La tecnologia delle pompe di calore si afferma oggi come uno strumento cardine per la decarbonizzazione dei consumi termici, l’aumento dell’efficienza energetica e la valorizzazione delle risorse ambientali

Il reale potenziale delle pompe di calore nella transizione energetica
Come già evidenziato nell’approfondimento dedicato ai sistemi ORC (Organic Rankine Cycle), l’attuale scenario di crescente domanda elettrica e termica, unito alla necessità di rafforzare l’indipendenza europea dai combustibili fossili, pone l’efficienza energetica al centro del dibattito tecnico e politico.
Il riferimento normativo trova origine nel documento “Best Available Techniques for Energy Efficiency” (versione settembre 2021), redatto nell’ambito della Direttiva IPPC, che sottolineava l’urgenza di valorizzare ogni kWh disponibile e di integrare soluzioni di efficienza in modelli di cooperazione tra industria e territorio. Questo orientamento è stato ulteriormente consolidato dal Regolamento UE 2018/1999, dalla Direttiva UE 2023/1791 e dalla Raccomandazione UE 2024/2143, che ribadiscono il principio “Energy Efficiency First”: gli Stati membri sono chiamati a valutare misure di efficienza prima di procedere con nuovi investimenti infrastrutturali.
Il concetto di efficienza, tuttavia, non è assoluto: dipende dal processo da ottimizzare, dalle temperature in gioco, dalla configurazione impiantistica e dalle possibilità di integrazione con altri sistemi. In questo quadro multidimensionale, le pompe di calore emergono come una delle tecnologie più versatili e mature, capaci di operare in ambiti residenziali, industriali e territoriali, trasformando calore a bassa temperatura in risorsa utile e contribuendo in modo diretto alla decarbonizzazione.
Sul ruolo delle pompe di calore nella transizione energetica, il Joint Research Centre ha sviluppato il modello EBEM per quantificare l’impatto della loro diffusione su scala europea. I risultati mostrano che un’adozione estesa potrebbe ridurre del 36% il consumo di gas e petrolio nelle abitazioni residenziali e abbattere le emissioni di CO₂ del 28%, con effetti significativi anche sul contenimento della spesa energetica delle famiglie.
Per il contributo che l’elettrificazione termica può fornire in termini di riduzione della dipendenza dal gas, abbattimento delle emissioni e contrasto alla povertà energetica, la Commissione Europea ha previsto di installare 30 milioni di pompe di calore entro il 2030, sostituendo le caldaie a gas e gasolio ancora diffuse.
In Italia, questo obiettivo è stato recepito nel PNIEC, che inserisce le pompe di calore tra le tecnologie strategiche da favorire, anche in ambito industriale e nell’integrazione con reti di teleriscaldamento. Il piano prevede investimenti pari a circa 4,5 miliardi di euro/anno al 2030 e riconosce alle pompe di calore un ruolo nella flessibilità della rete, se collegate a sistemi intelligenti (smart grid). L’evoluzione delle reti digitali e dei sistemi avanzati di gestione della domanda apre infatti la prospettiva di trasformare edifici residenziali, commerciali e industriali in sistemi di accumulo distribuito, esercendo le pompe di calore nei momenti di sovrapproduzione e modulandone il funzionamento quando il sistema elettrico richiede un riequilibrio.
Le pompe di calore rappresentano una delle soluzioni più efficaci per l’elettrificazione dei consumi termici e per la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, dal momento che la maggior parte dell’energia necessaria per il loro funzionamento viene “prelevata” dall’ambiente. Sono tecnologie che rispondono ai requisiti di efficienza imposti dalle normative europee e incarnano una filosofia energetica fondata sulla circolarità, sulla prossimità e sulla valorizzazione delle risorse.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare che non tutte le pompe di calore sono uguali: la loro configurazione varia in funzione della sorgente utilizzata (aria, acqua, suolo, cascami termici), del fluido refrigerante impiegato e delle condizioni di esercizio richieste (temperature di mandata, profili di carico, continuità della sorgente). Ogni tipologia presenta vantaggi e limiti specifici, che ne determinano l’idoneità a un certo contesto applicativo. Per questo motivo, la conoscenza delle caratteristiche tecniche e termodinamiche di ciascun sistema è indispensabile per orientare la scelta verso la soluzione più adatta, massimizzando il contributo in termini di efficienza, sostenibilità e integrazione con le infrastrutture esistenti.
