I data center in Italia stanno generando una forte pressione su suolo e rete elettrica, alimentando dibattiti tra opportunità e veti territoriali. La soluzione ideale per la sostenibilità risiede in infrastrutture di media e piccola taglia realizzate su aree industriali dismesse. Questo modello permette di azzerare il consumo di suolo e recuperare il calore di scarto per alimentare direttamente le reti di teleriscaldamento urbano.

Il boom dei data center in Italia – trainato dall’intelligenza artificiale e dal cloud computing – sta generando una pressione crescente e per certi versi ingestita sul sistema elettrico, sul consumo di suolo e sulle infrastrutture di connessione alla rete.
Il dibattito pubblico e le politiche industriali si concentrano quasi esclusivamente sulla capacità di accogliere investimenti di scala – hyperscale, mega-campus, gigawatt di connessioni in alta tensione – perdendo di vista un’opportunità strutturale di cui disponiamo e che stiamo sistematicamente sottovalutando.
Il modello di sviluppo più coerente con gli obiettivi energetici e territoriali italiani non è quello degli hyperscale su greenfield, ma quello dei data center di media e piccola taglia, collocati su aree industriali dismesse (brownfield) e integrati con le reti di distribuzione del calore esistenti o facilmente realizzabili.
Un data center, infatti, non è solo un consumatore di energia elettrica. È anche una sorgente termica continua, disponibile 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, a temperature compatibili con il teleriscaldamento.
Su questo tema circola un argomento che nella sua impostazione risulta sbagliato: non tutto il calore di scarto è recuperabile per il teleriscaldamento – perché non tutti i siti sono prossimi a reti esistenti, perché le temperature di recupero variano con la tecnologia di raffreddamento, perché i costi di connessione possono essere proibitivi in alcuni contesti.
Tutto vero. Ma questa obiezione, portata alle sue conseguenze estreme, implica una conclusione logicamente insostenibile: poiché non possiamo recuperare tutto, non recuperiamo niente. Se anche solo il 30% del potenziale termico stimato fosse tecnicamente ed economicamente valorizzabile, stiamo parlando di quasi 3 TWh termici annui – il fabbisogno di 240.000 famiglie. Non è un risultato trascurabile che si possa liquidare con un argomento di perfezione.
Sul fronte del territorio, il brownfield non è semplicemente un’alternativa al greenfield: è una scelta qualitativamente diversa. Insediare un data center su un’area industriale dismessa significa restituire funzione e valore a un sito degradato, evitare il consumo irreversibile di suolo agricolo o naturale, abbreviare i tempi autorizzativi e – soprattutto – collocare l’impianto in un contesto urbano o periurbano dove le reti di teleriscaldamento esistono o possono essere estese/realizzate a costi accettabili. È la condizione necessaria affinché il recupero del calore passi dall’essere una buona intenzione a diventare un progetto.
C’è poi un atteggiamento più generale che vale la pena nominare. I data center – come prima di loro le centrali elettriche, le reti di telecomunicazione, le infrastrutture logistiche – vengono spesso accolti con una resistenza che oscilla tra il legittimo NIMBY e il rifiuto ideologico di tutto ciò che è grande, tecnologico e straniero.
Questo atteggiamento ha una sua comprensibilità emotiva, ma non è una politica. Il digitale, l’intelligenza artificiale, il cloud computing non sono fenomeni reversibili: sono infrastrutture su cui si regge già oggi una quota crescente dell’economia, della sanità, della ricerca, della pubblica amministrazione. Fermarli non è un’opzione. La domanda non è “vogliamo i data center?” ma “come vogliamo che siano, e dove vogliamo che si insedino?”. Chi oggi si oppone senza proporre alternative concrete non tutela il territorio, lo espone al rischio opposto, quello di ospitare comunque i data center – perché arriveranno – ma nelle forme e nei luoghi peggiori, senza le condizioni che ne farebbero un’opportunità invece che un problema.
La critica costruttiva, in questo campo come in molti altri, è infinitamente più utile dell’ostracismo.
Un settore che cresce più velocemente della rete che lo deve alimentare
A fine 2024 il Politecnico di Milano censiva tra 168 e 200 data center attivi in Italia, per 513 MW installati [1], saliti a 609 MW nel 2025. La concentrazione è marcata: Milano da sola vale il 46% della capacità nazionale, circa 238 MW. I consumi si aggirano tra 3,9 e 5,8 TWh/anno, l’1,9-2% del fabbisogno elettrico nazionale [2].
