Finalmente la Cina sta frenando sulle centrali a carbone

Nei primi 6 mesi del 2021 la nuova capacità installata arriva a 5,2 GW, l’80% in meno dello stesso periodo del 2020. Ma il 2/3 di questa capacità arriva da maxi impianti co-finanziati dal governo, nonostante le promesse sul clima. Greenpeace: “Segnali contrastanti”

centrali a carbone
Credits: dbajurin © 123rf.com

Tra gennaio e giugno sono andate online 24 nuove centrali a carbone

(Rinnovabili.it) – Arrivano i primi segnali di rallentamento per le centrali a carbone cinesi. Nel primo semestre del 2021, Pechino ha inaugurato 24 nuovi impianti per una capacità installata complessiva di 5,2 GW. Rispetto all’anno precedente il calo è netto: più o meno l’80%. Anche se il 2020 è un termine di riferimento scivoloso visto il boom del combustibile fossile con cui la Cina ha messo le ali alla sua ripresa post-Covid. Ripresa che aveva portato a 37 GW di nuova capacità installata in appena 12 mesi, tre volte tanto quella di tutto il resto del mondo messo insieme.

I conti li ha fatti l’ufficio cinese di Greenpeace, che avverte: le buone notizie finiscono qui, per combattere la crisi climatica il Dragone deve cambiare rotta davvero. In cantiere o già approvate con modalità preferenziali, ricorda l’associazione ambientalista, ci sono centrali a carbone per circa altri 100 GW di capacità installata. Sono i progetti che fanno parte di una lista prioritaria per Pechino: sono proposti dalle province, ma devono avere l’ok finale e – soprattutto – copiose sovvenzioni – dall’esecutivo centrale.

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E di questa lista fanno parte anche 3 dei 24 progetti realizzati tra gennaio e giugno 2021, quelli di maggiori dimensioni. Si tratta di centrali a carbone non progettate per la cogenerazione che, insieme, totalizzano due terzi della capacità installata nel 2021 (3,3 GW). Greenpeace punta il dito su Pechino, che deve dimostrare di saper mettere in riga le amministrazioni delle province per mantenere le promesse sul picco del carbonio entro il 2030 e la neutralità climatica al più tardi nel 2060.

“Ci sono ancora segnali contrastanti sul carbone. Ciò comporta rischi finanziari e ambientali. Soprattutto dopo le osservazioni del vertice sul clima di Xi, i governi locali hanno rallentato le approvazioni per il nuovo carbone. Ma le province stanno chiaramente ancora anticipando il sostegno finanziario sul carbone”, commenta Li Danqing di Greenpeace East Asia.

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Il campo da gioco su cui la Cina si gioca buona parte della partita sullo stop al carbone è quello dello scontro tra autorità centrali e governi locali. Questione di priorità che non collimano. Le province vogliono sviluppo economico a buon mercato, con una crescita tangibile e costante. Non da ultimo perché questi risultati aiutano i funzionari a far carriera. Pechino, invece, cerca di mettere un freno fissando nuovi obiettivi come il tetto all’intensità energetica. Che spesso vengono ignorati.

Solo la scorsa settimana la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (l’ente che supervisiona la pianificazione economica a livello nazionale) ha messo alla berlina 9 province riottose. E il Politburo il 30 luglio ha ordinato di rivedere tutte le strategie provinciali che non fanno coincidere gli obiettivi – troppo ambiziosi – con i mezzi per centrarli – troppo calibrati su uno sviluppo energivoro e inquinante. Iniziative come questa, messe di fianco al via libera a nuove maxi centrali a carbone con finanziamenti statali, sono la cifra di quei “segnali contrastanti” evidenziati da Greenpeace.

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