La strategia Farm to Fork? Inutile senza un tetto massimo alle emissioni

Per incidere sulla crisi climatica, la strategia europea sull’agricoltura e filiere alimentari deve fissare un limite alle emissioni dei vari settori. E serve una strategia comune sulle proteine, per abbattere il consumo di carne e virare verso una dieta più sana e sostenibile. Tutti i dettagli delle richieste dell’aula di Strasburgo

Strategia Farm to Fork: ecco come migliorarla, secondo l’Europarlamento
Foto di Pete Linforth da Pixabay

L’Europarlamento approva il suo rapporto sulla strategia Farm to Fork

(Rinnovabili.it) – Il parlamento europeo vota la strategia Farm to Fork (F2F) della Commissione e dà il primo ok alla riforma della politica agricola comune (PAC). Due tasselli fondamentali per il Green Deal dell’esecutivo UE e per cambiare il volto dell’agricoltura europea in tutti i suoi aspetti. Entrambi i documenti hanno ricevuto il via libera dai comitati Ambiente e Agricoltura dell’aula di Strasburgo con maggioranze ampie, ma resta una sostanziosa opposizione che continua a chiedere più ambizione ed è molto critica verso alcuni aspetti di queste politiche, specie sul fronte PAC.

La strategia Farm to Fork ha bisogno di un tetto alle emissioni

La strategia Farm to Fork presentata a maggio 2020 è uno dei pilastri del Green Deal. La Commissione ha preparato questo piano per mettere su nuovi binari l’agricoltura europea e le filiere collegate. Il testo originario forniva una lista di 27 obiettivi da raggiungere entro il 2030 a livello UE. Tra questi una riduzione del 50% dell’uso di pesticidi, meno 50% di pesticidi altamente pericolosi, una riduzione del 20% nell’uso di fertilizzanti e una diminuzione del 50% dell’uso di antibiotici in agricoltura e acquacoltura. Il testo impegna gli Stati membri a triplicare il tasso di conversione attuale dei terreni agricoli al biologico, per arrivare al 25% a fine decennio.

La strategia Farm to Fork è passata con 94 voti a favore, 20 contrari e 10 astenuti nelle due Commissioni. Luce verde all’impianto generale, ma con alcune richieste precise. Gli eurodeputati hanno chiesto soprattutto di mettere un tetto alle emissioni del settore agricolo, in tutte le sue componenti e rispetto a CO2, metano e NO2. La Commissione aveva preferito evitare, lasciando ai singoli paesi membri il compito di dettagliare i loro piani e dimostrare come le loro scelte in materia erano in linea con gli obiettivi nazionali di riduzione dei gas serra.

Una richiesta che difficilmente sarà accolta – non lo vuole la Commissione, e il Consiglio da questo orecchio non ci sente – ma che rivela quanto è importante che anche l’agricoltura e l’allevamento europei accompagnino la transizione ecologica del continente. Il settore è responsabile di circa il 10% delle emissioni europee e di buona parte di quelle di metano (legate al consumo di carne e agli allevamenti), un gas serra con potere climalterante 80 volte maggiore di quello della CO2 nei primi 20 anni in atmosfera e quindi critico per raggiungere gli obiettivi climatici del decennio.

Una strategia UE sulle proteine nella F2F?

Altre richieste dell’europarlamento in merito alla strategia Farm to Fork. Obiettivi da fissare anche per il ripristino dei pozzi di carbonio naturali (come le torbiere). Più sostenibilità in ogni passaggio della catena del valore, incluso affrontare il consumo eccessivo di carne e di cibi ad alto contenuto di sale e grassi.

Serve poi una strategia unica sulle proteine. L’Europarlamento spinge per una “strategia di transizione proteica dell’UE che copre la domanda e l’offerta per sostenere e promuovere la produzione sostenibile di colture proteiche, comprese le forniture locali di mangimi e la produzione alimentare”. Che significa prendere in considerazione fonti alternative di proteine, inclusi i tanto criticati (per ragioni culturali) insetti, e le alghe.

Sul fronte del benessere animale, Strasburgo torna a chiedere la messa al bando graduale dell’allevamento in gabbia. Possibilmente entro il 2027, chiede l’Europarlamento. Anche se la Commissione si sta già muovendo in questa direzione a seguito di un’iniziativa civica europea che chiede lo stop entro il 2023. Per il parlamento europeo, la Farm to Fork dovrebbe anche bloccare le importazioni di prodotti da allevamenti che non seguono i nuovi standard europei.

L’agribusiness è già sulle barricate

Non si è fatta attendere la reazione di Copa Cogeca, il potentissimo sindacato degli agricoltori europei che cura gli interessi delle grandi aziende. Senza mezzi termini l’associazione sostiene che la proposta di un tetto massimo alle emissioni da campi e stalle “supera una linea rossa”. Una scelta, lamenta Copa Cogeca, che metterebbe addirittura a rischio la “nostra sovranità alimentare e il futuro della nostra agricoltura”.

Il sindacato dipinge uno scenario in cui l’agribusiness va in bancarotta per doversi adeguare – come tutto il resto del continente – a una riduzione dei gas serra emessi. Ma allo stesso tempo si affretta ad aggiungere che la transizione è senz’altro “necessaria”. Poi il ricorso a un’arma usata e abusata per rallentare l’adozione di riforme a livello europeo, non solo sul versante dell’agricoltura. Copa Cogeca lamenta che persino della F2F originale non sono chiari i reali impatti, quindi non ha senso aggiungere nuovi obiettivi di cui non si saprebbero stimare gli effetti sul settore. Impatti che il sindacato è ovviamente portato a gonfiare per diminuire il peso dei nuovi obiettivi.

Luce verde anche alla nuova PAC

Ben diverso il parere dell’agribusiness sulla nuova riforma della politica agricola comune europea. La PAC negoziata a giugno da Europarlamento e Consiglio è accolta con pieno favore, e così Copa Cogeca festeggia l’ok arrivato dalle due Commissioni parlamentari al testo provvisorio. Testo che, come raccontato da Rinnovabili.it prima dell’estate, è criticatissimo perché pecca di ambizione su molti fronti.

Su tutti, una quota troppo bassa dei pagamenti diretti vincolata a misure sostenibili (ecoschemi) e nessun vero limite per i sussidi alle grandi aziende. È prevista soltanto una redistribuzione del 10% dei fondi tra le aziende più piccole. La vecchia PAC aveva fornito l’80% dei sussidi al 20% di aziende più grandi, che sono anche quelle solitamente meno sostenibili. Da più parti si chiedeva un correttivo importante, che invece è stato completamente ignorato.

Ignorato anche il Green Deal. Letteralmente: il testo della nuova PAC non dice in nessun punto che la nuova politica agricola comune, che vale il 30% del budget UE cioè quasi 400 miliardi di euro, deve essere allineata al Green Deal.

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