Sabbie bituminose a rischio: dilaga la protesta

L’opposizione pubblica all’estrazione del petrolio da sabbie bituminose è troppo forte. Le compagnie pensano di abbandonare i nuovi progetti

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(Rinnovabili.it) – L’opposizione pubblica contro le sabbie bituminose, soltanto quest’anno, è costata all’industria mancati profitti per 17 miliardi di dollari. Lo evidenzia uno studio di Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), insieme ad Oil Change International, che analizza per la prima volta l’impatto delle campagne ambientaliste sugli idrocarburi non convenzionali.

Altri 13.8 miliardi si sono persi nel trasporto e con l’ondata di petrolio a basso costo proveniente dagli shale fields, estratto mediante il fracking.

 

«I dirigenti industriali non avevano previsto il livello e l’intensità dell’opposizione pubblica alle loro grandi opere – spiega Steve Kretzmann, direttore esecutivo di Oil Change International – Le azioni di contrasto stanno ponendo nuove questioni legate alla protezione dell’ambiente, i diritti delle popolazioni locali e l’impatto devastante degli oleodotti. Il tempo del ‘business as usual’, per le grandi compagnie petrolifere, è finito».

L’industria sta fronteggiando un declino nella capacità di spesa per nuovi progetti legati alle tar sands, a causa di problemi dovuti al trasporto del petrolio. La costruzione degli oleodotti viene infatti osteggiata dalle comunità contrarie, causando rallentamenti o stalli nelle operazioni e perdite economiche per i costruttori.

In Canada, il movimento ambientalista si è rafforzato con l’ingresso del neonato movimento indigeno Idle No More (INM, ossia “mai più inattivi”). Non sono gli indiani del 1800, hanno case in muratura e usano lo smartphone. Ma sono tornati “tribù” perché accomunati dagli stessi valori e compattati dalla minaccia di un nemico comune. Nel loro manifesto sottolineano il ritorno alle proprie radici: «Lo sfruttamento delle risorse ha avvelenato molte terre e acque. Gli animali e le piante stanno morendo in molte aree del Canada. Noi abbiamo leggi più antiche di questo governo coloniale, che indicano come vivere con la terra».

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La crescita del movimento di opposizione agli idrocarburi non convenzionali è stata possibile per la capacità delle campagne di fare breccia presso il grande pubblico. Secondo Tom Sanzillo, responsabile finanza all’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, «i produttori di petrolio da sabbie bituminose devono fronteggiare un nuovo genere di rischio. Questo dissenso ha raggiunto una presenza costante nel dibattito, cosicché il sentimento del pubblico evolve e l’influenza delle organizzazioni anti-tar sands continua a crescere».

 

Il Canada è in difficoltà, avendo legato il suo futuro all’espansione di questo settore. Possiede infatti la terza più grande riserva al mondo di questi idrocarburi, dopo l’Arabia Saudita e il Venezuela. E sta per accedere al mercato europeo. Ma l’estrazione del petrolio dal bitume necessita di enormi quantità d’acqua e solventi, che disseminano nell’atmosfera tonnellate di emissioni.

Il processo di produzione prevede iniezioni di vapore, miniere e raffinerie a cielo aperto. Pratiche che lasciano cicatrici indelebili sul territorio, dalla deforestazione alle pozze di residui tossici.

 

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Da questo sfruttamento intensivo delle risorse naturali nasce la protesta ambientalista e indigena, che prende di mira gli oleodotti che uniscono Canada e Stati Uniti. Il progetto del Keystone XL è fermo da mesi, e l’industria non sa come portarlo avanti senza trovarsi di fronte a forti reazioni. Secondo la ricerca, il proliferare di queste situazioni di stallo sta scoraggiando le compagnie, seriamente intenzionate ad abbandonare quasi tutti i nuovi progetti.

Significa che circa 7 miliardi di barili di petrolio da sabbie bituminose potrebbero restare nel sottosuolo, pari a 4 miliardi di tonnellate di emissioni risparmiate entro il 2030. Ma soprattutto è il segno di una nuova capacità dei territori di incidere nelle decisioni di politica nazionale, una riappropriazione di strumenti democratici attraverso il contrasto alle decisioni prese dai vertici senza consultazioni pubbliche o rispetto per gli ecosistemi. Segno che l’ambientalismo non è morto, ma vive di lotte locali, fuori dall’alveo istituzionale, ma sempre pronte ad esplodere su scala più ampia.

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