Entro il 2030 la potenza installata potrebbe raggiungere 1,4-2,0 GW, con circa 14 TWh/anno aggiuntivi – quasi il 5% della domanda elettrica attuale. Al 2035 le proiezioni più spinte arrivano a 2,3-4,6 GW e a una quota compresa tra il 7 e il 13% del totale nazionale [3].
Il dato che meglio misura la pressione sul sistema è però un altro: a dicembre 2025 le richieste di connessione avevano raggiunto 69 GW cumulati, quasi tredici volte il 2023 [4]. Solo una frazione diventerà impianto – il rapporto stimato è inferiore a 1 a 10 – ma resta un indicatore eloquente delle aspettative degli operatori. Terna ha segnalato che gli impianti di taglia maggiore richiederanno allacci diretti in alta tensione, con tempi spesso superiori a quelli di costruzione dei data center stessi.
Di fronte a questi numeri prevale la narrativa dell’opportunità: investimenti, occupazione, gettito, posizionamento nel mercato digitale. È vero, ma questa lettura oscura una domanda che raramente viene posta: quale modello di data center vogliamo, e dove vogliamo che si insedino?
Il problema dell’hyperscale: energia, suolo e distanza dalle utenze
Il modello prevalente di data center che si sta affermando in Italia – e che concentra la grande maggioranza degli investimenti e delle aspettative – è quello del campus hyperscale: strutture di grande taglia, con potenze superiori a 100 MW, localizzate preferibilmente in aree periurbane o extraurbane dove il costo del suolo è basso, le infrastrutture viarie sono accessibili e non esistono conflitti con insediamenti residenziali. È il modello di Francoforte, Amsterdam, Dublino e Londra – i quattro grandi hub europei che Milano guarda come benchmark.
Questo modello presenta vantaggi reali in termini di economie di scala, efficienza operativa e PUE (Power Usage Effectiveness): un impianto di grandi dimensioni, ben progettato e dotato di sistemi di raffreddamento avanzati, può raggiungere PUE inferiori a 1,2, con consumi infrastrutturali molto contenuti rispetto alla potenza IT installata. Ma presenta anche limiti strutturali che il dibattito italiano tende a sottovalutare.
Il primo è il consumo di suolo. I benchmark internazionali indicano che un campus hyperscale – con potenze che superano i 100 MW – occupa tipicamente tra 80 e 200 ettari, e negli Stati Uniti la transazione fondiaria media per data center ha raggiunto i 90 ettari nel 2024, in crescita del 144% rispetto al 2022. In Europa le densità sono più alte, perché il suolo è più scarso e costoso, ma l’ordine di grandezza resta quello di decine di ettari sottratti in modo irreversibile ad altri usi – spesso agricoli. In un Paese come l’Italia, dove il consumo di suolo è già un tema politico e ambientale di primaria importanza, e dove esistono milioni di metri quadrati di superficie industriale dismessa che aspetta di essere rigenerata, la scelta del greenfield è difficile da giustificare.
Il secondo limite è la distanza dalle utenze termiche. Il calore di scarto di un data center hyperscale localizzato in un’area periurbana – a 10, 20 o 30 chilometri dalle reti di teleriscaldamento esistenti – è di fatto non recuperabile a costi accettabili. La rete di teleriscaldamento richiede investimenti infrastrutturali proporzionali alla lunghezza delle condotte, e oltre una certa distanza il bilancio costi-benefici del recupero termico diventa negativo. Il risultato è che il calore – che potrebbe soddisfare il fabbisogno termico di migliaia di abitazioni – viene dissipato in torri di raffreddamento, dry cooler o sistemi di raffreddamento evaporativo, contribuendo all’isola di calore urbana e sprecando una risorsa energetica preziosa.
Il calore di scarto: una risorsa nascosta nei server
Dal punto di vista termodinamico, un data center si comporta come un carico elettrico che restituisce quasi integralmente in forma termica l’energia che assorbe, indipendentemente dalla sua taglia. La quasi totalità dell’energia elettrica consumata dai server – stimata nell’ordine del 40-50% del consumo totale dell’impianto – si trasforma in calore che deve essere allontanato dai rack per preservare il funzionamento dell’hardware [5]. I sistemi di raffreddamento, che rappresentano il 25-40% del consumo elettrico complessivo dei data center, hanno il compito di raccogliere questo calore e smaltirlo verso l’esterno disperdendolo nell’atmosfera o nell’acqua.
