazionale, sia su quella importata, cui si aggiungono numerosi autocontrolli dei pastai italiani».

Unione Italiana Food ricorda che ogni anno, nei pastifici italiani, vengono effettuate oltre 200mila analisi sul grano e 600mila sul prodotto finito: l’ultimo di 15 livelli di controllo di qualità e sicurezza.

Nel 2017, riporta l’Unione Italiana Food, i principali attori della filiera (agricoltori, cooperative, aziende sementiere e di stoccaggio, industria di trasformazione) hanno siglato con successo un protocollo d’intesa con l’obiettivo di renderla più competitiva in qualità e sicurezza e con una corretta ripartizione del valore, ovvero «garantendo agli agricoltori un’equa remunerazione al riparo dalle oscillazioni del mercato, con premi di produzione legati al raggiungimento di specifici parametri qualitativi e di sostenibilità». E, aggiungiamo, una garanzia per il consumatore di acquistare pasta completamente italiana.

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