L’Italia perde quasi 6TWh di elettricità e 2,8mld di m3 d’acqua per cattiva gestione

Lo studio di Althesys e Enel foundation stima i potenziali benefici che si avrebbero da una gestione congiunta delle risorse; raggiungere gli obiettivi significherebbe ulteriori investimenti per 6,4 miliardi dal Recovery plan

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Foto di tuproyecto da Pixabay

di Tommaso Tetro

(Rinnovabili.it) – Con una migliore gestione dell’acqua e dell’energia, il nostro Paese potrebbe avere 5,9 TWh all’anno di elettricità in più e una disponibilità idrica pari a 2,8 miliardi di metri cubi in più, cioè come il 20% del volume delle grandi dighe italiane. Tradotto significa che li stiamo perdendo, per via di una cattiva gestione e delle mancate azioni contro gli effetti dei cambiamenti climatici. A dirlo ci pensa uno studio congiunto di Altehsys e di Enel foundation, ‘Energy for water sustainability. Sviluppare le sinergie elettrico-idrico per la sostenibilità’, presentato nel corso di un webinar. Dalla ricerca – la prima in Italia che stima i potenziali benefici che si avrebbero da una gestione congiunta delle due risorse – viene fuori come il raggiungimento degli obiettivi per una buona gestione di acqua ed energia significherebbe ulteriori investimenti per circa 6,4 miliardi di euro: risorse che potrebbero far parte a pieno titolo del Piano nazionale di rilancio e resilienza (Pnrr) per accedere al Recovery fund.

Il documento mette in evidenza come “la transizione in atto verso un modello energetico più sostenibile possa generare valore e opportunità con ricadute positive che vanno ben oltre il settore”. Nello specifico – osserva Montesano – “lo sviluppo delle rinnovabili e di soluzioni innovative in grado di aumentare l’efficienza dell’utilizzo della risorsa idrica possono contribuire significativamente al water saving e alla tutela del territorio, all’interno del più ampio impegno per contrastare il cambiamento climatico”.

Tra le raccomandazioni suggerite dallo studio, c’è prima di tutto l’ultimazione delle opere incompiute, il rinnovamento dei grandi bacini idroelettrici, l’avvio del Piano invasi, il ricorso agli accumuli a pompaggio, gli impianti di desalinizzazione e le vasche di laminazione. E per esempio completare le opere significherebbe contribuire ad una produzione elettrica addizionale di quasi 30 GWh all’anno, con una disponibilità idrica aggiuntiva di circa 850 milioni di metri cubi. Per il rinnovamento dei grandi bacini idroelettrici, viene stimato in circa 4 TWh l’apporto aggiuntivo e in 900 milioni di metri cubi quello alla sicurezza idrica.

L’avvio del Piano invasi può costituire un tassello importante, già finanziato con 250 milioni di euro per 30 interventi individuati nel periodo 2018-2022 (20 miliardi di euro di investimenti stimati nel corso di 20 anni). Gli accumuli a pompaggio sono invece una delle possibili soluzioni individuate nel Piano nazionale integrato energia e clima, con un’attenzione particolare sulla possibilità di riconvertire le infrastrutture già esistenti nel Centro e nel Sud Italia. Gli impianti di desalinizzazione prevedono investimenti in grado di fronteggiare la scarsità idrica, in particolare con impianti nelle isole minori abbinati a installazioni di generazione elettrica da rinnovabili. Il ricorso a vasche di laminazione e altri bacini eviterebbe invece allagamenti e inondazioni anche nei centri urbani. Ma in Italia c’è il nodo burocrazia che rallenta il processo, a cominciare dall’accelerazione delle autorizzazioni.

“Certamente l’acqua come tema deve essere posta al centro di un ragionamento ampio – osserva il direttore generale di Utilitalia, Giordano Colarullo – come comparto riteniamo che la grande discontinuità creata da questa pandemia debba essere colta come elemento di rilancio sulla traiettoria della sostenibilità, e della resilienza di fronte agli incombenti effetti dei cambiamenti climatici. Dovremmo pensare anche al riuso, sperando che si possa cogliere l’occasione fornita dal regolamento europeo per sfruttare le risorse. L’obiettivo è portare il sistema verso un paradigma di economia circolare. Facciamo anche attenzione al fatto che sono a rischio gli investimenti se mancano le norme, specie quelle autorizzative che rallentano e invece dovrebbero permettere di decollare. Abbiamo bisogno di procedure snelle, facili ed efficaci”.

Secondo Marangoni “le risposte al crescente impatto di situazioni di stress idrico connesse ai cambiamenti climatici possono essere molteplici e articolate, ma richiedono interventi su orizzonti temporali sufficientemente ampi e investimenti consistenti. Avrebbero però importanti ricadute economiche e occupazionali, contribuendo al contempo a migliorare l’ambiente, la sicurezza del territorio e la qualità della vita dei cittadini. Sono necessarie politiche proattive che coinvolgano in modo coordinato i vari settori, energia, industria, agricoltura, utility, nell’ottica dell’uso plurimo della risorsa”.

Un uso più ampio dell’acqua avrebbe benefici che – viene rilevato dalla ricerca – “non sarebbero soltanto di natura ambientale, ma avrebbero anche effetti positivi sul sistema economico ed energetico. L’industria elettrica, per esempio, potrebbe offrire un forte contributo investendo nel rinnovamento dell’idroelettrico; altre rinnovabili, come eolico e solare – che contribuiscono alla water footprint in misura nettamente inferiore rispetto ad altre fonti – potrebbero portare in Europa ad una riduzione fino a 1,6 miliardi di metri cubi dei consumi d’acqua”.

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