Questo calore non è un rifiuto nel senso tradizionale del termine. Ha caratteristiche fisiche precise: la temperatura del calore di scarto dipende dalla tecnologia di raffreddamento impiegata. Con il raffreddamento ad aria tradizionale (la tecnologia oggi più diffusa), il calore viene rilasciato a temperature di 25-35 °C, difficilmente utilizzabili per il teleriscaldamento senza un’ulteriore elevazione tramite pompa di calore. Con il raffreddamento a liquido diretto (Direct Liquid Cooling o DLC) – tecnologia in rapida diffusione con la crescita dei chip AI, che hanno densità di potenza molto superiori ai processori tradizionali – il calore viene estratto a temperature di 40-70 °C, direttamente compatibili con le reti di teleriscaldamento a bassa temperatura (quarta e quinta generazione) che operano con temperature di mandata tra 35 e 60 °C.
Il potenziale di recupero è significativo. Lo studio A2A-TEHA stima che, in uno scenario di sviluppo a pieno regime e con una pianificazione strategica dei data center, il calore di scarto recuperabile potrebbe arrivare a 9,5 TWh termici annui – sufficiente a soddisfare il fabbisogno di calore di circa 800.000 famiglie [6]. In termini di emissioni evitate, questo corrisponde a quanto si otterrebbe installando 2,3 milioni di pompe di calore, ovvero il 55% del parco complessivo installato in Italia al 2024. Sono ordini di grandezza che una strategia seria di decarbonizzazione del settore termico residenziale non può ignorare.
Perché questo potenziale si traduca in benefici reali serve una sola condizione: che i data center si trovino fisicamente vicini alle reti di distribuzione del calore che devono alimentare e più in generale alle utenze. È qui che il modello di localizzazione fa la differenza ed è qui che il brownfield entra in gioco.
IL BROWNFIELD COME SCELTA STRATEGICA, NON COME RIPIEGO
La localizzazione dei data center su aree industriali dismesse (brownfield) è spesso presentata come una scelta di compromesso: si va sul brownfield quando non si riesce ad ottenere il greenfield, o quando le pressioni ambientaliste lo impongono. Questa impostazione va ribaltata. Il brownfield non è un ripiego: è la scelta ottimale per un modello di sviluppo dei data center che voglia essere coerente con gli obiettivi energetici, territoriali e sociali del Paese.
Le Linee guida MASE del 2024 (Decreto Direttoriale n. 257/2024) hanno già sancito la priorità di localizzazione dei data center in aree industriali dismesse, al fine di contenere il consumo di suolo e minimizzare gli impatti paesaggistici. Il Progetto di legge A.C. 1928 – Delega al Governo per una disciplina organica dei data center – rafforza questo orientamento, prevedendo procedure autorizzative semplificate per i brownfield, priorità esplicita rispetto al greenfield e la promozione del recupero e riutilizzo del calore di scarto, anche attraverso contributi a favore degli enti locali nel cui territorio si insedia un nuovo data center [7]. Anche la Direttiva UE 2023/1791 sull’efficienza energetica fornisce strumenti normativi nella stessa direzione: l’articolo 26, paragrafo 6, impone agli Stati membri di provvedere affinché i data center con potenza totale superiore a 1 MW utilizzino il calore di scarto, salvo comprovata impraticabilità tecnica o economica.
La preferenza per il brownfield ha radici più profonde della semplice norma. Un’area industriale dismessa porta con sé un patrimonio di caratteristiche preziose per un data center: infrastrutture elettriche già presenti (anche se da aggiornare), connessioni viarie adeguate, distanza sufficiente dalle aree residenziali per limitare il rumore dei sistemi di raffreddamento, suolo già impermeabilizzato che non comporta nuovo consumo di terra agricola o verde, e – soprattutto – collocazione in contesti urbani o periurbani dove le reti di teleriscaldamento esistono o possono essere facilmente estese.
A questo si aggiunge il valore sociale della rigenerazione urbana. Un data center che si insedia in un’ex area industriale dismessa non genera conflitti con le comunità locali: al contrario, rappresenta uno strumento di riqualificazione di un sito degradato, con effetti positivi sull’immagine del quartiere, sul valore degli immobili circostanti e sull’occupazione locale.
Piccoli e distribuiti: un modello diverso
La scelta del brownfield si lega naturalmente a una riflessione sulla taglia ottimale dei data center. La logica dell’hyperscale – più grande, più efficiente, più conveniente – ha dominato il mercato negli ultimi dieci anni, e ha ragioni economiche concrete: le economie di scala abbassano il costo per rack, il PUE migliora con la dimensione, i costi di gestione e manutenzione si diluiscono su una base più ampia. Ma questa logica trascura alcuni elementi che diventano decisivi quando il data center è visto non come un’entità isolata, ma come un nodo di un sistema energetico e territoriale integrato.
