l'IPBES fornisce ai governi nuovi strumenti scientifici per integrare natura ed economia nelle strategie pubbliche e aziendali.

Anche l’Italia adotta il nuovo piano dell’IPBES su biodiversità e imprese
La biodiversità diventa tema centrale per lo sviluppo delle imprese a livello globale, dopo l’adozione di nuovo quadro metodologico globale nella dodicesima plenaria IPBES di Manchester, dedicata a misurare impatto e dipendenza delle attività economiche dalla natura e dalle “nature’s contributions to people”.
L’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services è una piattaforma intergovernativa che riunisce circa 150 governi con il mandato di offrire valutazioni scientifiche indipendenti sullo stato della biodiversità e dei servizi ecosistemici. L’Italia, a Manchester, era rappresentata dal MASE e dall’ISPRA.
Il modello offre un linguaggio comune e una serie di strumenti pratici per collegare politiche pubbliche, criteri finanziari e scelte aziendali a risultati verificabili su biodiversità, lungo quattro livelli decisionali: operazioni, catena del valore, governance aziendale e portafogli finanziari.
Il documento IPBES chiarisce anche l’urgenza economica: dal 1820 al 2022 l’economia globale è passata da 1.180 miliardi a 130.110 miliardi di dollari (a prezzi costanti 2011), ma senza integrare i valori della natura nei sistemi economici e finanziari.
Risultato: perdita di biodiversità e calo delle funzioni ecosistemiche, con 14 categorie su 18 di contributi della natura alle persone in diminuzione. Con una netta distanza tra obiettivi e pratica: meno dell’1% delle aziende che pubblicano report cita i propri impatti sulla biodiversità.
Dentro questo quadro, il “Business and Biodiversity assessment” punta a rendere confrontabili rischi e opportunità e a ridurre greenwashing, chiedendo strategie credibili e risultati verificabili.

Perché il rapporto lega biodiversità e imprese a un rischio sistemico economico?
Tutte le imprese dipendono dalla biodiversità e la influenzano. La dipendenza può essere diretta o mediata dalle filiere, e riguarda contributi materiali, regolatori e non materiali della natura.
Secondo l’IPBES, la perdita di biodiversità diventa un rischio sistemico perché minaccia stabilità economica e finanziaria, oltre al benessere umano. E perché oggi gli incentivi non spingono abbastanza le imprese ad agire: spesso i costi ambientali restano esterni ai bilanci, e le politiche pubbliche possono persino incoraggiare attività dannose.
Il rapporto quantifica l’asimmetria dei flussi finanziari: nel 2023 i flussi pubblici e privati con impatti negativi diretti sulla natura sono stimati in 7.300 miliardi di dollari, di cui circa 4.900 privati e circa 2.400 di sussidi pubblici; nello stesso anno, circa 220 miliardi di dollari sono andati ad attività che contribuiscono alla conservazione e all’uso sostenibile della biodiversità.
È in questa forbice che l’IPBES colloca lo spazio d’azione: riallineare regole, finanza e pratiche aziendali, per rendere “profittevole” ciò che è positivo per biodiversità e società.
Gli strumenti per misurare impatti e dipendenze delle imprese
L’assessment non propone un unico indicatore universale. Dice l’opposto: “non esiste un metodo adatto a tutto”. Le metriche cambiano per settore, scopo e livello decisionale.
A livello di operazioni, servono dati sito-specifici e valutazioni a scale ecologicamente significative, con monitoraggi credibili e cicli di gestione adattiva.
Sulle catene del valore, diventano centrali trasparenza e localizzazione: per misurare davvero impatti e dipendenze servono informazioni su dove sono asset, attività e approvvigionamenti.
Sul piano corporate, il rapporto collega misurazione e governance: obiettivi, strategie e rendicontazione devono guidare azioni coerenti lungo operazioni e filiere, e produrre risultati verificabili per ridurre il rischio di greenwashing.
Infine il livello portfolio riguarda banche, investitori e assicurazioni: l’IPBES osserva che analisi sulle esposizioni al rischio natura sono già state condotte anche da banche centrali in almeno otto Paesi e nell’Unione europea, ma con limiti importanti (per esempio poca granularità dentro i settori).
Biodiversità e imprese: le azioni più urgenti
Per le imprese, l’IPBES richiama una sequenza operativa nota ma ancora poco realizzata: la mitigation hierarchy. Prima evitare il danno, poi minimizzare, quindi ripristinare, e infine compensare gli impatti residui per arrivare a “no net loss” e, dove possibile, a un guadagno netto.
Il rapporto aggiunge due avvertenze.
La prima è economica e tecnica: ripristino e compensazioni sono spesso più costosi, più incerti e meno efficaci del prevenire il danno.
La seconda è empirica: “pochissime” operazioni hanno dimostrato di aver raggiunto davvero il “no net loss” o di avere la capacità di farlo.
Per il sistema finanziario, la leva è lo spostamento dei capitali: “financing green” e “greening financing”, cioè orientare i flussi verso attività con impatti positivi e lontano da attività con impatti negativi su biodiversità e contributi della natura alle persone.
In parallelo, l’assessment insiste su criteri e disclosure più consistenti: rendere comparabili impatti, dipendenze, rischi e opportunità, e costruire fiducia attraverso trasparenza e verificabilità.
Che cosa significa per l’Italia adottare questo modello?
Per l’Italia, l’adozione del quadro IPBES può diventare una griglia pratica per collegare politiche industriali, autorizzazioni, valutazioni ambientali e regole di mercato a risultati misurabili sulla biodiversità.
L’IPBES elenca infatti strumenti di policy che incidono direttamente sulle scelte aziendali: sussidi e tasse, pianificazione territoriale e marina, permessi con criteri di biodiversità, appalti pubblici, standard anti-greenwashing, governance e obblighi di disclosure.
L’obiettivo è creare un enabling environment: regole, finanza, dati, cultura e competenze che allineino incentivi e responsabilità tra imprese, istituzioni e attori finanziari.
Il rapporto segnala anche un problema di adozione: la misurazione della biodiversità è percepita come complessa e costosa, e gli incentivi sono ancora insufficienti; per questo la rendicontazione resta rara, con meno dell’1% di imprese che cita la biodiversità nei report.
Il passaggio, quindi, è soprattutto di implementazione: usare metodi e dati già disponibili, colmare i gap (dati localizzati, scenari coerenti per la biodiversità, indicazioni operative sulle dipendenze) e rendere le informazioni utili alle decisioni pubbliche e private.