Ed è proprio da questa consapevolezza che prende avvio il nostro approfondimento, volto a distinguere e analizzare le diverse configurazioni di pompe di calore, così da comprenderne il reale potenziale nella transizione energetica.

Come funzionano le pompe di calore
Il funzionamento della pompa di calore si basa su un ciclo termodinamico chiuso e ripetitivo, compiuto da un fluido refrigerante a basso punto di ebollizione che percorre le diverse fasi di evaporazione, compressione, condensazione ed espansione. Durante l’evaporazione, il refrigerante assorbe energia sotto forma di calore latente di evaporazione dalla sorgente; la successiva compressione ne innalza pressione ed entalpia, consentendo al fluido di raggiungere condizioni idonee alla condensazione. In questa fase, sfruttando il calore latente di condensazione, il calore viene ceduto all’ambiente o al fluido di utilizzo a temperatura più elevata. Infine, attraverso la valvola di espansione, il refrigerante ritorna alle condizioni iniziali, chiudendo il ciclo.
L’intero processo sfrutta i cambiamenti di fase e i relativi salti entalpici del refrigerante, per trasferire energia termica da un livello di temperatura inferiore a uno superiore, con l’apporto di energia elettrica al compressore come unico input esterno.
Ogni fase è quindi caratterizzata da una specifica trasformazione a cui corrisponde un componente chiave:
1. Evaporatore
Il fluido refrigerante, inizialmente in fase liquida a bassa pressione, attraversa l’evaporatore dove assorbe calore dalla sorgente esterna (aria, acqua, suolo, reflui). Il calore assorbito provoca l’evaporazione del fluido, che passa allo stato di vapore saturo o leggermente surriscaldato. La trasformazione avviene a pressione costante (isobara). La qualità del vapore in uscita dall’evaporatore è un parametro critico per l’efficienza globale del ciclo.
2. Compressore
Il fluido refrigerante in fase vapore entra nel compressore, dove viene pressurizzato e portato a una pressione più elevata. La compressione è adiabatica (idealmente isentropica), anche se nella pratica si registrano perdite dovute a irreversibilità meccaniche e fluidodinamiche. La pressione e la temperatura del fluido aumentano, rendendolo idoneo alla condensazione e quindi a cedere calore all’ambiente da riscaldare.
3. Condensatore
Il fluido, ora ad alta pressione e temperatura, viene convogliato nel condensatore dove cede calore a un fluido di utilizzo (tipicamente acqua per riscaldamento o aria per climatizzazione o acqua calda di processo), tornando allo stato liquido. Anche questa è una trasformazione isobara, durante la quale il fluido sottrae calore latente di condensazione al sistema. Il corretto dimensionamento del condensatore è essenziale per garantire la chiusura efficiente del ciclo e per evitare fenomeni di sotto-raffreddamento.
4. Valvola di espansione
Il fluido liquido ad alta pressione attraversa la valvola di espansione, dove subisce una riduzione di pressione, tornando alle condizioni iniziali richieste per l’evaporazione. La trasformazione è adiabatica, ma con inevitabili perdite entropiche. Il lavoro assorbito è modesto rispetto a quello reso dal compressore, ma incide sul rendimento netto del ciclo.
Questa sequenza chiusa e ripetitiva di trasformazioni consente alla pompa di calore di operare in modo continuo, con elevata affidabilità e flessibilità, anche in presenza di sorgenti termiche variabili e con profili di carico dinamici. La scelta del fluido refrigerante, la configurazione dei componenti e l’ottimizzazione dei parametri operativi rappresentano le leve progettuali fondamentali per massimizzare l’efficienza e l’adattabilità del sistema.
