Tecnologie di recupero della plastica in mare, le sfide da risolvere

Uno studio dell’Università di Plymouth mette in dubbio l’efficacia e la sostenibilità delle tecnologie di recupero della plastica

tecnologie di rimozione della plastica
Foto di Angela Compagnone su Unsplash

Tecnologie di recupero della plastica, quali controindicazioni?

(Rinnovabili.it) – Non sempre si dovrebbe fare affidamento sulle tecnologie di recupero della plastica. Per quanto siano un metodo apprezzabile per rimuovere da mari, oceani e corsi d’acqua i rifiuti accumulati, infatti, vanno prese con le pinze. I dispositivi meccanici di pulizia della plastica presentano infatti alcune controindicazioni.

Lo segnala uno studio pubblicato sulla rivista One Earth da un team di ricercatori dell’Università di Plymouth. Alcuni autori sono tra i massimi esperti mondiali di inquinamento da plastica. Quali sono i punti critici di queste tecnologie? Secondo gli scienziati, finora hanno mostrato un’efficienza variabile nella quantità di materiale di scarto che sono in grado di raccogliere. Molte tecniche, inoltre, sono state applicate senza test preliminari. Ed è stato dimostrato che alcune possono danneggiare una moltitudine di organismi marini con ricadute negative su pesci, crostacei e alghe superiori ai benefici, in termini di plastica catturata. Questo vuol dire che il che significa che il loro impatto complessivo sull’oceano potrebbe essere potenzialmente più dannoso che utile

Quali tecnologie di recupero della plastica?

La ricerca evidenzia che negli ultimi anni sono state sviluppati diversi dispositivi per rimuovere la plastica dall’ambiente. Sulle spiagge turistiche aumentano ad esempio i veicoli che effettuano la vagliatura. Tecnologie di cattura della plastica sono state implementate nei porti. Barriere, tende o recipienti sono stati posizionati su fiumi e torrenti. Inoltre, c’è tutta una serie di dispositivi per il mare aperto e i fondali. Queste combinano uso di reti trainate da navi e intelligenza artificiale. Tuttavia, la ricerca degli studiosi di Plymouth afferma che, anche se queste tecnologie mostrassero una vera efficacia, riuscirebbero a malapena a scalfire la superficie del problema

Senza contare il rischio di greenwashing tramite nuovi programmi di “crediti di plastica”, simili ai crediti di carbonio, per compensare le emissioni di plastica con l’uso di tecnologie di rimozione della plastica non selettive e dannose

Smettere di trattare i sintomi

Con la produzione di polimeri destinata a triplicare entro il 2060, non è questa la via da percorrere. Lo studio suggerisce infatti di smettere di trattare soltanto i sintomi del problema. Sarebbe tempo di concentrarsi sulle cause. Il modo più economico ed efficiente per prevenire ulteriore inquinamento, dicono gli esperti, è ridurre la produzione e il consumo di plastica. Laddove sia essenziale avere questo materiale nei prodotti, che almeno questi ultimi siano sicuri e riciclabili.

Una proposta interessante è quella di includere nel prezzo dei prodotti in plastica tutti quei costi nascosti come l’inquinamento. Chissà se i negoziati in corso per un Trattato globale che affronti il problema saranno in grado di farne un obiettivo.

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