Industria fossile: aumentano le pressioni per la contabilizzazione dei rischi climatici

Un gruppo di investitori sta facendo pressioni sulle più importanti società di contabilità affinché i rischi climatici vengano espressi adeguatamente nei bilanci dei loro clienti.

Rischi climatici
Credits: Arek Socha da Pixabay

Al via una campagna per una più severa definizione dei rischi climatici da parte delle aziende

(Rinnovabili.it) – Un gruppo di investitori, che gestisce un patrimonio da 2,2 miliardi di miliardi di dollari, ha lanciato una campagna affinché le compagnie petrolifere definiscano in modo più chiaro ed esplicito i rischi climatici nella loro contabilità. “La domanda a cui tutti i direttori aziendali devono rispondere con urgenza è: quali sono i punti critici della società?, ha dichiarato a Reuters Natasha Landell-Mills, responsabile della campagna.

All’inizio dell’anno scorso, gli investitori hanno iniziato a fare pressioni sulle cosiddette Big Four società di contabilità (EY, Deloitte, PwC e KPMG) affinché i rischi climatici vengano espressi adeguatamente nei bilanci dei loro clienti. Il presupposto della campagna è che, sebbene molte aziende stiano attivamente contribuendo al riscaldamento del pianeta, ci sia comunque una grande difficoltà nel fare il punto sui rischi che devono affrontare.

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La campagna, condotta da Sarasin & Partners, sottolinea il dovere legale delle aziende nel garantire che i loro bilanci riflettano in pieno in che modo le politiche climatiche nazionali e sovranazionali, cosi come l’abbassamento dei costi delle energie rinnovabili, possano incidere sulla loro redditività futura. Infatti, la non contabilizzazione di potenziali perdite future legate ai rischi climatici può indebolire una società, rendendo più difficile il finanziamento di nuovi investimenti in attività ad alta intensità di carbonio.

“Si tratta di garantire che non ci siano false dichiarazioni, ha commentato Landell-Mills, portavoce di una coalizione che comprende Sarasin & Partners, M&G Investments, Jupiter Asset Management, NN Investment Partners e fondi pensione come la Brunel Pension Partnership e la PKA danese.

Sebbene sia difficile valutare in modo indipendente l’impatto della campagna, Landell-Mills ha indicato una serie di mosse che si allineano alle richieste degli investitori presenti nelle lettere inviate a BP, Shell e Total. Nelle lettere, gli investitori chiedono alle aziende se le ipotesi sul prezzo del petrolio stilate dalle società, e che costituiscono la base dei loro bilanci, fossero allineate con gli obiettivi dell’accordo sul clima di Parigi.

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La scorsa settimana, BP ha ridotto le sue previsioni del prezzo del petrolio da una media di 70 dollari al barile fino al 2050 ad una media di 55 dollari, affermando inoltre che avrebbe dovuto rivedere alcuni piani per futuri progetti di esplorazione. Nel frattempo, anche Shell ha abbassato le sue aspettative a lungo termine attestandosi ad una media di 60 dollari al barile, così come Total.

Inoltre, sebbene le major petrolifere abbiano adeguato le rispettive ipotesi sui futuri prezzi del petrolio, gli investitori hanno notato che la relazione del revisore dei conti di Shell conteneva sostanzialmente più riferimenti ai rischi climatici rispetto all’anno precedente. “È la punta dell’iceberg”, ha detto Landell-Mills, “ma gli investitori dovranno capire che le major del petrolio non saranno in grado di pagare i dividendi come hanno fatto finora.

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