Nativi americani contro il Governo Trump sulle trivellazioni nelle terre sacre

Associazioni ambientaliste e il Comitato del popolo Gwich’n hanno citato in giudizio il Dipartimento degl’Interni USA riguardo la mancanza d’informazioni pubbliche sulle concessioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refuge.

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Paesaggio nell’arctic national Wildelife Refugee – Credit: U.S. Fish and Wildlife Service

L’Arctic National Wildlife Refuge è la dimora di alcune popolazioni di nativi americani e luogo di migrazione di orsi polari e caribou (ma anche giacimento petrolifero da 10 mld di barili)

 

(Rinnovabili.it) – Il Governo degli Stati Uniti d’America è stato denunciato per aver mancato di comunicare le basi tecniche, scientifiche e ambientali su cui poggino le recenti autorizzazioni a esplorazioni petrolifere nell’Arctic National Wildlife Refuge, un’area costiera protetta nel nord ovest dell’Alaska. La causa è stata intentata dai rappresentanti del popolo Gwich’n, nativi americani stanziati da secoli tra il nord del Canada e l’Alaska, insieme a diverse associazioni ambientaliste.

 

Secondo l’accusa, depositata presso il Tribunale distrettuale di Anchorage, la principale città dello Stato dell’Alaska, il Dipartimento degl’Interni USA (DOI) avrebbe violato la Legge federale evitando di fornire informazioni sulla metodologia utilizzata per elaborare i piani di concessioni petrolifere nell’area protetta. Il Gwich’in Steering Committee e l’Associazione ambientalista Defenders of Wildlife sostengono di aver presentato numerose richieste di chiarimenti sotto l’egida della Legge sulla libertà di informazione (ratificata negli States nel 1966), senza riuscire a ottenere nessun tipo di spiegazione dal DOI.

 

L’area protetta è da decenni nel mirino delle compagnie petrolifere a causa dei ricchi giacimenti scoperti al di sotto della superficie semi ghiacciata, stimati dalla U.S. Geological Survey (USGS) in oltre 10 miliardi di barili di petrolio. Una revisione fiscale varata dal Governo Trump nel 2017 prevedeva per la prima volta l’apertura a missioni esplorative di ricerca di idrocarburi fossili nella fascia costiera di circa 1,5 milioni di acri (poco più di 600 mila ettari) a nord est dell’Alaska.

 

A febbraio 2019, il Dipartimento degl’Interni ha annunciato la sospensione di qualsiasi attività esplorativa durante l’inverno di quest’anno, lasciando però intendere che con l’arrivo della prossima stagione fredda verrà dato il via alle ricerche petrolifere. Il Bureau of Land Management, l’organo dipartimentale che gestisce i permessi di trivellazione negli USA, ha comunque annunciato l’intenzione di mettere in vendita concessioni per attività nell’area già a partire da quest’anno.

 

La flotta di mezzi pesanti e attrezzature necessarie alle rilevazioni può attraversare i terreni paludosi dell’Arctic National Wildlife Refuge solo quando sono ghiacciati e permettono quindi ai grossi camion di non sprofondare.

La regione, tuttavia, è anche meta di migrazione per orsi polari e Caribou, oltre a essere terra natia considerata sacra dalle popolazioni indigene come i Gwich’n.

 

Negli scorsi mesi, i gruppi ambientalisti e i rappresentanti dei nativi dell’Alaska hanno frequentemente richiesto report riguardo l’impatto che l’esplorazione petrolifera avrebbe avuto sull’allevamento e la migrazione dei Caribou, sull’effetto delle indagini sismiche tridimensionali necessarie a scandagliare la morfologia del sottosuolo e più in generale sul lavoro di sviluppo del progetto di trivellazione portato avanti dai funzionari del DOI durante lo shutdown che avrebbe dovuto bloccare le attività federali nei primi mesi di quest’anno.

 

“Abbiamo bisogno di sapere cosa stanno facendo le Agenzie governative e cosa stanno revisionando quando decidono cosa fare con le nostre terre sacre e il nostro stile di vita“, ha commentato Bernadette Demietieff, direttrice esecutiva del Gwich’in Steering Committee.

 

“Questa causa serve a portare trasparenza in quello che è stato un procedimento frettoloso e tenuto nascosto per vendere i tesori della nostra nazione all’industria petrolifera”, ha commentato Patrick Lavin, portavoce di Defenders for Wildlife.

 

Il Dipartimento degl’Interni degli Stati Uniti ha invece scelto di non commentare l’avvio dell’iter legale.

 

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