Cambiamenti climatici: insetti impollinatori sempre più a rischio

Gli insetti impollinatori subiscono il cambiamento climatico: gli studi mostrano un’alterazione profonda nelle prestazioni in particolare nell’emisfero meridionale europeo, dove le temperature sono aumentate più rapidamente.

insetti impollinatori
Foto di Krzysztof Niewolny da Pixabay

I cambiamenti climatici stanno progressivamente influenzando ritmi e comportamenti degli insetti impollinatori 

(Rinnovabili.it) – Gli insetti impollinatori svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi, fornendo servizi chiave per piante e colture selvatiche, oltre che per gli esseri umani. Ogni servizio ecosistemico ha bisogno di impollinatori diversi e, ad oggi, i rapporti tra i fattori climatici e la manifestazione di alcuni fenomeni della vita vegetale, ad esempio la germogliazione delle gemme o la maturazione dei frutti, stanno cambiando profondamente.
L’avanzamento della primavera osservato nelle piante si sta verificando anche con gli insetti: uno studio pubblicato a fine dicembre 2019 su Nature Ecology & Evolution ha messo in luce come la maggior parte degli insetti impollinatori abbia anticipato il proprio periodo di attività di quasi una settimana in risposta ai cambiamenti climatici. 

 

Lo studio ha preso in considerazione 2027 specie di insetti europei analizzando i dati fino al 2016: gli impollinatori quell’anno si sono attivati tra i 5 e gli 8 giorni prima rispetto al 1960, vivendo però 1,8 giorni in meno rispetto a 56 anni fa.
Le quasi 20 milioni di osservazioni svolte in Europa dagli studiosi su imenotteri (api e vespe), dipteri (mosche e zanzare), scarabei (scarafaggi e coccinelle) e lepidotteri (farfalle e falene) hanno mostrato come i cambiamenti climatici stiano alterando la distribuzione stagionale dei servizi di impollinazione in tutta Europa, tranne nella zona più nord-orientale. La previsione è di un’alterazione profonda nelle prestazioni e nei servizi di impollinazione in particolare nell’emisfero meridionale del continente, dove le temperature sono aumentate più rapidamente.

 

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Visto anche il concomitante declino generale degli impollinatori e l’estinzione in atto di alcune specie, la situazione non appare delle migliori. Tuttavia ogni specie ha una risposta differente: ad esempio gli scarabei hanno aumentato il loro periodo di attività più dei lepidotteri e degli imenotteri. François Duchenne, principale autore dello studio, entomologo del Museo Nazionale di Storia Naturale francese, afferma in un’e-mail al quotidiano El Pais che ancora non si conoscono le cause di tale eterogeneità, “ma vediamo che una parte di essa è spiegata dalla storia evolutiva: gli impollinatori correlati (quelli dello stesso gruppo tassonomico) mostrano cambiamenti simili nel periodo di attività mentre gli impollinatori meno correlati hanno risposte diverse. […] La variazione sembra anche correlata alla zona, infatti le specie meridionali stanno aumentando il tempo di volo più di quelle settentrionali”. Non si sa quindi “se le risposte che abbiamo osservato siano adattive o meno, ovvero se il prolungamento del periodo di volo favorisca la loro sopravvivenza. È una questione chiave che stiamo cercando di indagare”, continua Duchenne. 

 

Ma non è solo questione di sopravvivenza di una o più specie: in gioco è anche e soprattutto l’impatto di tali cambiamenti su tutto l’ecosistema. Il fatto che molte specie inizino il loro periodo di attività prima rispetto a un tempo porta a una sovrapposizione di comunità di insetti impollinatori sugli stessi fiori e ad un calo brusco di impollinatori nel resto della stagione. Le temperature calde accelerano infatti la schiusa di farfalle e altre specie impollinatrici, ma i fiori da cui dipendono per il nettare non rispondono sempre in sincronia e il rischio di gelate che decimano gli impollinatori è serio.

 

Rispetto a sessant’anni fa la suddivisione stagionale degli impollinatori è cambiata: “sono meno sincronizzati di allora”, sottolinea Duchenne. Ad esempio in Spagna “a Doñana la normale data di inizio del volo delle api è sempre stata il 15 febbraio, ma nel 2016, un anno particolarmente caldo e secco, stavano già volando l’8 gennaiocome ha affermato Ignasi Bartomeus, ricercatore presso la stazione biologica di Doñana, Siviglia. Lo studio ha rivelato come questi cambiamenti siano un segnale di allarme. Lo stesso Bartomeus spiega come l’inizio precoce del periodo di attività degli insetti impollinatori aumenti non solo il rischio di gelate, ma anche il metabolismo degli insetti che consumano “riserve a una velocità più elevata”.
Finora le specie si sono adattate, ma non sappiamo fino a che punto questi meccanismi possano supportare sistemi sempre più indeboliti e a rischio di crisi irreversibili.

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