Come funziona la nuova tassa sul carbonio alla frontiera dell’UE

Il Carbon Border Adjustment Mechanism coprirà, all’inizio, ferro, acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio e generazione elettrica. A regime dal 1° gennaio 2026, ma una fase transitoria senza scambio di quote inizierà già nel 2023. La Commissione pasticcia con i permessi gratuiti dell’ETS, che sopravviveranno fino al 2035. E sul destino del CBAM resta sempre la ghigliottina del WTO, a cui la carbon border tax europea puzza troppo di protezionismo

Tassa sul carbonio alla frontiera: tutti i dettagli del CBAM europeo (Carbon Border Adjustment Mechanism)
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La tassa sul carbonio alla frontiera fa parte delle proposte del pacchetto Fit for 55

(Rinnovabili.it) – Andrà a regime nel 2026, ma dal 2023 sarà in vigore un sistema di reporting per le emissioni incorporate nelle esportazioni verso il mercato europeo. Riguarderà pochi settori, almeno all’inizio. Quelli più a rischio carbon leakage: ferro, acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio, generazione elettrica. In questo perimetro si muove la tassa sul carbonio alla frontiera dell’Unione Europea. La Commissione ha presentato ieri questa nuova e molto discussa misura all’interno del pacchetto Fit for 55, un gruppo di 13 iniziative legislative su energia e clima con cui Bruxelles stabilisce in concreto come vuole ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e mettere in pratica la transizione energetica.

Che cos’è la tassa sul carbonio alla frontiera?

La tassa sul carbonio alla frontiera è uno strumento per attribuire un prezzo al carbonio (carbon pricing). Ne esistono di diversi tipi: un altro, molto diffuso, è quello dei sistemi ETS (Emission Trading Scheme), i sistemi di scambio delle quote di carbonio. Tra questi due strumenti c’è una differenza essenziale. Mentre l’ETS regola le emissioni prodotte all’interno di un certo territorio, la tassa sul carbonio alla frontiera si applica alle importazioni di prodotti dall’estero. E quindi alle emissioni prodotte al di fuori di uno Stato o, come nel caso dell’Unione Europea, al di fuori di un mercato comune.

Nel pacchetto Fit for 55, la Commissione ha proposto anche un aggiornamento del suo sistema ETS (a cui Rinnovabili.it dedicherà un approfondimento a parte), che è già in vigore dal 2005. Perché aggiungere un nuovo strumento? La tassa sul carbonio alla frontiera (leggi qui il testo della proposta, in inglese), che ufficialmente si chiama Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM, Meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera), serve a due scopi.

A cosa serve il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM)

Il primo scopo è evitare il fenomeno del carbon leakage, ovvero la fuga delle industrie europee (e delle loro emissioni di gas serra) all’estero. L’UE sta alzando i suoi obiettivi climatici in diversi modi, tra cui imporre all’industria limiti più stringenti sulle emissioni. Ciò significa che molti settori, a partire da quelli a intensità energetica più alta, dovranno investire per ridurre la loro impronta. Voci di spesa che eviterebbero se la produzione avvenisse in altri paesi con una legislazione climatica meno esigente. Tanto più che la concorrenza dall’estero, se non gravata da oneri simili, diventerebbe difficile da sostenere.

Il CBAM serve proprio a evitare l’eventuale delocalizzazione dei processi produttivi mettendo una tassa sulle importazioni di merci prodotte con standard climatici più bassi di quelli europei. Per fare un esempio: l’acciaio russo costa meno di quello europeo (anche) perché Mosca ha obiettivi sulle emissioni più blandi? La carbon tax alla frontiera ‘rettifica’ la sproporzione di prezzo. In questo modo l’industria europea è tutelata. Ma la tassa sul carbonio alla frontiera, e veniamo al secondo scopo, è anche uno strumento per incentivare gli altri paesi a introdurre standard climatici più stringenti per ridurre o eliminare la carbon tax europea sulle proprie merci.

