Il lockdown ci aiuterà a capire l’impatto dell’inquinamento acustico degli oceani

Un team di scienziati vuole mappare il panorama sonoro prima, durante e dopo il lockdown del 2020 grazie a una rete di 200 idrofoni, microfoni subacquei

Inquinamento acustico: l’impatto sui mari messo a nudo grazie alla pandemia
Foto di Kookay da Pixabay

L’inquinamento acustico dei mari è poco studiato

(Rinnovabili.it) – Mentre tutto il mondo di iniziava ad attrezzare per far fronte a lockdown prolungati e stravolgimenti del proprio modo di vivere, all’inizio del 2020, alcuni scienziati guardavano alla pandemia come a un’opportunità storica. Mentre si bloccavano molte attività produttive e calavano i traffici commerciali, gli oceani e i mari diventavano meno congestionati e quindi anche più silenziosi. Una chance difficile da ripetere per studiare con precisione l’impatto dell’inquinamento acustico sugli ecosistemi marini.

La nostra conoscenza di questi ecosistemi è relativamente limitata. Soprattutto, abbiamo ben poche certezze sull’impatto che certe attività umane possono avere sulla fauna marina. Gli aspetti legati all’inquinamento acustico, poi, sono studiati meno di altri. Anche perché è complicato trovare delle condizioni ideali per fare delle ricerche comparative.

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Una possibilità che il 2020 ha consegnato in modo del tutto inaspettato, riporta la Bbc per spiegare il contesto eccezionale in cui sta prendendo corpo uno studio che può rappresentare una pietra miliare in materia. Un team di scienziati, infatti, stanno approntando un ascolto comparato del paesaggio sonoro degli oceani di tutto il mondo prima, durante e dopo il lockdown.

I ricercatori si appoggeranno a una rete di 200 idrofoni oceanici, microfoni subacquei già installati. “L’idea è di usarli per misurare i cambiamenti nel rumore e come influenzano la vita marina “, spiega Peter Tyack dell’Università di St Andrews.

“Il lockdown ha rallentato la navigazione globale su una scala che altrimenti sarebbe impossibile” da riprodurre artificialmente, continua Tyack. “Proprio come le persone e le città potrebbero aver notato che, con molto meno rumore del traffico e attività umana, si sente più il canto degli uccelli o forse si vede più fauna selvatica nel proprio ambiente, abbiamo bisogno di modi per monitorare questo nell’oceano”.

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Lo scorso luglio, rilevazioni indipendenti della Guarda Costiera avevano mostrato come in soli due mesi di chiusura si sono registrati “un significativo miglioramento della trasparenza delle acque e un’importante riduzione dei materiali in sospensione”, mentre “aragoste, corvine, cernie e saraghi hanno fatto ascoltare i loro suoni, la loro voce”, grazie alla drastica riduzione dell’inquinamento acustico.

Di recente, una revisione sistematica della letteratura scientifica sull’inquinamento acustico e i suoi impatti sugli ecosistemi marini ha mostrato che circa il 90% degli studi esistenti riscontra danni significativi ai mammiferi marini come balene, foche e delfini, mentre ben l’80% rileva impatti su pesci e invertebrati. Praticamente ogni fonte di rumore è dannosa: ci sono riscontri per i suoni prodotti dalle navi, il sonar, i suoni sintetici (anche il rumore bianco), i dispositivi di deterrenza acustica, il rumore proveniente dalle infrastrutture energetiche e dalle indagini sismiche (preliminari alle trivellazioni).

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