Rispettare l’Accordo di Parigi non basta per evitare lo sbiancamento dei coralli

Anche se limitare il riscaldamento globale sotto i 2°C non mette la Grande barriera corallina al riparo dal coral bleaching, l’intensità dello stress termico a cui sarà esposta è 3-4 volte inferiore nello scenario coerente con gli 1,5 gradi

Sbiancamento dei coralli: una nuova scoperta aiuta la prevenzione
credits: agkaimal da Pixabay

Previsti da 3 a 5 eventi di sbiancamento dei coralli per decennio

(Rinnovabili.it) – Anche gli obiettivi di Parigi condannano le barriere coralline dell’Australia a un futuro costellato di eventi devastanti di sbiancamento dei coralli. Se riusciamo a mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi – la soglia più alta decisa nel patto del 2015 – avremo evitato scenari apocalittici su molti fronti ma non per i reef dell’Oceania. E neppure l’obiettivo di 1,5 gradi verso cui, con la COP26 di Glasgow, si sta faticosamente costruendo un consenso, basta a risparmiare impatti durissimi ai coralli.

Fenomeni di sbiancamento dei coralli su vasta scala si potranno verificare fino a 5 volte per decennio nel primo caso, mentre se conteniamo il global warming entro gli 1,5°C il coral bleaching colpirà la Grande barriera corallina in media 3 volte ogni 10 anni. Lo rivela uno studio dell’università di Exeter pubblicato su Global Change Biology.

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Ma ci sono altre buone ragioni per limitare la colonnina di mercurio a 1,5 gradi. I due scenari, infatti, non sono uguali quando si guarda all’intensità dello stress termico a cui saranno sottoposti i reef. Nel primo lo sbiancamento dei coralli si verifica “solo” 2 volte in più rispetto al secondo scenario, ma in realtà la quantità di calore con cui bombarda le barriere coralline australiane sarà da 3 a 4 volte superiore rispetto all’ipotesi degli 1,5 gradi.

“Lo stress termico negli scenari più pessimistici SSP3-7.0 e SSP5-8.5 è da tre a quattro volte superiore a quello attuale, con gravi implicazioni per la salute futura dell’ecosistema della barriera”, spiegano i ricercatori. Rispetto ai modelli climatici attuali, lo studio aggiunge più dettagli sulla risposta allo stress termico delle acque a maggiore profondità, sull’impatto delle onde e dei venti. In questo modo, riescono anche a definire quali aree restano più esposte. “Le nostre proiezioni indicano anche un riscaldamento regionale maggiore nella Grande barriera corallina centrale e meridionale” rispetto ai segmenti settentrionale e dell’estremo nord.

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