Quando la pompa di calore viene operata per la produzione di acqua refrigerata, il ciclo si inverte e il condensatore svolge la funzione di evaporatore e l’evaporatore quello di condensatore.

Il ruolo del fluido refrigerante
Un aspetto determinante nel funzionamento delle pompe di calore è la selezione del fluido refrigerante, che incide in maniera diretta sulle prestazioni energetiche e sui limiti operativi del sistema.
Ogni refrigerante è caratterizzato da proprietà termodinamiche specifiche (quali temperatura critica, pressione di saturazione, calore latente di evaporazione e stabilità chimica) che definiscono il campo di applicazione della macchina. Tali parametri influenzano sia la temperatura minima della sorgente, al di sotto della quale il fluido non è in grado di evaporare in modo efficace, sia la temperatura massima ottenibile lato utilizzatore, oltre la quale il ciclo non può operare in condizioni stabili. La scelta del refrigerante, pertanto, non è un dettaglio accessorio, ma un vincolo progettuale che condiziona l’efficienza, la sicurezza e la conformità normativa della pompa di calore.
Per maggiore dettaglio:
- La temperatura minima di sorgente dipende dalla capacità del fluido di evaporare a basse pressioni senza fenomeni di congelamento o instabilità. Alcuni refrigeranti sono più adatti a sorgenti fredde come aria esterna invernale in zone climatiche caratterizzate da climi rigidi.
- La temperatura massima di riscaldamento è vincolata dalla temperatura critica del fluido e dalla sua stabilità chimica. Refrigeranti con temperatura critica più elevata consentono di produrre acqua calda a 70–90 °C, rendendo la pompa di calore idonea anche per applicazioni industriali o per l’integrazione con reti di teleriscaldamento.
La selezione del fluido refrigerante è quindi una leva progettuale fondamentale: influenza il COP (Coefficient of Performance – che è il parametro che misura l’efficienza di una pompa di calore), la compatibilità con la sorgente termica, la temperatura utile di mandata e la sostenibilità ambientale del sistema.
Come per ogni ciclo termodinamico, l’efficienza di una pompa di calore è infatti strettamente legata al salto entalpico disponibile tra la sorgente e la temperatura di mandata, perché le condizioni di evaporazione e condensazione determinano la quantità di energia termica trasferibile a parità di kWh elettrici assorbiti e, di conseguenza, il COP complessivo del sistema.
Un’evaporazione stabile a basse temperature consente di sfruttare sorgenti fredde (aria esterna, acqua di falda, reflui industriali), mentre una condensazione a valori più elevati permette di produrre acqua calda fino a 60–90 °C, rendendo la tecnologia idonea non solo al settore residenziale ma anche a quello industriale e al teleriscaldamento.
Ogni fluido possiede una propria temperatura critica e un campo operativo che ne condizionano le prestazioni:
- un fluido con bassa temperatura critica può garantire buone efficienze a temperature di mandata moderate (40–55 °C), ma non è in grado di evaporare e condensare correttamente se spinto verso temperature di mandata più elevate (70–90 °C);
- al contrario, refrigeranti con alta temperatura critica consentono di raggiungere temperature di mandata più elevate (70–90 °C), ma non sono in grado di evaporare e condensare correttamente se la temperatura di sorgente è bassa (-15/–10 °C).
In sintesi, il rendimento di una pompa di calore non dipende solo dal salto entalpico tra sorgente e temperatura utile di mandata, ma anche dalla compatibilità termodinamica del fluido refrigerante con le condizioni operative richieste. È proprio questa interazione che definisce la reale versatilità della tecnologia e ne orienta l’applicazione nei diversi contesti.
