La Cina deve iniziare a contribuire alla finanza climatica?

A seconda della metrica usata, Pechino emerge sia come paese che dovrebbe pagare più degli Stati Uniti e dell’Europa, sia il contrario. Per altri paesi ancora classificati in via di sviluppo dall’Unfccc, invece, il quadro è più chiaro e rispettano ormai tutti i criteri per contribuire alle diverse linee di finanziamento. Di sciogliere questi nodi si occuperà entro novembre 2023 il comitato istituito alla COP27 per definire il funzionamento del Fondo per perdite e danni

Finanza climatica: quali paesi in via di sviluppo dovrebbero contribuire?
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Quali paesi in via di sviluppo dovrebbero versare fondi per la finanza climatica?

(Rinnovabili.it) – La COP27 ha aperto il dibattito su chi deve contribuire alla finanza climatica e in che misura deve aprire il portafogli. Accettando la proposta dei paesi in via di sviluppo – i 134 riuniti nel G77 – sul meccanismo per le perdite e i danni, l’Europa ha puntato il dito contro la Cina. Pechino è stata la regista occulta dell’accordo sui loss and damage ma, per la Convenzione quadro dell’Onu sul cambiamento climatico, è considerata ancora un paese in via di sviluppo. Nonostante sia ormai il 1° inquinatore mondiale e la sua economia stia rapidamente crescendo verso volumi paragonabili a quelli degli Stati Uniti.

La Cina di fronte alla finanza climatica

Ma la Cina dovrebbe davvero pagare? Dipende dal metro di misura che si sceglie, per Pechino come per altri paesi in via di sviluppo sui quali si sta concentrando la pressione. Se si guarda l’impronta di carbonio, quella di un abitante della Cina è solo la metà di quella di un americano (7,1 t CO2 contro 16), ma è simile a quella di un europeo. Secondo un altro punto di vista la situazione cambia: il cinese medio guadagna ancora appena un terzo dello stipendio di un europeo.

E ancora, tutto cambia quando si considerano le emissioni storiche, cioè quelle cumulate dal 1750 a oggi. La Cina ha emesso in tutto 220 Gt CO2 in 250 anni, più o meno la metà sia degli Stati Uniti che dell’Europa, che insieme superano il 50% mentre Pechino è ferma al 13,7%. Che è sempre più di tutto il Sudamerica, l’Africa e la Germania prese insieme. Oggi la Cina emette, da sola, più di tutti i paesi in via di sviluppo.

Un altro approccio possibile alla questione consiste nel guardare solo gli effetti di una Cina che contribuisca, con la sua giusta quota, alla finanza climatica. In questo senso, l’impatto di Pechino sarebbe un game changer. Secondo calcoli dell’Overseas Development Institute (ODI), riportati da Climate Home News, la fair share cinese sarebbe del 24%, mentre se si considerano le emissioni storiche la giusta quota salirebbe addirittura al 36%.

Gli altri ‘papabili’

Questi temi saranno al centro dei lavori del comitato istituito dalla COP27 per decidere le regole della finanza per le perdite e i danni, che deve raggiungere una decisione entro novembre 2023. Oltre alla Cina si dovrà parlare anche di altri paesi oggi considerati in via di sviluppo, ma per i quali le diverse metriche rendono più chiaro che il loro contributo sarebbe ormai dovuto.

Parliamo di molti paesi arabi, a partire dal Qatar, dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, passando per Singapore, Israele e la Corea del Sud. Doha, Abu Dhabi e Riad hanno ciascuno emesso dal 1990 a oggi più emissioni della Germania e almeno il doppio della Cina, mentre hanno tra i redditi pro capite (e le emissioni pro capite) più alti al mondo.

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