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Come alcune espressioni verbali compromettono la comunicazione della scienza sul clima

Il linguaggio usato dalle Nazioni Unite riguardo i cambiamenti climatici finisce per scardinare la fiducia del pubblico nella scienza, suggerisce uno studio.

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20.11.2025 – Belém – People visits the Green Zone at the 30th Conference of the Parties (COP30). Photo by Alex Ferro/COP30

La misinformazione sul clima sfrutta l’incertezza e ogni piega del linguaggio per seminare dubbi riguardo la climatologia e alimentare lo scetticismo sui cambiamenti climatici.

Una ricerca dell’University of Essex ha suggerito che alcune espressioni negative usate dagli scienziati per definire il grado di probabilità potrebbero alimentare i dubbi e scardinare la fiducia nel consenso scientifico, mentre altre positive potrebbero aiutare le persone ad avere percezioni più chiare e commisurate al reale grado di rischio.

Lo studio sostiene che le espressioni verbali negative utilizzate dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per comunicare il grado di rischio inavvertitamente porterebbero a pensare che le affermazioni scientifiche siano esagerate o, forse peggio, non abbastanza comprovate da dati e prove.

Lo studio sulle percezioni del linguaggio della climatologia

Nato nel 1988, l’IPCC ha l’importantissimo compito di fornire ai decisori politici valutazioni scientifiche regolari e imparziali sui cambiamenti climatici, sulle loro implicazioni e sui potenziali rischi futuri. Lo studio ha coinvolto più di 4 mila persone residenti nel Regno Unito e ha rilevato che il linguaggio utilizzato dall’IPCC potrebbe indurre l’opinione pubblica a pensare che gli scienziati non siano d’accordo tra loro e che le previsioni siano estreme o poco plausibili. La ricerca è apparsa su Nature Climate Change, proprio mentre si chiudevano i lavori della COP30 in Brasile.

Come il linguaggio scelto influisce sulle percezioni del grande pubblico

L’IPCC ha standardizzato le linee guida per la comunicazione scientifica della probabilità. Tali linee guida associano taluni termini di probabilità (chiamati anche probabilità verbali) a determinati gradi di incidenza. Come molte altre organizzazioni internazionali, l’IPCC impone l’uso di espressioni verbali negative per caratterizzare il basso livello di probabilità. Per esempio, si adopera il termineimprobabile per una possibilità fino al 33%.

La professoressa Marie Juanchich del Dipartimento di Psicologia dell’University of Essex ha scoperto alcune espressioni verbali negative possono alimentare lo scetticismo, inducendo le persone a pensare che gli esperti di climatologia siano divisi, anche quando in realtà non lo sono. Juanchich ha riscontrato che le persone tendono a usare espressioni come “improbabile” nelle loro conversazioni quotidiane quando dubitano dell’attendibilità delle affermazioni. Infatti, i partecipanti alla ricerca hanno associano i termini negativi a previsioni estreme o non suffragate da prove.

Una cosa, insomma, è dire: Riteniamo sia improbabile che si verifichi un’alluvione(quando c’è un rischio valutato come basso); un’altra è affermare: C’è una piccola possibilità che si verifichi un’alluvione. Nel secondo caso, chi ascolta o legge sarà più orientato a crederci e più portato a prepararsi all’eventualità che ci sia un’alluvione.

In una simulazione al computer, le persone a cui veniva detto che una frana era “improbabile” dimostravano meno disponibilità di voler evacuare l’area rispetto a quando allo stesso rischio di frana veniva attibuita “una piccola probabilità“.

Favorire la corretta informazione sul clima

Inoltre, un altro motivo per evitare espressioni negative è che eventi considerati a bassa probabilità possono comunque avere impatti notevoli. Una probabilità del 20% di precipitazioni estreme, per citare un altro esempio, non può in alcun modo essere ignorata da una comunità. Ecco perché è fondamentale fornire informazioni scientifiche in modo tale da consentire alla società di comprendere al meglio i rischi e i pericoli che si corrono.

Dobbiamo unirci per affrontare il cambiamento climatico, nonostante le divisioni politiche e il crescente populismo stiano attualmente frenando gli sforzi di riduzione della CO2. Non esiste un Pianeta B“, ha commentato Marie Juanchich a Phys.org.

Vai alla ricerca pubblicata su Nature Climate Change

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About Author / Erminia Voccia

Giornalista professionista appassionata e attenta osservatrice delle dinamiche globali. Ha una laurea magistrale in Relazioni Internazionali e due master in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Ha mosso i primi passi in tv realizzando servizi per i telegiornali nazionali. Ha lavorato da freelancer per diversi quotidiani on line e cartacei nazionali e riviste specializzate, scrivendo di temi legati all’ambiente, agli esteri, alla politica internazionale e alla geopolitica, con uno sguardo particolare verso l’Asia. Ha curato l'organizzazione eventi e la comunicazione per una casa editrice e ha partecipato alla redazione di saggi. Per Rinnovabili si interessa soprattutto di clima e politiche climatiche.