Nella scelta del fluido non va però sottovalutato l’impatto ambientale e normativo ed in particolare le normative europee sui gas fluorurati (Regolamento F‑gas), che privilegiano refrigeranti a basso GWP e naturali (CO₂, ammoniaca, idrocarburi). Il nuovo Regolamento (UE 2024/573) stabilisce limiti progressivi: dal 2025 i sistemi split <3 kg devono avere GWP <750, dal 2027 quelli ≤12 kW devono scendere sotto GWP 150, e dal 2029 anche gli impianti >12 kW dovranno rispettare GWP <750. Queste misure, insieme alla riduzione delle quote di F‑gas immessi sul mercato, mirano a ridurre drasticamente l’impatto climatico dei refrigeranti e a favorire la transizione verso soluzioni naturali e sostenibili.
Nella tabella che segue sono riportate le caratteristiche dei più comuni fluidi refrigeranti in uso con particolare riferimento alle caratteristiche GWP:
| Refrigerante | Temperatura critica (°C) | Pressione critica (bar) | GWP |
| R134a | 101 | 40,6 | ~1430 |
| R410A | 72 | 49 | ~2088 |
| R32 | 78 | 57,8 | ~675 |
| CO₂ (R744) | 31 | 73,8 | 1 |
| NH₃ (R717) | 132 | 113 | 0 |
| Propano (R290) | 97 | 42,5 | ~3 |
| Isobutano (R600a) | 135 | 36,5 | ~3 |
Dai valori di GWP dell’R134 e dell’R410A si comprende che non sono compatibili con la normativa ed è facile comprendere il motivo per il quale andrebbe evitato fin da subito di installare pompe di calore che utilizzano tali fluidi refrigeranti.
Le pompe di calore a doppio ciclo
Per superare i limiti legati al fluido refrigerante utilizzato, alcuni produttori hanno sviluppato pompe di calore a doppio ciclo (cascade systems), nelle quali si utilizzano due refrigeranti differenti per compiere altrettanti cicli termodinamici (stadi):
- Primo stadio: un fluido con bassa temperatura critica, ottimizzato per evaporare a basse temperature di sorgente (−15 ÷ −20 °C), garantendo un buon COP anche in climi rigidi.
- Secondo stadio: un fluido con alta temperatura critica, progettato per condensare a valori elevati (70–90 °C), così da produrre acqua calda adatta a usi industriali, ACS o reti di teleriscaldamento.
Questa architettura consente di coniugare le caratteristiche dei due fluidi, sfruttando al meglio la capacità del primo di operare con sorgenti fredde e del secondo di garantire temperature di mandata elevate. Il risultato è un sistema più versatile, capace di mantenere efficienza anche in condizioni operative estreme, ampliando il campo applicativo delle pompe di calore.
Le tipologie di sorgente di alimentazione
Aria
La sorgente più diffusa e accessibile è l’aria esterna, utilizzata come fonte di scambio per consentire al fluido refrigerante di evaporare. Il processo avviene attraverso uno scambiatore, generalmente costituito da una batteria alettata che aumenta la superficie di scambio, sul quale viene convogliato il flusso d’aria grazie a ventilatori opportunamente dimensionati. La semplicità di installazione e i costi contenuti rendono questa soluzione molto diffusa, soprattutto in ambito residenziale e commerciale. Tuttavia, l’efficienza varia sensibilmente in funzione del clima: con temperature esterne molto basse il COP si riduce. A ciò si aggiunge la questione della rumorosità, che, se non gestita correttamente, può rappresentare un limite in contesti urbani o residenziali.
Cascami industriali
I reflui termici provenienti da processi industriali, come acque di raffreddamento o scarichi caldi, rappresentano una sorgente ad alta efficienza. Le temperature di questi fluidi possono variare tra 20 e 60 °C, offrendo un salto entalpico favorevole e un COP superiore rispetto ad altre sorgenti. L’utilizzo dei cascami industriali consente di valorizzare calore di scarto, riducendo consumi energetici ed emissioni, e favorisce la circolarità energetica. Tuttavia, la continuità del processo produttivo è un requisito essenziale: se il refluo non è costante, la pompa di calore perde efficienza. Inoltre, è spesso necessario un trattamento preliminare dei reflui per proteggere gli scambiatori da incrostazioni o contaminazioni chimiche.
