Trivelle scadute operavano in mare senza autorizzazione

Il Ministero non ha mai risposto alle istanze di proroga, ma le trivelle sono rimaste lì per anni senza titolo. Fino alla sanatoria del governo

Trivelle scadute operavano in mare senza autorizzazione

 

(Rinnovabili.it) – Circolare con l’assicurazione dell’auto scaduta può portare a una sanzione tra gli 841 e i 3.287 euro e al sequestro del veicolo. Estrarre idrocarburi in mare con una concessione scaduta da anni, invece, non ha nessun effetto. Anche quando le autorità lo sanno benissimo, tanto che le informazioni vengono direttamente da loro. La vicenda ha dell’incredibile: 24 piattaforme marine, afferenti a 5 delle 44 concessioni oggetto del referendum sulle trivelle del 17 aprile, hanno continuato ad operare per settimane, mesi o addirittura anni nella fascia di mare tra Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo e Marche senza aver ricevuto la proroga. Altre 9 piattaforme, su 4 concessioni non produttive, sono rimaste in mare senza titolo per farlo. Tutte e 35 avevano fatto richiesta di proroga, ma il Ministero dello Sviluppo economico non aveva risposto. In questi casi, dato che il silenzio assenso non è contemplato, le compagnie estrattive dovrebbero spegnere i motori e aspettare che il MiSe risponda positivamente all’istanza. Ma non l’hanno fatto, continuando ad estrarre gas dal sottosuolo o (per quelle non produttive) a restare parcheggiate in mare senza produrre alcunché.

 

Trivelle perché Mattarella non invita al referendum 4Magicamente, la legge di stabilità 2016 ha sanato questa situazione, legando le concessioni alla «durata di vita utile del giacimento», cioè prorogandole virtualmente per sempre. Proprio questa dicitura è oggetto del quesito referendario, che mira a ristabilire una data di scadenza certa, come previsto anche dalla normativa Ue.

Ma se non si dovesse raggiungere il quorum, il colpo di mano del governo Renzi avrebbe l’effetto di un provvidenziale tocco di bacchetta magica per le aziende, che puntavano ad affrontare il più tardi possibile i costi di smantellamento delle piattaforme e di ripristino dello stato dei luoghi, previsti dalla legge. Lo dimostra il fatto che 4 delle 9 concessioni sono da definirsi «non produttive». Di queste, la più vecchia è quella denominata A.C 9.AG (di proprietà dell’Eni), scaduta nell’ottobre del 2009. L’anno prima, l’azienda ha presentato istanza di estensione, ma il Ministero non ha mai risposto. Perché una piattaforma che non produce dovrebbe ottenere una proroga? Perché, invece, non dovrebbe essere immediatamente smontata e tolta di mezzo? Il sospetto è che Eni & co. puntassero a rinviare il più possibile i costi di smantellamento. Eppure la normativa europea riconosce che il rischio di cedimenti strutturali dovuti al deterioramento degli impianti è uno dei principali fattori di rischio di incidente. Un incidente che avrebbe conseguenze più gravi se avvenisse entro la fascia delle 12 miglia. Di chi sarebbe la responsabilità per un eventuale disastro ambientale se le autorità, pur sapendo tutto, non hanno deciso niente?

 

Eni era la società più interessata a che la legge di stabilità sanasse retroattivamente una situazione potenzialmente illegale. La compagnia detiene quasi tutte le concessioni scadute prima della fine del 2015 (alcune da anni, altre da mesi o da giorni) e oggi prolungate a tempo indeterminato. Le richieste di proroga sono state fatte tutte per tempo, anche con due anni di anticipo. Ma il Ministero, pur sapendo (i dati sono suoi e sono pubblici) che la situazione era fuori dalla legalità, non ha fatto niente.

Ecco perché il Coordinamento nazionale No Triv, per bocca di uno dei suoi portavoce, Enrico Gagliano, chiede «la rimozione del responsabile della direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche, Franco Terlizzese». Non solo: «il governo dovrebbe rispondere di quanto accaduto al Paese e in Parlamento».

Recuperando questo appello, il deputato di SEL-SI Gianni Melilla ha prodotto una interrogazione parlamentare a risposta scritta al presidente del Consiglio. Il testo chiede «quali iniziative intenda assumere per accertare la gravità dei fatti […] e rimuovere i responsabili di questo comportamento al fine di fare chiarezza e affermare l’interesse generale al risanamento ambientale, e alla libera concorrenza del mercato».

1 commento

  1. I sostenitori del NO (o dell’astensionismo, il che è peggio sia sotto un profilo istituzionale, poiché si demolisce gradualmente l’unica parvenza di democrazia diretta, pure limitata, condizionata, imperfetta, addirittura disattesa che abbiamo in Italia) fanno del terrorismo demagogico, paventando soprattutto il rischio della perdita di posti di lavoro, facendo finta di non sapere che:
    – se i giacimenti si esauriscono, come sembra tra breve, vanno a farsi benedire anche tali “posti di lavoro”;
    – se capita un incidente serio, presso la costa, vanno a farsi benedire il DECUPLO dei posti di lavoro IN ESSERE (operatori del turismo balneare, termale, culturale, gastronomico, ecc.);
    – i posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili saranno di certo molti di più e non soggetti “ad esaurimento”, a differenza di quelli legati ai combustibili fossili;
    – parlano ed operano secondo principi e prassi immorali e detestabili, come succede nel caso dell’ILVA; uccide, ma siccome dà lavoro ai…sopravvissuti (!), deve continuare ad operare!…

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