Finanza: la prossima recessione dipenderà dai rischi climatici

Quello climatico è un “rischio senza prezzo” che ricade sulle spalle delle aziende provocando effetti a catena sulle economie locali e nazionali. L’allarme riguarda soprattutto le forniture energetiche, idriche e i trasporti.

Rischi climatici
Credits: Gino Crescoli from Pixabay

La difficoltà di prevedere e stimare i rischi climatici mette in pericolo il mercato dell’energia.

 

(Rinnovabili.it) – Secondo una ricerca dell’Università della California, i rischi climatici non vengono presi in giusta considerazione dai mercati finanziari. Pubblicato su Nature Energy, lo studio prevede che, senza un lavoro più accurato sul clima in termini contabili, la prossima recessione potrebbe dipendere proprio dai rischi collegati al riscaldamento globale. Il messaggio centrale della ricerca, infatti, è che esiste un “rischio senza prezzo” nel mercato dell’energia. “Il rischio senza prezzo è stata la causa principale della Grande Recessione nel 2007-2008”, ha affermato Paul Griffin, professore di contabilità presso l’UC Davis Graduate School of Management. “In questo momento, le compagnie energetiche si assumono gran parte di tale rischio. Il mercato deve valutare meglio i rischi climatici e tenerne conto nella definizione dei prezzi dei titoli”, ha sottolineato.

 

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Per fare un esempio, la ricerca prende in considerazione le conseguenze delle temperature eccessive, come quelle sperimentate negli Stati Uniti e in Europa la scorsa estate. Non solo questo tipo di episodi meteorologici interrompe le attività agricole, danneggiano la salute umana e ostacolano la crescita economica, ma può anche sopraffare e bloccare vaste parti della rete energetica, come è accaduto nel nord della California quando PG&E ha interrotto le forniture durante il periodo di intensi incendi. Le condizioni meteorologiche estreme possono anche minacciare altri servizi come la fornitura di acqua e i trasporti, che a loro volta colpiscono aziende, famiglie e intere città e regioni, a volte permanentemente. Tutto ciò mette a dura prova le economie locali e nazionali.

 

La ricerca, inoltre, mette in luce l’esistenza di particolari località vulnerabili al clima, le cui caratteristiche possono incidere sul rischio per i mercati dell’energia. Negli Stati Uniti, ad esempio, la raffinazione del petrolio si concentra soprattutto sulla costa del Golfo, un’area esposta all’innalzamento del livello del mare e alle intense tempeste. Di contro, l’infrastruttura di trasmissione delle compagnie energetiche si trova in aree aride, aumentando il rischio dei danni provocati dagli episodi di caldo estremo.

 

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Nonostante tutto questo possa sembrare ovvio, gli investitori e i gestori patrimoniali sembrano essere pericolosamente lenti a collegare rischi climatici alle valutazioni del mercato aziendale. Ciò è dovuto anche alla difficoltà di prevedere il rischio estremo collegato al riscaldamento globale. Infatti, come si legge nello studio, “sebbene i modelli proprietari di rischio climatico aiutino alcune aziende a comprendere meglio le condizioni future attribuibili ai cambiamenti climatici, il rischio meteorologico estremo è ancora altamente problematico dal punto di vista della stima del rischio. Questo succede principalmente perché, con i cambiamenti climatici, i modelli del passato non sono indicativi del futuro, che si tratti di un anno, cinque o venti.

 

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