C’è davvero un altro buco dell’ozono di cui non sapevamo nulla?

Secondo uno scienziato dell’università canadese di Waterloo, sui Tropici da 40 anni ci sarebbe uno squarcio nel velo di ozono grande 7 volte quello sull’Antartide. Ma la comunità scientifica non è convinta: i dati usati sono sballati

Giornata mondiale dell’ozono: ma il buco ha ancora dimensioni record
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Nel 2021, il buco dell’ozono sul Polo Sud si estendeva per 23 mln di km2

(Rinnovabili.it) – Dagli anni ’80 ci sarebbe un secondo buco dell’ozono ai Tropici, grande 7 volte quello che staziona sull’Antartide. E dura tutto l’anno, al contrario di quello sopra il continente ghiacciato che si apre in primavera per richiudersi a fine stagione.

Lo ha scoperto Qing-Bin Lu, uno scienziato che lavora all’università di Waterloo, in Canada, sorprendendo tutta la comunità scientifica. Questo secondo buco, infatti, non era stato previsto da nessun modello fotochimico convenzionale usato fino ad ora. Ma ben si adatta al modello proposto dallo stesso Lu e dal suo team negli ultimi anni, il CRE (Cosmic-Ray-Driven Electron Reaction).

Un secondo buco nell’ozono? Non esiste

È possibile che un fenomeno di questa portata sia sfuggito per 40 anni agli scienziati di tutto il mondo? Dalle osservazioni di Lu, che ha pubblicato il lavoro su AIP Advances, il buco nell’ozono sui Tropici ha valori simili a quello del Polo Sud, con una quantità di O3 inferiore di circa l’80% rispetto alla norma. Ma diversi suoi colleghi contestano questi risultati.

“Non esiste un ‘buco dell’ozono tropicale’, guidato dagli elettroni dei raggi cosmici proposti dall’autore o da altro. I cambiamenti a lungo termine e la variabilità da un anno all’altro dello strato di ozono nella bassa stratosfera tropicale (circa 15-20 km di altezza) sono ben noti e sono il risultato sia di processi guidati dall’uomo che di fattori naturali”, spiega ad esempio Paul Young, scienziato della Lancaster University e prima firma del report del WMO e dell’UNEP sull’esaurimento dell’ozono pubblicato nel 2022.

“L’identificazione di un “buco dell’ozono tropicale” da parte dell’autore è dovuta al fatto che egli guarda alle variazioni percentuali dell’ozono, piuttosto che a quelle assolute; queste ultime sono molto più rilevanti per i raggi UV dannosi che raggiungono la superficie. È interessante notare che il suo articolo non attinge alla vasta letteratura che esplora e documenta le tendenze dell’ozono in tutte le regioni dell’atmosfera”, conclude Young.

Per Marta Abalos Alvarez dell’Università Complutense di Madrid “l’articolo manca del rigore scientifico necessario per essere un contributo affidabile. Contiene molti ragionamenti con gravi errori e affermazioni non comprovate”. “Abbiamo già una buona comprensione dell’impoverimento dell’ozono polare grazie a meccanismi chimici diversi e ben consolidati che possono spiegare la chiusura lenta e variabile del buco dell’ozono antartico, e questa nuova ricerca non mi persuade del contrario”, conferma Martyn Chipperfield dell’università di Leeds.  “L’affermazione di questa ricerca di variazioni così ampie dell’ozono ai tropici non è stata riscontrata in altri studi, il che mi rende molto sospettoso. La scienza non dovrebbe mai dipendere da un solo studio e questo nuovo lavoro necessita di un’attenta verifica prima di poter essere accettato come un dato di fatto”.

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