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Come il cambiamento climatico aggrava l’inquinamento da plastica

Il cambiamento climatico intensifica la degradazione e quindi la frammentazione delle plastiche in micro e nanoplastiche attraverso il riscaldamento globale, l'aumento dell'umidità e l'intensificazione della radiazione UV.

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Immagine realizzata con IA

Inquinamento da plastica e cambiamento climatico sono collegati tra loro perché il riscaldamento globale amplifica l’effetto di questo tipo di inquinamento su suolo, oceani, atmosfera e biodiversità. Le conseguenze di tale interazione sono ancora troppo sottovalutate ma pericolse e persistenti.

I cambiamenti climatici sono in grado di trasformare la plastica in un inquinante più mobile. Ciò avviene perchè il riscaldamento del clima facilita la degradazione della plastica in microplastiche e particelle ancora più piccole, rendendone possibile la dispersione anche a distanze considerevoli.

A dirlo è uno studio dell’Imperial College di Londra. Gli autori chiedono a gran voce l’eliminazione della plastica monouso non essenziale (che rappresenta il 35% della produzione totale), la limitazione della produzione di plastica vergine e la creazione di standard internazionali per rendere la plastica riutilizzabile e riciclabile.

Inquinamento da plastica e cambiamento climatico: due crisi intrecciate

L’inquinamento da plastica e il cambiamento climatico sono emersi come due delle minacce più gravi per gli ecosistemi terrestri e acquatici. Se considerati separatamente, rappresentano già sfide complesse, ma il loro impatto congiunto può generare effetti amplificati e sinergici. Le evidenze scientifiche dimostrano che il cambiamento climatico sta trasformando l’inquinamento da plastica da un contaminante potenzialmente reversibile a un contaminante scarsamente reversibile.

Come il cambiamento climatico aggrava l’inquinamento da plastica

Il cambiamento climatico intensifica la degradazione e quindi la frammentazione delle plastiche in micro e nanoplastiche attraverso il riscaldamento globale, l’aumento dell’umidità e l’intensificazione della radiazione UV. Questi fattori aumentando il rilascio di additivi tossici e la formazione di particelle più piccole, capaci di penetrare facilmente nei suoli, nelle acque e nell’atmosfera. Le temperature elevate possono anche aggravare il rilascio e il trasferimento di altri contaminanti come metalli, pesticidi e PFAS.

Impatti ecologici delle microplastiche in ambienti alterati dal clima

Il riscaldamento globale altera l’abbondanza, la distribuzione e l’esposizione alle microplastiche lungo la catena alimentare. Le specie ai livelli trofici più alti, come pesci predatori, orche e uccelli marini, risultano essere le più vulnerabili. Tali specie sono spesso già sottoposte a una serie di altri fattori di stress, i cui effetti possono essere amplificati dall’inquinamento da plastica.

I predatori apicali come le orche potrebbero rivelarsi particolarmente sensibili al doppio impatto di aumento delle microplastiche accoppiato ai cambiamenti climatici. Essendo mammiferi longevi, è più probabile che siano esposti alle microplastiche nel corso della loro vita. Lo studio suggerisce infatti che per via dei vincoli metabolici, della capacità di bioconcentrazione, bioaccumulo e biomagnificazione delle tossine (e dei composti associati che si adsorbono sulle superfici particellari), nonché per la forte correlazione tra dimensioni corporee e stato trofico, i predatori al vertice della catena alimentare potrebbero soffrire maggiormente degli effetti congiunti di questi fattori di stress.

La ricerca spiega che essendo già state esposte a ripetuti processi di degradazione e frammentazione, prima di raggiungere gli ecosistemi acquatici, le particelle di plastica più piccole si diffondodo più facilmente, rispetto ai frammenti più grandi, e quindi potrebbero essere più disponibili per l’assorbimento diretto nella rete alimentare. Una delle implicazioni più preoccupanti, inoltre, riguarda la cosiddetta plastica storica, ovvero quella accumulata nei ghiacci marini. Con lo scioglimento accelerato delle calotte polari, tali riserve possono diventare fonti attive di rilascio di microplastiche e sostanze tossiche anche per molti anni, in prospettiva.

Perché intervenire urgentemente contro le microplastiche

Queste evidenze scientifiche sottolineano ancora di più perché è urgente intervenire per fermare l’inquinamento da plastica. I ricercatori avvertono che prima di tutto dobbiamo ripensare l’intero approccio all’uso della plastica. Le soluzioni implicano un cambiamento sistemico: ridurre la plastica alla fonte. Servono politiche globali coordinate come il Trattato globale delle Nazioni Unite sulla plastica.

“Un’economia circolare della plastica è l’ideale. Deve andare oltre la riduzione, il riutilizzo e il riciclo, includendo la riprogettazione, il ripensamento, il rifiuto, l’eliminazione, l’innovazione e la circolazione, allontanandosi dall’attuale modello lineare di assunzione-produzione-rifiuto“, ha detto a Phys.org una coautrice della ricerca, Julia Fussell dell’Imperial College.

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.