Clima: 9 punti di non ritorno che abbiamo già raggiunto

Un nuovo studio mostra come più della metà dei tipping point climatici, identificati appena dieci anni fa, sono ora “attivi”

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Image credit: NASA’s Oceans Melting Greenland mission

 

(Rinnovabili.it) – Più di una decina di anni fa, gli scienziati dell’IPCC cercarono di definire una serie di tipping point per il riscaldamento globale, vale a dire dei punti di non ritorno oltre i quali sarebbe stato impossibile mantenere “lo stato del clima”. O più precisamente, oltre i quali si sarebbero innescati profondi e irreversibili cambianti con effetti a cascata su tutto l’ecosistema terrestre. Si va da elementi su larga scala, come lo scioglimento delle calotte glaciali di Groenlandia e dell’Antartide, a quelli regionali, come una possibile un rafforzamento del monsone dell’Africa occidentale. A quel tempo, questa sorta di ribaltamenti climatici, soprattutto su larga scala, erano considerati probabili solo con un aumento di 5°C delle temperature medie mondiali al di sopra dei livelli preindustriali. Le ultime informazioni scientifiche riassunte nei report IPCC del 2018 e del 2019, ci dicono tuttavia un’altra cosa: per innescarli potrebbero bastare anche solo 2°C di aumento.

Che la situazione sia molto delicata è confermato anche da un recente studio internazionale, secondo cui il Pianeta avrebbe già raggiunto (ma non ancora sorpassato) ben nove punti di non ritorno. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature (testo in inglese) e redatta da un gruppo di esperti provieniti dall’Università di Exeter  (Regno Unito) dall’Università di Copenaghen (Danimarca), dall’Australian National University a Canberra e dall’Università di Potsdam (Germania).

 

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Nel documento gli scienziati chiedono un’azione urgente per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e prevenire in questo modo il superamento dei tipping point. “Un decennio fa abbiamo identificato una serie di potenziali punti di non ritorno nel sistema terrestre, ora abbiamo le prove che oltre la metà di questi sono stati attivati”, spiega il professor Tim Lenton, direttore del Global Systems Institute dell’Università di Exeter. La crescente minaccia di cambiamenti rapidi e irreversibili significa che non è più un atteggiamento responsabile quello di aspettare e vedere. La situazione è urgente e abbiamo bisogno di una risposta d’emergenza”.

 

A preoccupare, sottolinea il coautore Johan Rockström, direttore dell’Istituto di ricerca sull’impatto climatico di Potsdam, “non sono solo le pressioni umane sulla Terra, che continuano a salire a livelli senza precedenti. È anche che, man mano che la scienza avanza, dobbiamo ammettere d’aver sottovalutato il rischio di scatenare cambiamenti irreversibili, cambiamenti in grado di auto-amplificare il riscaldamento globale”.

 

Nel dettaglio i nove punti di non ritorno “attivi” riguardano:

 

La fusione delle calotte glaciali, ad esempio, porterebbe ad un aumento irreversibile del livello dei mari di 10 metri. La riduzione delle foreste pluviali e foreste boreali, invece, provocherebbe il rilascio di ulteriori gas serra amplificando il riscaldamento. Sebbene i futuri punti di non ritorno e l’interazione tra di essi siano difficile da prevedere, gli scienziati sostengono che “se dovessero verificarsi stravolgimenti dannosi  a cascata, non è possibile escludere un tipping point globale, una minaccia esistenziale alla civiltà. Nessuna analisi costi-benefici ci aiuterà. Dobbiamo cambiare il nostro approccio al problema”.

 

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