Acqua di pozzo (geotermia a ciclo aperto)
Le falde acquifere e le acque sotterranee costituiscono una sorgente stabile e affidabile. L’acqua di pozzo, prelevata a profondità variabile, mantiene una temperatura costante durante l’anno, tipicamente compresa tra 8 e 12 °C in Europa centrale. Questa caratteristica garantisce condizioni ottimali per l’evaporazione del refrigerante e consente di ottenere COP elevati e costanti. La tecnologia è applicabile in ambito residenziale, terziario e industriale, ma richiede autorizzazioni ambientali e concessioni di prelievo e di scarico. Inoltre, occorre considerare il rischio di incrostazioni e fouling negli scambiatori, che impone sistemi di filtrazione e monitoraggio, nonché l’installazione di scambiatori di interfaccia c.d. sacrificali, che “erodono” l’efficienza del sistema. Non sempre la disponibilità di falde rende questa soluzione praticabile. Il limite principale è rappresentato dai costi iniziali superiori alla soluzione ad aria, dovuti alle perforazioni e agli studi geologici necessari, oltre ai vincoli urbanistici e ambientali che possono limitarne l’applicabilità.
Roccia (geotermia a ciclo chiuso)
La sorgente geotermica sfrutta il calore del sottosuolo tramite sonde verticali, profonde tra 50 e 200 metri, o orizzontali, posizionate a 1–2 metri di profondità, attraversate da acqua in circuito chiuso che alimenta l’evaporatore. La roccia e il terreno mantengono una temperatura relativamente costante, compresa tra 10 e 15 °C, e permette come nel caso della geotermia a ciclo aperto di ottenere COP elevati e costanti. Il limite principale è rappresentato dai costi iniziali superiori alla soluzione ad aria, dovuti alle perforazioni e agli studi geologici necessari, oltre ai vincoli urbanistici e ambientali che possono limitarne l’applicabilità. Altra criticità sono gli spazi necessari per l’installazione delle sonde e un’attenzione particolare deve essere posta alla distanza tra una sonda e l’altra per evitare fenomeni di deriva termica del terreno.
| Sorgente | Temperatura tipica | Principali vantaggi | Limiti principali |
| Aria | da −20 °C a +35 °C | Facilità di installazione, costi contenuti | COP variabile con il clima, rumorosità da gestire. |
| Cascami industriali | 20–60 °C | COP molto alto, valorizzazione calore di scarto. | Dipendenza dalla continuità del processo, necessità di trattamenti preliminari dei reflui. |
| Acqua di pozzo | 8–12 °C | COP elevato e costante, stabilità termica, affidabilità. | Costi iniziali elevati, perforazioni e studi geologici, vincoli urbanistici e ambientali. |
| Roccia | 10–15 °C | COP elevato e costante, stabilità termica, affidabilità. | Costi iniziali elevati, perforazioni e studi geologici, vincoli urbanistici e ambientali. |

Applicazioni industriali: doppio vantaggio dal recupero dei cascami termici
In ambito industriale, una delle applicazioni più interessanti consiste nell’utilizzare come sorgente termica l’acqua di raffreddamento dei processi produttivi che, nella situazione as is, smaltiscono il calore torri evaporative o dry cooler, oppure attraverso scambio termico con acqua refrigerata prodotta da chiller tradizionali. Questo fluido, infatti, può essere valorizzato per alimentare una pompa di calore destinata alla produzione di acqua calda di processo.
L’applicazione risulta doppiamente vantaggiosa: da un lato consente di recuperare energia altrimenti dissipata; dall’altro migliora l’efficienza complessiva del sistema di raffreddamento, poiché la pompa di calore contribuisce a mantenere più stabile la temperatura dell’acqua di ritorno. In questo modo si ottiene una sinergia tra raffreddamento e riscaldamento, trasformando un sottoprodotto energetico in una risorsa utile e rafforzando la sostenibilità del sito industriale.
