Pesce d’acquacoltura, consumo responsabile

Gli italiani amano il pesce, ma ne producono meno di quanto ne consumano: su dieci pesci che arrivano sulle nostre tavole solo due sono italiani. Una possibilità di consumo responsabile viene dall’acquacoltura: siamo all’avanguardia per quanto riguarda la ricerca e gli impianti innovativi, ma la burocrazia e la mancanza di un referente unico frenano lo sviluppo del settore

Pesce d'acquacoltura
via depositphotos.com

(Rinnovabili.it) – Gli italiani amano mangiare il pesce ma ne producono troppo poco rispetto a quanto ne consumano. Per la precisione su dieci pesci che arrivano sulle nostre tavole, sia in casa che al ristorante, solo due parlano italiano. Una carenza a cui si potrebbe ovviare razionalizzando e accorpando in un quadro unico le varie norme che riguardano l’acquacoltura, secondo Pier Antonio Salvador, presidente dell’Api, l’associazione di Confagricoltura che riunisce la quasi totalità delle imprese ittiche che praticano l’acquacoltura. L’allevamento ittico italiano ha origini antichissime, si fa risalire addirittura al tempo dei Romani. In più il nostro è un Paese contornato dal mare, ricco di fiumi e di laghi. Sebbene ci siano carenze per quanto riguarda la produzione, l’Italia è all’avanguardia per quanto riguarda la ricerca e gli impianti innovativi

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Il consumo di pesce è in crescita in tutto il mondo (il 60% degli stock ittici sono già sfruttati alla massima capacità sostenibile) e il 55% del prodotto viene dagli allevamenti: l’unica alternativa per soddisfare le richieste dei consumatori senza impoverire ulteriormente la popolazione dei nostri mari. 

Il freno della burocrazia

L’Italia dispone di 800 siti per l’allevamento del pesce in mare e in acqua dolce dove sono allevate 25 specie ittiche diverse. Un settore importante che produce 180mila tonnellate di pesce, dà lavoro a 15mila addetti ed ha un fatturato di 500 milioni di euro. In un’interessante intervista rilasciata alla rivista “Mondo Agricolo”, Pier Antonio Salvador spiega cosa ostacola lo sviluppo di questo settore produttivo. La burocrazia è un freno molto forte, insieme alla mancanza di un referente unico: «Nel mondo l’acquacoltura cresce del 15% l’anno, da noi si ferma o cala». A questo si aggiungono le diseguaglianze sui canoni concessori per le aree demaniali marittime, vanno definite le zone destinate all’allevamento, resi più accessibili i fondi strutturali per l’innovazione tecnologica.

Un duro colpo al settore ittico è stato inferto dalla chiusura dell’HoReCa a causa della pandemia anche nel periodo pasquale e il crollo delle esportazioni. Unica via di sopravvivenza, il canale della grande distribuzione e il crescente consumo di pesce (+11%) dovuto alla permanenza forzata in casa.

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Degna di riflessione la battaglia pro-consumatori che Salvador vuole lanciare nei ristoranti. Se nei negozi deve essere indicata per legge la provenienza del pesce, altrettanto non avviene nei ristoranti. Sappiamo tutto del vino e dell’olio, ma ignoriamo la provenienza del pesce che mangiano. Ma soprattutto, per Salvador – rieletto vicepresidente del Fish Party di Copa Cogeca, che rappresenta i piscicoltori europei – deve passare il messaggio che «acquistare pesce di acquacoltura rappresenta un atto di consumo responsabile, per gli aspetti economici e sociali e per le ricadute ambientali». Un allevatore meticoloso, infatti, svolge un ruolo di sentinella monitorando ogni minima variazione della qualità dell’acqua.

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