La Corte internazionale di giustizia tratterà anche i casi di giustizia climatica?

L’ICJ avrebbe il mandato di fornire pareri consultivi in materia di obblighi statali nel contrasto alla crisi climatica. La proposta presentata da Vanuatu e altri 17 paesi all’assemblea generale dell’Onu dovrebbe passare a larga maggioranza

Giustizia climatica: Vanuatu prepara una piccola rivoluzione all’Onu
crediti: R Boed via Flickr CC BY 2.0

Uno strumento in più per la società civile che lotta per la giustizia climatica

(Rinnovabili.it) – Allargare il mandato della Corte internazionale di giustizia (ICJ) per includere la crisi climatica. E dare una stampella in più alla società civile per vincere i contenziosi climatici con i governi. Lo propone Vanuatu con una bozza di risoluzione da votare in assemblea generale dell’Onu. Il piccolo stato insulare del Pacifico, uno tra i più minacciati dal cambiamento climatico, punta così a mettere un’arma in più a disposizione della giustizia climatica.

Cosa prevede esattamente la risoluzione? Si chiede di aggiungere, alle possibilità di manovra dell’ICJ, quella di fornire pareri consultivi sugli obblighi degli stati riguardo il cambiamento climatico. Questi pareri devono riferirsi al corpus di diritto internazionale costituito, tra gli altri, dall’Unfccc e dal Paris agreement. Inoltre, la Corte deve chiarire quali sono gli obblighi di legge per gli stati che hanno danneggiato clima e ambiente, sia verso i paesi più vulnerabili sia verso i singoli cittadini, presenti e futuri.

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L’ICJ emetterebbe quindi dei pareri che non hanno valore vincolante, ma che possono costituire un indirizzo valido e informare procedimenti in sedi giudiziarie diverse. Come, appunto, un tribunale nazionale dove si discute un caso di giustizia climatica. La procedura consultiva, inoltre, è l’unico strumento della Corte che sia aperto anche a organizzazioni internazionali e alla società civile, invece che alle sole autorità statali.

Dietro questo ampliamento c’è un consenso crescente. A presentare la risoluzione, insieme a Vanuatu, sono altri 17 paesi, tra cui Angola, Mozambico, Singapore, Nuova Zelanda, Germania, Portogallo, Vietnam, Bangladesh, Samoa, Sierra Leone, Stati federati di Micronesia. Ma i proponenti assicurano che in aula ci sarebbe un consenso ancora più vasto, che avrebbe già superato la soglia dei 100 paesi membri dell’Onu, cioè la maggioranza semplice necessaria per approvare la risoluzione.

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L’iniziativa potrebbe anche dare una marcia in più alla definizione del meccanismo su perdite e danni che è stato appena approvato alla COP27 di Sharm e che dovrà essere reso operativo entro i prossimi 12 mesi. Il testo della risoluzione, infatti, non chiede esplicitamente alla ICJ di dare una valutazione sugli obblighi di un paese in termini di loss and damage, ma li cita come uno degli effetti del climate change da considerare.

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