Criteri orientativi per l’applicazione delle pompe di calore
La progettazione di un impianto a pompa di calore non può essere ridotta a un mero esercizio di calcolo termodinamico. I criteri che seguono non intendono sostituirsi alle metodologie ingegneristiche di dimensionamento, né proporsi come modello esaustivo, ma si configurano piuttosto come orientamenti sintetici, utili a guidare la selezione della tecnologia più adatta tra quelle disponibili sul mercato, in funzione del contesto applicativo, delle caratteristiche della sorgente e degli obiettivi energetici e territoriali.
1. Caratteristiche della sorgente
Il primo passo è identificare la tipologia di sorgente disponibile (aria, acqua di falda, reflui industriali, roccia/terreno) e la sua continuità operativa. La temperatura e la stabilità della sorgente condizionano direttamente il COP e la scelta della configurazione più idonea.
Nel caso ci si orientasse verso una soluzione geotermica a circuito aperto, sarà necessario condurre studi approfonditi per stabilire le caratteristiche della falda (profondità, presenza di limo, capacità, portata di prelievo, temperatura, ecc…). Inoltre, deve essere verificata l’assenza di zone di rispetto che impediscono la perforazione.
Nel caso ci si orientasse verso una soluzione geotermica a circuito chiuso, sarà necessario condurre studi approfonditi per stabilire le caratteristiche del terreno (conducibilità, capacità termica stagionale, geomorfologia, ecc…). Inoltre, deve essere verificata la disponibilità di aree sufficienti per l’installazione delle sonde.
2. Obiettivo: riscaldamento, ACS o processo
Se l’obiettivo è esclusivamente il riscaldamento a bassa temperatura (es. impianti radianti), è opportuno privilegiare pompe di calore ottimizzate per mandata 35–45 °C. Se invece è prevista la produzione di acqua calda sanitaria o l’alimentazione di sistemi di riscaldamento a termosifoni o la produzione di acqua di processo, la scelta deve orientarsi verso tecnologie ad alta temperatura (mandata 70–90 °C), eventualmente con cicli a cascata. È inoltre importante valutare la possibilità di modulazione del carico termico in funzione della domanda stagionale e della contemporaneità.
3. Taglia e modularità dell’impianto
La taglia deve essere selezionata in funzione della disponibilità di energia dalla sorgente e del profilo di carico dell’utenza. In contesti distribuiti o con carichi variabili, è consigliabile considerare soluzioni modulari, che facilitano l’integrazione in siti esistenti e aumentano la resilienza operativa. La modularità consente inoltre di ridurre il rischio di fermo impianto e di adattare la produzione termica alle fluttuazioni della domanda.
4. Integrazione con il sito
La compatibilità con le infrastrutture esistenti è un criterio fondamentale: layout impiantistico, fluidi di processo, sistemi di controllo e accumuli devono essere analizzati per garantire un’integrazione efficace. Le pompe di calore possono generare sinergie con altri impianti, come caldaie, cogeneratori o sistemi solari termici, massimizzando l’autoconsumo e la resilienza energetica. L’integrazione con sistemi di accumulo termico rappresenta un ulteriore elemento strategico per ottimizzare la flessibilità operativa e favorire la gestione intelligente dei carichi.
5. Connessione con il territorio
In presenza di reti di teleriscaldamento o distretti energetici, le pompe di calore possono essere progettate come nodi di scambio termico, valorizzando sorgenti locali e calore residuo industriale. La loro applicazione deve essere letta anche in chiave di simbiosi industriale e cooperazione energetica territoriale, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e rigenerazione urbana.
Risparmi energetici e ambientali generabili
La capacità di massimizzare l’uso di energia rinnovabile rende le pompe di calore una delle soluzioni più efficaci per ridurre i consumi e le emissioni. Se confrontate con le tradizionali caldaie a condensazione, il risparmio di energia primaria può raggiungere il 55%, con una riduzione proporzionale delle emissioni di CO₂.
