Cosa dice il nuovo rapporto IPCC sui tipping point climatici

Nella sesta edizione dell’Assessment Report dell’IPCC, i punti di non ritorno climatici sono citati quasi 100 volte, il triplo rispetto all’edizione 2013. Ecco le novità contenute nel rapporto

Tipping point del clima: le novità del nuovo rapporto IPCC
Foto di fotostrobi da Pixabay

Il panel dell’ONU sul cambiamento climatico discute 12 possibili tipping point

(Rinnovabili.it) – Lo scioglimento del permafrost e la dissociazione degli idrati di metano. Lo scioglimento della calotta polare artica e il degrado della foresta amazzonica. Il rallentamento dell’Amoc, il fenomeno di correnti oceaniche da cui ha origine quella del Golfo che rende temperato il clima del nord Europa. Sono alcuni dei tipping point climatici, i punti di non ritorno analizzati nel nuovo rapporto dell’IPCC sul clima.

Cosa sono i tipping point climatici

Un tema molto importante perché potrebbe avere effetti devastanti sull’intero pianeta. Ma al tempo stesso un argomento su cui la scienza si muove ancora con molta incertezza. Perché è difficile costruire dei modelli che permettano di simulare con buona affidabilità cosa succede al clima quando si supera uno o più tiping point. I punti di non ritorno, infatti, danno vita a ripercussioni non lineari.

Ma cosa sono i tipping point climatici? L’ultimo aggiornamento dell’Assessment Report, la cui pubblicazione è iniziata il 9 agosto, li definisce in modo asettico come “una soglia critica oltre la quale un sistema si riorganizza, spesso bruscamente e/o irreversibilmente”. In altre parole: sono dei limiti oltre i quali i cambiamenti in atto accelerano, aumentano di intensità e sono capaci di innescare altre reazioni a catena, coinvolgendo l’intero sistema climatico in modo più o meno profondo. Capire quali sono i punti a cui stiamo andando più vicini, quindi, è fondamentale per calibrare al meglio l’azione climatica.

Tutte le novità sui punti di non ritorno del clima

Questo 6° aggiornamento del rapporto dell’IPCC ha dedicato decisamente più spazio ai tipping point climatici rispetto alle edizioni precedenti. Basta controllare quanto spesso il termine ricorre tra le oltre 1300 pagine: quasi 100, mentre nell’edizione precedente le occorrenze erano solo 27. La fotografia scattata dall’International Panel on Climate Change dell’ONU resta sfumata, non fosse altro perché il compito del rapporto è riflettere lo stato attuale della scienza climatica, sintetizzando e condensando gli studi più recenti e solidi.

Ad alcuni dei tipping point viene associato un livello di probabilità basso (low confidence), che traduce l’incertezza della scienza in merito: non è chiaro, in base ai dati che abbiamo a disposizione e alla nostra capacità di interpretarli, se questi processi possono davvero avere conseguenze sistemiche. A questo gruppo appartiene, ad esempio, il potenziale rilascio di carbonio stoccato nelle foreste tropicali e boreali a causa di siccità e incendi.

All’estremo opposto, fra i tipping point climatici più critici (high confidence), troviamo lo scioglimento del permafrost. L’IPCC stima che sia sostanzialmente certo che questo processo causerà effetti a catena, innescando meccanismi di feedback che amplificheranno la portata del cambiamento climatico causato dal rilascio in atmosfera delle immense quantità di gas metano inglobato nel terreno ghiacciato. Meno certezza, invece, riguardo ai tempi e alla portata del fenomeno. Tanto che il metano liberato varia in una forchetta tra i 3 e i 41 mld di t per ogni grado di riscaldamento globale.

Altrettanto problematico è il rallentamento del fenomeno oceanico noto come Amoc, cioè quel capovolgimento meridionale della circolazione atlantica da cui origina anche la corrente del Golfo. Che il rallentamento continuerà per tutto il secolo è giudicato “molto probabile”, e l’IPCC ha solo un livello di certezza medio che questo declino non si trasformi in un collasso brusco prima del 2100. Tra le concause che possono realizzare quest’ultimo, drammatico scenario, figura uno scioglimento straordinario della calotta glaciale della Groenlandia, con conseguente afflusso di acqua dolce e fredda nell’Atlantico.

Il collasso dell’Amazzonia – con il passaggio irreversibile a prateria di ampie aree della superficie originaria – resta poco probabile. Qui però pesa molto un collo di bottiglia: i modelli di cui disponiamo non permettono di verificare al meglio le possibili risposte sistemiche del clima in questa ipotesi. Il rapporto riconosce comunque che esiste un vasto consenso scientifico (solo teorico, però) su importanti conseguenze sul ciclo regionale dell’acqua.

Bassa probabilità, infine, per l’impatto sistemi degli idrati di metano. Nonostante il rapido riscaldamento dell’Artico, il rapporto conclude che emissioni dai clatrati sottomarini (molecole disposte a formare una sorta di “gabbia”) incorporati nel permafrost sono “molto improbabili”, rendendo poco probabile quindi anche il loro effetto di riscaldamento sul sistema climatico nei prossimi secoli.

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