Terra promessa. Se tutti barano sui pozzi di carbonio

Sommando tutti i terreni destinati a carbon sink nei piani nazionali per il clima, si arriva a 1,2 mld ha: l’equivalente di tutte le terre coltivate sul Pianeta oggi. Sarebbe realizzabile solo a costo di sconvolgimenti ecologici e sociali immani. Numeri impossibili, presentati solo per evitare di ridurre le emissioni a monte

Pozzi di carbonio: le promesse sul clima sono impossibili
Photo by Andreas Gücklhorn on Unsplash

Il Land Gap Report mostra l’insostenibilità dei target globali sui pozzi di carbonio naturali

(Rinnovabili.it) – Ogni anno consumiamo molte più risorse di quante la Terra ne può riprodurre nello stesso lasso di tempo. Andiamo a debito, insomma. Nel 2022 abbiamo esaurito il budget il 28 luglio. È una media, se guardiamo solo l’Italia il giorno fatidico è caduto il 15 maggio e avremmo bisogno di 5,3 Italie per sostenere il nostro livello di consumi. È chiaro a tutti che questo sistema è insostenibile. Una cosa molto simile accade con le promesse sul clima: tutti barano, tutti vanno a debito. Come? Promettendo di assorbire dall’atmosfera, tramite pozzi di carbonio naturali, molta più CO2 di quanto sia realmente possibile.

Stime irrealistiche sui pozzi di carbonio

Se si fanno bene i conti, le promesse sull’azione climatica di tutti gli stati sono, complessivamente, del tutto irrealistiche. Sommando l’estensione di terreno necessaria per assorbire tanta CO2 quanta ne stimano i piani nazionali contro la crisi climatica, si arriva alla strabiliante cifra di 1,2 miliardi di ettari. È una superficie immensa, praticamente uguale a quella di tutta la terra coltivata al mondo. Sono i calcoli contenuti in The Land Gap report, un lavoro condotto da scienziati provenienti da Australia, Danimarca e Svezia.

“Questo dato dimostra che gli impegni climatici dei paesi si basano su quantità irrealistiche di rimozione del carbonio dal suolo”, scrivono gli autori. In linea di principio, non è impossibile riservare più di 1 mld di ha di terra a pozzi di carbonio naturali. Il problema è che questo non può avvenire “senza impatti negativi significativi sui mezzi di sussistenza, sui diritti fondiari, sulla produzione alimentare e sugli ecosistemi.

Solo meno della metà delle promesse sui pozzi di carbonio, 551 mln di ha, “ripristinerebbe gli ecosistemi degradati”, mentre per 633 mln ha sarebbe necessario “un cambiamento di destinazione d’uso dei terreni per ottenere la prevista rimozione del carbonio, con il potenziale di spostare la produzione alimentare, compresi i mezzi di sussistenza sostenibili per molti piccoli agricoltori”.

Quali soluzioni?

Queste mirabolanti promesse hanno uno scopo preciso: spostare sui carbon sink parte consistente del peso della riduzione delle emissioni di gas serra, evitando così politiche più aggressive (e “costose” in termini di consenso). Ma in questo modo, sostengono gli autori, gli obiettivi climatici nazionali sono tutti mal calibrati rispetto ai target internazionali.

Come raddrizzare la situazione? Il Land Gap Report suggerisce di seguire 4 principi. Primo, le promesse devono essere più dettagliate. Bisogna chiarire estensione, uso e proprietà della terra che si immagina destinata a pozzi di carbonio. Secondo, dare priorità alla protezione di ecosistemi primari invece di promettere di piantare alberi: la prima soluzione è ecologicamente molto più efficace, specie nel breve-medio termine. Così si può pensare di raggiungere i target al 2030 per tenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C.

Terzo punto, le misure di mitigazione della crisi climatica dovrebbero riconoscere la sapienza e i diritti di popoli indigeni come un asset importante. Allo stesso modo, vanno tutelati diritti umani e sovranità alimentare. Ultimo aspetto, le strategie dovrebbero essere multifunzionali. In quest’ottica, gli scienziati rimarcano l’importanza di adottare su vasta scala i principi dell’agroecologia.

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