Per fare un esempio, per produrre 1 kWh termico sotto forma di acqua calda le pompe di calore utilizzano solo 0,25 kWh elettrici [1] – [2], mentre per produrre la stessa energia termica con caldaie a condensazione sono necessari 0,102 Nm3 [3].
Nel 2023 il percorso europeo verso la decarbonizzazione dei consumi termici ha conosciuto una forte accelerazione: nei 21 Paesi monitorati sono state immesse sul mercato oltre 3 milioni di pompe di calore, portando lo stock complessivo installato a 24 milioni di unità. L’Italia ha contribuito in modo significativo, con circa 510.000 nuove installazioni, un volume d’affari pari a 378 milioni di euro e un parco totale che ha raggiunto le 4,1 milioni di unità.
Oltre all’impatto economico, ciò che rende questa tecnologia strategica sono i benefici energetici e ambientali. Nel solo 2023, le nuove installazioni europee hanno consentito un risparmio di 36,8 TWh di energia finale e 15,6 TWh di energia primaria. Considerando l’intero parco installato, il risparmio cumulato ammonta a 292 TWh di energia finale — di cui 28,99 TWh attribuibili all’Italia — e 129 TWh di energia primaria. Sul piano ambientale il contributo è altrettanto rilevante: nel 2023 sono state evitate 7,28 milioni di tonnellate di CO₂, mentre il totale del parco europeo ha superato i 59 milioni di tonnellate di emissioni evitate. L’Italia ha fornito un apporto pari a 5,282 milioni di tonnellate di CO₂ risparmiate, corrispondenti al 7,3% dell’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni.
Conclusioni
La tecnologia delle pompe di calore si afferma oggi come uno strumento cardine per la decarbonizzazione dei consumi termici, l’aumento dell’efficienza energetica e la valorizzazione delle risorse ambientali. La loro diffusione è pienamente coerente con le politiche europee in materia di efficienza e rinnovabili, che spingono gli Stati membri a privilegiare l’elettrificazione dei fabbisogni termici e l’impiego di fonti a basso impatto, prima di ricorrere a nuove infrastrutture basate su combustibili fossili. Il PNIEC italiano ha recepito queste indicazioni, riconoscendo alle pompe di calore un ruolo abilitante per il raggiungimento degli obiettivi della RED III, sia nel settore residenziale e terziario, sia nel teleriscaldamento efficiente e nei processi industriali.
Il quadro normativo europeo rafforza ulteriormente questa prospettiva. Il Net Zero Industry Act (NZIA), entrato in vigore nel 2024, include le pompe di calore tra le 19 tecnologie strategiche da sviluppare e produrre in Europa per conseguire la neutralità climatica entro il 2050. L’obiettivo è ambizioso: garantire entro il 2030 almeno il 40% della domanda europea di queste tecnologie attraverso produzione interna, favorendo un ecosistema industriale competitivo, resiliente e meno dipendente dalle importazioni.
In questo scenario, la pompa di calore si configura come una tecnologia di integrazione: tra energia elettrica e termica, tra edifici e territorio, tra captazione ambientale e redistribuzione. La sua flessibilità applicativa, la capacità di operare con sorgenti diverse (aria, acqua, suolo, cascami industriali) e la possibilità di interfacciarsi con reti termiche e sistemi di accumulo la rendono un tassello essenziale della transizione energetica.
[1] Per il consumo di gas necessario per la produzione dell’energia elettrica necessaria alla pompa di calore è stato considerato un rendimento pari al 56% ipotizzando di generarla attraverso l’utilizzo di una centrale a ciclo combinato e perdite di rete pari al 2,5%.
[2] Utilizzando uno SCOP per la produzione di acqua calda a 65° pari a 4.
[3] Utilizzando un rendimento medio stagionale della caldaia a condensazione per la produzione di acqua calda a 65° pari a 98%.












