Joe Biden e il clima, visti da Bruxelles

Come saranno i rapporti tra Washington e Bruxelles per i prossimi 4 anni? Che ruolo giocherà il clima? Luci e ombre di una relazione da riscrivere da zero, o quasi

Joe Biden e il clima, visti da Bruxelles
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Si insedia oggi la nuova amministrazione guidata da Joe Biden

di Lorenzo Marinone

(Rinnovabili.it) – In queste ore, il neo presidente Joe Biden giurerà sulla Bibbia, entrerà alla Casa Bianca e firmerà alcune decine di ordini esecutivi per dire addio all’era Trump. Tra i provvedimenti molti riguarderanno il clima. Da molti il democratico è visto come colui che – finalmente – riporterà gli Stati Uniti al centro dell’azione climatica globale, e magari riuscirà a dare uno slancio decisivo per alzare l’asticella dell’ambizione. Visti da Bruxelles, invece, i prossimi 4 anni di amministrazione Biden sono un periodo ambivalente, durante il quale l’Unione Europea si gioca una buona fetta delle sue ambizioni globali.

La Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha speso un enorme capitale politico nella torsione verde del vecchio continente. Il Green Deal non è solo qualcosa di dovuto, per una classe dirigente che presta l’orecchio alla scienza. E’ anche, e forse soprattutto, uno strumento di politica internazionale, con cui si prova a fare della diplomazia climatica il nuovo centro di gravità delle relazioni internazionali.

In questo senso, von der Leyen ha detto una verità profonda quando ha definito il Green Deal come ‘l’uomo sulla Luna’ dell’Europa. Proprio come la corsa allo spazio durante la guerra fredda, l’azione climatica oggi delimita un nuovo campo da gioco, in cui gli attori si muovono seguendo delle regole (in parte) diverse da prima. Bruxelles si affaccia in questa arena, che ha contribuito a plasmare, con uno spirito degno del miglior de Coubertin: sarebbe una vittoria anche soltanto riuscire a partecipare, nel gioco dei ‘grandi’. Una prima volta nella Storia, la maturità dell’UE come soggetto politico globale. Evitando che tutto si giochi soltanto sull’asse Washington-Pechino.

Non è certo un mistero che gli Stati Uniti, al netto della retorica felpata, vedano di mal’occhio un’Europa (troppo) forte. E ce ne accorgeremo anche su un tema come il clima. Basti pensare al potenziale dirompente che ha uno strumento come la carbon border tax nei rapporti con l’America. O l’introduzione anche in Cina di un sistema di scambio dei crediti di carbonio, modellato più o meno sull’ETS europeo. Oppure, ancora, il dialogo intavolato con Pechino proprio a partire dal clima, che in un certo modo taglia fuori gli USA.

Che all’orizzonte si prospetti una competizione più accesa che in passato, lo ha detto piuttosto chiaramente il presidente del consiglio europeo Charles Michel. Commentando l’insediamento di Biden, Michel ha sottolineato che “abbiamo le nostre differenze e non scompariranno magicamente”, e che anche se l’America “sembra essere cambiata” non ci dobbiamo dimenticare che “anche il modo in cui viene percepita in Europa e nel resto del mondo è cambiato”. E sembra pensato proprio per contenere gli aspetti più corrosivi delle nuove relazioni transatlantiche all’epoca del Green Deal il “nuovo patto transatlantico” con cui lo stesso Michel, col placet della Commissione, propone a Joe Biden: una nuova intesa globale su 5 macro-aree (clima incluso). Che è anche, al tempo stesso, un nuovo perimetro delle relazioni bilaterali che lasci più spazio all’Europa.

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