Plastica in mare: nel 2040, la quantità di marine litter potrebbe triplicare

Una ricerca commissionata da The Pew Charitable Trusts mostra come ridurre dell’80% la quantità di rifiuti di plastica che potrebbe finire nell’oceano. Puntando tutto sulla “prevenzione”

Potrebbero essere 600 milioni le tonnellate di marine litter entro i prossimi 20 anni

(Rinnovabili.it) – Una ricerca commissionata da The Pew Charitable Trusts e SYSTEMIQ mostra che la quantità di marine litter legato alla plastica – il rifiuto più abbondante in mari e oceani – potrebbe triplicare nei prossimi 20 anni.

Secondo l’International Solid Waste Association, il consumo di plastica è aumentato durante la pandemia di coronavirus, soprattutto a causa dell’uso di maschere e guanti monouso, e molte discariche nel mondo hanno già raggiunto il proprio limite.

La ricerca, dal titolo Breaking the Plastic Wave, non solo mette in luce una delle più dettagliate timeline per arginare la crisi del marine litter, ma cerca di offrire anche delle soluzioni concrete per ridurre di oltre l’80% il volume di plastica che si prevede possa entrare negli oceani nei prossimi due decenni. “L’inquinamento da plastica è qualcosa che colpisce tutti. Non è un problema di un paese. È un problema di tutti, ha dichiarato Winnie Lau, senior manager di The Pew Charitable Trusts.

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Lo studio delinea quale potrebbe essere lo stato futuro del marine litter se nessuna azione dovesse essere intrapresa. In questo caso, la quantità di plastica che andrebbe in mare ogni anno potrebbe salire da 11 milioni di tonnellate a 29 milioni di tonnellate, lasciando un accumulo di 600 milioni di tonnellate nell’oceano entro il 2040. Si tratta di una quantità equivalente al peso di 3 milioni di balene.

La strategia definita nella ricerca include il reindirizzamento di centinaia di miliardi di dollari di investimenti dalla produzione di plastica alla produzione di materiali alternativi, oltre che impianti di riciclaggio ed espansione della raccolta dei rifiuti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Ciò richiederebbe soprattutto un’inversione di marcia da parte dell’industria energetica, che sta rapidamente costruendo nuovi impianti chimici in tutto il mondo per incrementare la produzione di plastica come alternativa alla sua attività tradizionale nel settore dei carburanti, minacciata dalla presenza di fonti energetiche più pulite.

Dal dopoguerra ad oggi, la quantità di plastica prodotta ogni anno è cresciuta esponenzialmente. Si è passati dai 2 milioni di tonnellate nel 1950, ai 348 milioni di tonnellate nel 2017. Ma, cosa ancora più grave, si prevede che questo numero raddoppierà entro il 2040.

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ExxonMobil, Dow e Chevron Phillips Chemical (i più grandi produttori di plastica a livello mondiale) hanno dichiarato di essere impegnati a combattere l’inquinamento da plastica. Ma i progetti che finanziano si concentrano soprattutto sulla raccolta differenziata, e non sulla “prevenzione” dei rifiuti.

Lo studio, dunque, raccomanda la definizione di leggi che siano in grado di scoraggiare la nuova produzione di plastica e fornire sussidi per alternative riutilizzabili. Questo significa, però, smettere di vedere nel riciclo l’unica soluzione possibile. Infatti, secondo la ricerca, gli impegni di aziende come Coca-Cola e Nestlé di aumentare l’uso di materie riciclate ridurranno la quantità di plastica che fluisce nell’oceano solo del 7% entro il 2040.

Di contro, per ridurre la quantità di marine litter drasticamente, sarebbero necessarie alternative compostabili alla plastica monouso e gli imballaggi dovrebbero essere ridisegnati per contenere più del doppio dell’attuale quota di materiale riciclabile. Lo studio, dunque, punta tutta sulla riduzione del rifiuto a monte, che eviterebbe anche il ricorso a tecniche di riciclaggio chimico e alla combustione dei rifiuti.

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