Lo Stretto di Sicilia sta acquisendo delle caratteristiche sempre più simili a un ambiente tropicale.

Tropicalizzazione e ristrutturazione della biodiversità del plancton calcificante in un Mar Mediterraneo in rapido riscaldamento
Il Mar Mediterraneo è particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici antropogenici e sta attraversando una crescente crisi della biodiversità, alimentata soprattutto dal riscaldamento, dalla degradazione degli habitat, dall‘inquinamento e dall’introduzione di nuove specie. Un nuovo studio ha fornito le prime indicazioni di una tropicalizzazione del plancton del Mediterraneo occidentale, derivante dalla crescente intrusione ed espansione verso Est del coccolitoforo Gephyrocapsa oceanica dallo Stretto di Gibilterra verso il bacino del Mediterraneo.
Se, da un lato, la tropicalizzazione del Mediterraneo orientale è già nota grazie a una serie di studi, responsabili di aver documentato l’afflusso di specie tropicali dal Canale di Suez. Dall’altro, il Mediterraneo occidentale, fino a questo momento, sembrava non particolarmente interessato da tale fenomeno. Uno studio, pubblicato su Global and Planetary Change, si è concentrato sui cambiamenti della biodiversità marina e sulla presenza di due gruppi dominanti di plancton calcificante: i coccolitofori e i foraminiferi.
I coccolitofori sono microalghe fotosintetiche e i foraminiferi planctonici appartengono allo zooplancton. Questi due gruppi hanno un ruolo importantissimo nella regolazione del ciclo del carbonio marino e della chimica dell’acqua di mare. Entrambe le specie sono considerate importanti indicatori ambientali e dei cambiamenti nelle condizioni oceaniche poiché la loro documentazione fossile conserva segnali di cambiamento della biodiversità nei sedimenti di acque profonde.
Per identificare tali cambiamenti, il team di ricerca ha analizzato i record di sedimenti marini del Mare di Alborán e dello Stretto di Sicilia, nel Mediterraneo occidentale e centrale. Utilizzando questa documentazione, i ricercatori hanno ricostruito i modelli di biodiversità degli ultimi 2 mila anni. Quantificando l’abbondanza, la diversità e il turnover della composizione delle specie, è stato possibile analizzare dunque la risposta delle comunità di plancton calcificante ai cambiamenti oceanografici legati ai cambiamenti climatici antropogenici.
Lo studio ha evidenziato due risposte divergenti di questi gruppi al riscaldamento del mare. Dall’era industriale la diversità dei coccolitofori è aumentata rapidamente la diversità dei foraminiferi è diminuita. Tali tendenze mostrano come un mare sempre più caldo, stratificato e povero di nutrienti favorisca alcune specie a discapito di altre.
Cosa sta accadendo nello Stretto di Sicilia
La ricerca ha mostrato nello Stretto di Sicilia una drastica diminuzione della diversità dei foraminiferi planctonici. Un dato particolarmente allarmante riguarda la specie Globigerinoides ruber (morfotipo bianco). L’abbondanza relativa di tale specie è precipitata dal 20% al 5% a partire dal 1930. Il calo è considerato un segnale dell’impatto umano, legato ai cambiamenti nel ciclo dei nutrienti.
Le specie che preferiscono acque temperate (come Globigerina bulloides) stanno perdendo terreno. Al loro posto, stanno aumentando invece specie tipiche di acque calde e povere di nutrienti. Ciò indica che lo Stretto sta acquisendo delle caratteristiche sempre più simili a un ambiente tropicale. Lo studio ha rilevato picchi significativi della specie Gephyrocapsa oceanica, un coccolitoforo, a partire dall’inizio del XX secolo. Tale specie è tipica delle acque tropicali dell’Atlantico. In passato, era abbondante nel Mediterraneo solo durante i periodi di riscaldamento naturale. Trovarla oggi in tali quantità conferma la rapidità del riscaldamento climatico attuale.
Lo Stretto di Sicilia funge quindi come punto di osservazione privilegiato per capire come il Mediterraneo stia cambiando. Il processo è già in corso: il plancton si sta ristrutturando completamente per adattarsi a un clima tropicale. Questo ricambio tra specie microscopiche potrebbe avere effetti a cascata su tutto l’ecosistema, inclusa la disponibilità di pesce per le attività di pesca.












