Trivelle: il gestore di Ombrina Mare porta l’Italia in tribunale

La tortuosa vicenda della piattaforma abruzzese finisce con un arbitrato internazionale: Rockhopper, gestore dell’impianto, chiederà i danni all’Italia sulla base dei profitti mancati

Trivelle: il gestore di Ombrina Mare porta l’Italia in tribunale

 

(Rinnovabili.it) – Sarà un arbitrato internazionale a decidere la sorte di Ombrina Mare, la piattaforma petrolifera a 6 miglia dalla costa abruzzese. Rockhopper, la compagnia titolare dell’impianto, ha annunciato ieri che ricorrerà contro l’Italia per lo stop al progetto. Uno stop che è arrivato con modifiche di legge inserite frettolosamente nella legge di Stabilità 2016 da Palazzo Chigi. Ma che sarebbe arrivato anche dalla vittoria del Sì al referendum dello scorso aprile.

 

L’annuncio di Rockhopper

Già il mese scorso la Rockhopper aveva annunciato che avrebbe ricorso ad un arbitrato internazionale contro l’Italia. Ieri è arrivata la conferma ufficiale. «Rockhopper sta considerando le sue opzioni rispetto all’ottenimento di compensazioni dal Governo per ciò che considera una violazione della Carta dell’Energia – spiega la compagnia in un comunicato stampa – Sulla base dell’opinione di esperti legali, Rockhopper è convinta di avere buone prospettive di recuperare i danni significativi che sono risultati dalla violazione; questi saranno richiesti sulla base dei profitti mancati».

 

Trivelle: il gestore di Ombrina Mare porta l’Italia in tribunale

 

L’arma dell’ISDS

Rockhopper farà dunque ricorso ad un arbitrato internazionale. È un meccanismo noto anche come ISDS, ovvero Investor-state dispute settlement, cioè un meccanismo di risoluzione delle controversie che permette ad un privato (l’investitore) di richiedere i danni ad uno Stato. Nello specifico, si tratta di uno strumento previsto da un accordo internazionale di investimento come la Carta dell’Energia, entrato in vigore in UE nel 1998.
L’ISDS consegna a compagnie e multinazionali uno strapotere rispetto agli Stati. Spesso, infatti, nelle cause intentate sono in ballo miliardi e miliardi di euro, cifre potenzialmente così alte che gli Stati, nella prospettiva di vedersi svuotate le casse, sono “invogliate” a scendere a patti con il ricorrente. Un’arma potentissima: se la legge varata da uno Stato non piace, l’azienda la può impugnare. Lo prevedono tutti i grandi trattati internazionali sul commercio, a partire dal TTIP. E i precedenti non fanno ben sperare. Oltre ad avere percentuali altissime di sentenze favorevoli alle multinazionali, spesso gli ISDS trattano cifre assurde.

 

Tutti i profitti (mancati) di Ombrina Mare

È il caso del contenzioso che oppone la Gabriel Resources alla Romania per lo stop alle miniere d’oro di Rosia Montana. L’azienda chiede 4 miliardi di euro, pari al 2% del PIL romeno. E per Ombrina Mare? Nessuna cifra è stata ipotizzata fino ad ora. Ma leggendo con attenzione il comunicato di Rockhopper ci si può iniziare a fare un’idea. L’azienda scrive che chiederà i danni non sulla base degli investimenti già fatti e congelati, bensì sulla base dei profitti mancati.
Il computo quindi non riguarderà solo i milioni di euro che ha speso ad oggi, compresi i 2 mln stimati per lo smantellamento della piattaforma, ma potrebbe lievitare a dismisura incorporando anche i profitti che sarebbero derivati dall’estrazione e dalla vendita del petrolio abruzzese.

 

La vicenda di Ombrina Mare

Trivelle: il gestore di Ombrina Mare porta l’Italia in tribunaleÈ il risultato della controversa vicenda della piattaforma Ombrina Mare. Il referendum sulle trivelle chiedeva che venisse ripristinato il limite delle 12 miglia dalla costa per le perforazioni petrolifere. Nel tentativo di sabotare la consultazione popolare, il Governo aveva introdotto nella legge di Stabilità 2016 alcune modifiche di legge, tra cui il ripristino di questo limite. Ma con differenze enormi rispetto a quanto chiedevano i promotori del referendum: il Governo infatti aveva salvato tutti i «titoli abilitativi già rilasciati» alla data di entrata in vigore della legge di Stabilità. Il permesso di ricerca per Ombrina Mare scadeva il 31 dicembre, la legge è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 30. Così non è scattato il divieto per il successivo permesso di coltivazione, ma è stato soltanto sospeso (per un anno) quello di ricerca. Nel febbraio 2016 l’Italia ha poi negato la richiesta di concessione ad estrarre.

Ma era tutt’altro che una pietra tombale. Tant’è vero che a inizio novembre Rockhopper ha chiesto nuovamente la proroga del permesso di ricerca. Per farne cosa, visto che la legge di Stabilità impediva comunque di trivellare il mare abruzzese entro le 12 miglia? La risposta è semplice: un domani quella norma poteva venire stralciata e Ombrina Mare poteva entrare in piena attività. Fantascienza? No, ci sono precedenti. E piuttosto recenti. Nel 2010 è successo proprio questo con il decreto Prestigiacomo, che sanciva come il divieto delle 12 miglia «si applica ai procedimenti in corso». Il ministero lo ha interpretato non come obbligo a chiudere i procedimenti, ma a sospenderli, cosicché nel 2012 il decreto Sviluppo di Monti ha potuto riavviarli.
Le leggi si fanno e si disfano. La Rockhopper lo sa e ha aspettato. Finché non ha deciso di mettere pressione all’Italia e tentare di recuperare gli investimenti o di convincere il Governo a ribaltare ancora una volta le norme vigenti. Una mossa, quest’ultima, che sarebbe decisamente più difficile da portare a termine se fosse passato il referendum.

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