L’anno del carbone: è boom in Cina, sfiorato il picco del 2013

Nonostante la pandemia, l’output nazionale si impenna. Pesa la guerra non dichiarata con l’Australia. Ma l’andamento dell’industria cozza con gli impegni climatici di Pechino

Carbone: produzione record in Cina, estratti 3,84 mld di tonnellate
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Nel 2020 estratti 3,84 mld di t di carbone

(Rinnovabili.it) – Il primo intoppo per Xi Jinping sulla via della neutralità climatica e del picco delle emissioni è, senza troppe sorprese, il carbone. I dati della produzione 2020 cozzano platealmente contro l’impegno climatico che il presidente della Cina ha assunto lo scorso settembre: portare il paese a emissioni nette zero entro il 2060 e raggiungere il punto massimo di emissioni entro la fine di questo decennio.

Il carbone cinese, infatti, nell’anno appena trascorso fa segnare nuovi record. C’è stato un vero boom nel 2020, con la produzione che ha toccato i massimi dal 2015. Secondo i dati ufficiali riportati da Pechino tramite il National Bureau of Statistics, l’Istat cinese, sono stati estratti ben 3,84 miliardi di tonnellate.

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Risultato considerevole, se si tiene presente che è stato l’anno della pandemia e il coronavirus ha colpito anche la produzione nazionale di carbone, a causa del calo dei consumi. E che a inizio 2020 in una delle regioni con l’output maggiore, la Mongolia interna, l’industria è rimasta paralizzata per settimane per un’inchiesta governativa sulla corruzione legata proprio al settore del carbone. Eppure i numeri dicono che Pechino è tornata quasi ai livelli del 2013, quando aveva raggiunto il picco massimo: allora in 12 mesi vennero estratte 3,97 mld di t.

Il boom della produzione potrebbe in parte dipendere dalla guerra commerciale non dichiarata con l’Australia. Un braccio di ferro scoppiato in autunno: Pechino ha deciso di punire Canberra, ritenuta colpevole di chiedere con insistenza un’indagine internazionale rigorosa sulle cause all’origine della pandemia. Il governo cinese è sempre molto sensibile a quelle che giudica come indebite ingerenze nei suoi affari interni e ha deciso di bloccare, in via non ufficiale, tutti i carichi di carbone in arrivo dall’Australia. Un colpo basso a un’industria così importante per l’economia australiana ma anche per la base di consenso dell’esecutivo guidato da Scott Morrison. Risultato? La Cina ha coperto gli ammanchi aumentando la produzione interna.

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Ma all’orizzonte compare, ancora una volta, l’ambiguità delle politiche cinesi in materia. Al momento, infatti, Pechino ha rilasciato autorizzazioni per installare almeno altri 250GW entro il 2025 da centrali energetiche a carbone. Per rispettare gli impegni, Pechino le dovrebbe cancellare, ma questo è un tema di scontro costante tra il governo centrale e i governi provinciali.

Sulla necessità di fare un’inversione di marcia sul carbone si concentra anche un rapporto recente, pubblicato da Draworld Environment Research Center di Pechino e dal Centre for Research on Energy and Clean Air. Il documento sostiene che per rispettare l’accordo di Parigi, la Cina deve smettere immediatamente di costruire nuove centrali e ne deve spegnere molte, per scendere dagli attuali 1.100GW a circa 680GW nel 2030.

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