Le rinnovabili rivoluzionano il mercato elettrico

Produzione green(Rinnovabili.it) – Almeno per il settore elettrico, grazie ai bollettini mensili di Terna (manca solo quello di dicembre) è già possibile tracciare un preconsuntivo per il 2013.

La domanda interna difficilmente raggiungerà 320 TWh (318 TWh sembra il valore più attendibile). Siamo tornati al livello del 2009 e, andando più indietro nel tempo, del 2003, ma con un parco produttivo radicalmente modificato. Nel 2009 la produzione con fonti rinnovabili copriva il 21,6% della domandi di energia elettrica. Nel contempo sono entrati in servizio alcune migliaia di MW di impianti termoelettrici, ma molti di più (quasi 21.000 MW) a fonti rinnovabili, i cui effetti si sentono.

Dai dati Terna per i primi undici mesi 2013 e da una stima del contributo delle bioenergie (che Terna include nella produzione termoelettrica) si può dedurre per l’intero anno una copertura della domanda da parte delle rinnovabili intorno al 34%: più di una volta e mezzo quella di quattro anni fa. Se aggiungiamo il contributo stimato degli impianti cogenerativi ad alta efficienza (CAR), che pure godono della priorità di accesso alla rete, si arriva intorno al 52%. Una rivoluzione realizzata in pochissimi anni, inevitabilmente destinata, almeno per le rinnovabili, a essere seguita da una fase di crescita più contenuta. Anche limitandosi a mettere nel conto i tetti attualmente previsti per le misure a favore dell’eolico e delle bioenergie, nonché le potenzialità degli impianti fotovoltaici in grado di reggersi sulle proprie gambe e le presumibili riduzioni di costo per le tecnologie utilizzate per la produzione elettrica con rinnovabili, nella più conservativa delle ipotesi da poco meno di 110 TWh del 2013 a fine decade si dovrebbe arrivare a una produzione collocata fra 120 e 130 TWh.

Data la priorità assegnata alle misure a favore dell’efficienza energetica e alla maggiore facilità della CAR nel trovare finanziamenti agli interventi rispetto ad altre forme di efficientamento,  nel 2020 si dovrebbe registrare un incremento di almeno il 40% rispetto ai circa 50 TWh/a attuali. Nel 2020 arriveremmo quindi a una produzione totale, fra rinnovabili e CAR, di 190- 200 TWh, mentre la domanda prevista da Euroelectric (circa 330 TWh), anche incentivando consumi elettrici ad elevata efficienza, come pompe di calore e piastre a induzione, potrebbe al massimo salire a 340 TWh: valore praticamente coincidente col massimo storico, raggiunto nel 2007 (339,9TWh)  e rasentato nel 2008 (339,5 TWh) .

 

Nel 2008 – l’anno più favorevole sotto questo profilo – per gli effetti di segno opposto dell’energia netta importata e di quella utilizzata per gli ausiliari e il pompaggio, la produzione nazionale contribuì a soddisfare la domanda per circa 319 TWh.  Utilizzando questo valore per il 2020, alla produzione elettrica tradizionale (sostanzialmente carbone, gas, i residui impianti di cogenerazione non CAR) resterebbero 120-130 TWh.  Se la metà fosse riservata ai cicli combinati in puro assetto elettrico  in esercizio nel 2012 (quando hanno contribuito alla produzione solo per circa un terzo), questi funzionerebbero mediamente fra 2300 e 2500 ore all’anno, ben al di sotto di una ragionevole redditività.

Pur tenendo conto dei ricavi provenienti dagli impianti impiegati in supporto alle generazione da rinnovabili non programmabile, per raggiungere un numero di ore di funzionamento minimamente rimunerativo sarebbe necessario portare ad almeno il 60% il contributo dei cicli combinati alla produzione tradizionale e ridurre del 20% la loro potenza attualmente in esercizio.

Una soluzione parziale potrebbe venire dallo smantellamento e successiva installazione all’estero di impianti a cicli combinati, ma anche di componenti di centrali a carbone, come il turbogeneratore; tuttavia, sarebbe comunque inevitabile la chiusura di alcune installazioni o, in alternativa, la cessazione di tutte le attività da parte di aziende particolarmente esposte.

Uno scenario drammatico sotto il profilo della sopravvivenza delle imprese coinvolte (e di chi vi lavora), che può trovare una risposta positiva nella diversificazione dei mercati, sia internazionalizzando la propria attività produttiva o, se già si è presenti all’estero, potenziandola, sia entrando in modo deciso nel mercato dei servizi (anche in questo caso con un occhio a tutte le opportunità e non solo a quelle domestiche).

Continuare a coltivare il proprio orticello – ce lo insegnano infinite storie – alla lunga non paga.