Come funzionerà in concreto la carbon tax europea

La proposta della Commissione (che potrà essere modificata nei prossimi mesi durante i negoziati con Parlamento e Consiglio) individua i settori più a rischio carbon leakage, citati all’inizio. Per queste merci, dal 2023 alla fine del 2025 sarà attivo un periodo di transizione. Chi le vuole importare nell’UE dovrà dichiarare entro il 31 maggio di ogni anno la quantità di prodotti importati e le emissioni incorporate per l’intero volume di import relativi all’anno precedente. Dal 2026 parte l’obbligo di acquistare i permessi per coprire la CO2 importata, in un sistema di quote simile a quello dell’ETS (a cui faranno riferimento i prezzi delle quote CBAM). Ma fino al 2035 la carbon tax non sarà da pagare integralmente: durante questo ulteriore (e lunghissimo) periodo di transizione le aziende straniere non saranno troppo penalizzate, mentre quelle europee continueranno a beneficiare delle quote gratuite dell’ETS UE.

Il sistema presentato dalla Commissione europea prevede diversi aggiustamenti possibili a seconda del caso specifico. Alcuni paesi sono esentati, come gli Stati non-UE che però partecipano all’ETS, cioè la Svizzera e i paesi dello Spazio economico europeo (EEA). Esentati anche i paesi che hanno un mercato del carbonio collegato a quello UE. Allo stesso modo, le merci già soggette a un carbon pricing all’origine avranno un aggiustamento nel numero di permessi richiesti dal CBAM. La proposta della Commissione propone poi dei criteri per esentare dalla carbon tax sull’elettricità i paesi con cui è in corso l’integrazione del sistema elettrico, che prendono in considerazione quanto le politiche di decarbonizzazione dei paesi terzi convergono con quelle UE.

Gli ostacoli sulla strada della tassa sul carbonio alla frontiera

Nel dibattito interno all’UE, il nodo principale sarà probabilmente quello dell’intreccio con l’ETS e, in particolare, delle quote gratuite (free allowances). La proposta di revisione del mercato del carbonio europeo, infatti, lascia quasi inalterato il sistema che permette a certi settori industriali di beneficiare di permessi gratuiti.

Secondo Carbon Market Watch, la sovrapposizione tra CBAM e ETS UE permetterebbe alle industrie pesanti come quelle del cemento e dell’acciaio di beneficiare di free allowances fino al 2035. “La Commissione sta facendo le cose al contrario”, dichiara Agnese Ruggiero, Policy Officer di Carbon Market Watch. “Un CBAM che apre le porte a quote gratuite oltre il 2030 è peggio che non avere affatto il CBAM. Tale esenzione lascerebbe completamente i grandi inquinatori fuori dai guai e invierebbe un segnale molto negativo a livello internazionale”.

Ma gli ostacoli non finiscono qui. Un altro passaggio problematico sarà quello dei rapporti con i paesi terzi. Molti Stati hanno apertamente manifestato timori e fastidi per la carbon tax europea. La paura di avere un danno nell’export ha spinto alcuni paesi, come la Cina, a fare la voce grossa nel tentativo – fallito – di spingere Bruxelles a lasciar cadere il CBAM. Ma al tempo stesso l’UE ha avviato un dialogo più serrato con Pechino. La carbon tax può diventare una freccia in più a disposizione della diplomazia dei Ventisette. Anche con la Russia, che è il primo esportatore verso l’UE di ferro e acciaio, e il secondo per l’alluminio (dopo la Norvegia, che però è esentata dal CBAM).

C’è da segnalare, infine, i guai con il WTO. L’Organizzazione mondiale del commercio ha avvisato l’UE: non sarà accettata nessuna misura protezionista. Bruxelles dimostra di temere la bocciatura dell’organismo che presiede alle regole del commercio internazionale: tutto il materiale di presentazione del provvedimento della tassa sul carbonio alla frontiera trabocca di rassicurazioni, il CBAM è strutturato per essere WTO-compliant. Su questo punto alcuni dubbi li avevano espressi anche gli Stati Uniti di Joe Biden, che sul prezzo del carbonio e sulla carbon tax europea sta tenendo un atteggiamento ondivago.

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