USA, 700 siti contaminati da PFAS, 110 mln di cittadini a rischio

Negli USA, i 700 siti contaminati PFAS mettono in grave rischio la salute di oltre 110 milioni di cittadini. Con un atto apposito approvato a gennaio dalla Camera, si chiede all’EPA di imporre severe limitazioni, ma l’amministrazione Trump minaccia il veto

PFAS
Foto di nextvoyage da Pixabay

Particolarmente resistenti e persistenti, i PFAS mettono a rischio la salute di 110 milioni di cittadini

(Rinnovabili.it) – Nel 2002, la multinazionale francese Saint-Gobain aveva potenziato la produzione di tessuti resistenti alle intemperie confezionati nel suo stabilimento di Merrimack, nel New Hampshire. Poco dopo – ricorda il Guardian – i residenti che vivevano vicino alla struttura, tra cui un allarmante numero di bambini, hanno cominciato a manifestare gravi problemi di salute

Il gruppo di difesa Merrimack Citizens for Clean Water (MCCW) parlava nel dettaglio di alti livelli di cancro, problemi cardiovascolari, disturbi autoimmuni, malattie renali e disturbi dello sviluppo. Le cause furono immediatamente rintracciate nel teflon e negli altri PFAS utilizzati da Sant-Gobain per la produzione dei tessuti, le cui concentrazioni risultarono essere di 70.000 parti per trilione (ppt) in un’area di 65 miglia intorno alla struttura. 

 

Nonostante il risarcimento a cui l’azienda fu obbligata, a distanza di quasi vent’anni dall’accaduto, simili situazioni continuano a verificarsi in tutti gli Stati Uniti e la situazione non fa che peggiorare. Residenti, gruppi ambientalisti e funzionari a tutti i livelli si trovano infatti di fronte a una grave e crescente crisi della salute pubblica, riconducibile per l’appunto ai PFAS. Per tutto il 2019 – e ora nel 2020 – la portata di tale crisi sanitaria è risultata essere fortemente focalizzata. Nel dettaglio, in 34 città degli Stati Uniti, sono stati identificati un totale di circa 700 siti contaminati da PFAS, a loro volta responsabili dell’inquinamento dell’acqua bevuta da circa 110 milioni di cittadini. Attualmente, si stima che il PFAS sia nel sangue del 99% degli americani. 

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Ampiamente utilizzati in campo industriale, cosmetico e tessile, i PFAS sono estremamente resistenti ai principali processi naturali di degradazione e, per questo, particolarmente difficili da eliminare dall’ambiente e dagli organismi. 

Sebbene i loro effetti siano ancora sotto indagine, numerosi studi hanno da tempo collegato i PFAS a gravi problemi per la salute, tra cui tumori, disturbi alla tiroide, malattie renali, disturbi autoimmuni, malattie del fegato, problemi di sviluppo nei feti, Parkinson, malattie delle ossa ed altro ancora. Attraverso il più grande studio epidemiologico mai condotto, l’Environmental Protection Agency (EPA) ha evidenziato nel 2012 un probabile collegamento con alcune delle principali malattie diagnosticate agli abitanti della Virginia Occidentale, esposti – a causa di un impianto chimico di DuPont –  ad alti livelli di PFAS. Recentemente, alcune aziende chimiche hanno introdotto nuove generazioni di PFAS ritenute più sicure e meno cumulative nell’ambiente. Ipotesi smentita dai recenti test che, al contrario, hanno classificato queste nuove sostanze come ancor più pericolose – perché più mobili – di quelle vecchie.

 

La situazione è critica, ma gli interessi economici delle principali aziende che ne fanno uso sono state ancora una volta anteposti alla tutela della salute pubblica. 

Il presidente Donald Trump ha minacciato il veto al PFAS Action Act approvato a gennaio dalla Camera con il sostegno bipartisan. Tra le altre cose, l’atto chiede all’EPA di imporre una limitazione allo scarico di tali sostanze nelle acque potabili, di impostare una moratoria di cinque anni sulla loro produzione e di stanziare i fondi necessari alla bonifica dei territori e dei siti contaminati.
Già nel 2017, ricorda ancora il The Guardian,  l’Agency for Toxic Substances and Disease Registry aveva raccomandato di ridurre il “livello di rischio minimo” dal 70% al 12%, evidenziando i potenziali rischi per la salute nei soggetti più sensibili, tra cui neonati e donne in stato di gravidanza.  Tuttavia, l’amministrazione Trump ha “corretto” il rapporto per evitare “l’incubo delle pubbliche relazioni” derivanti dall’aumento dei costi di bonifica, mantenendo il livello di rischio minimo al 70%. 

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