Un data center di piccola o media taglia – nell’ordine di 1-10 MW – su brownfield urbano ha caratteristiche molto diverse da un campus hyperscale. Può essere connesso alla rete elettrica in media tensione. Può essere ospitato in edifici industriali esistenti con limitati interventi di ristrutturazione, riducendo i tempi e i costi di realizzazione. Può essere realizzato in configurazione modulare, scalando la potenza in funzione della domanda effettiva senza over-provisioning. E, soprattutto, può essere collocato in prossimità delle potenziali utenze di teleriscaldamento, rendendo il recupero del calore di scarto economicamente e tecnicamente praticabile.
I casi italiani: da Brescia a Milano
I casi italiani di data center con recupero del calore di scarto sono ancora pochi, ma sono significativi e dimostrano la fattibilità del modello. La tabella che segue riassume i principali esempi disponibili, italiani ed europei, con i dati verificati al momento della redazione di questo articolo.
| Caso | Caratteristiche | Risultati |
| Brescia — Centrale Lamarmora (A2A / Qarnot) | DC a raffreddamento liquido inaugurato giugno 2025 in brownfield industriale (ex centrale termica A2A). Temperatura calore recuperato: fino a 65 °C. | Fase 1 (operativa): circa 800 MWh termici/anno. A regime: 16 GWh termici/anno, pari al fabbisogno di oltre 1.350 appartamenti equivalenti e a 3.500 t CO₂ evitate/anno. |
| Milano — Avalon 3 / Municipio 6 (A2A / Retelit / DBA Group) | DC da 3.500 mq e 3,2 MW in edificio industriale riqualificato. Il più grande punto di interconnessione internet d’Italia. Operativo dai primi mesi 2026. | 2,5 MW termici disponibili; 15 GWh termici/anno recuperati; 1.250 famiglie servite; 1.300 TEP risparmiati; 3.300 t CO₂ evitate/anno. Prima partnership industriale italiana nel settore. |
La centrale Lamarmora di A2A – ex sito industriale di produzione energetica nel cuore della città – è stata trasformata in un data center a raffreddamento liquido progettato dalla società francese Qarnot. Il calore recuperato dai server, a temperature fino a 65 °C, viene immesso direttamente nella rete di teleriscaldamento cittadina senza necessità di ulteriore elevazione termica. La prima fase, già operativa, produce circa 800 MWh termici all’anno con 30 unità computazionali; a regime il progetto raggiungerà 16 GWh termici all’anno, sufficienti al fabbisogno di oltre 1.350 appartamenti equivalenti, evitando l’emissione di 3.500 tonnellate di CO₂. È esattamente il modello da assumere come riferimento: brownfield urbano, recupero termico integrato, impatto ambientale negativo trasformato in risorsa per la comunità.
Il progetto milanese di Avalon 3 conferma che la direzione è tracciata anche nel contesto del principale hub italiano. Milano, con una rete di teleriscaldamento di 390 km che serve circa 248.000 appartamenti equivalenti, è il laboratorio ideale per questo modello. Il data center Avalon 3 di Retelit – 3.500 mq e 3,2 MW di potenza, situato in via Bisceglie in un edificio industriale riqualificato nel 2021 – metterà a disposizione della rete 2,5 MW termici, per un recupero di 15 GWh all’anno, servendo 1.250 famiglie aggiuntive con un risparmio di 1.300 TEP e 3.300 tonnellate di CO₂ evitate. Dimostra che la scala del contributo può essere rilevante anche per impianti di media taglia, e che il brownfield urbano è il contesto ideale per realizzarlo.
Il quadro normativo: strumenti già disponibili e quelli che mancano
Il quadro normativo che disciplina il rapporto tra data center, efficienza energetica e recupero del calore di scarto è in rapida evoluzione, sia a livello europeo sia a livello nazionale. Conoscerlo serve a distinguere gli strumenti già disponibili dalle lacune ancora da colmare.
A livello europeo
La Direttiva UE 2023/1791 sull’efficienza energetica introduce per i data center un sistema organico di obblighi e incentivi. I data center con potenza IT installata pari o superiore a 500 kW sono tenuti, a partire dal 15 maggio 2026, a pubblicare annualmente una serie di indicatori obbligatori (PUE, consumo idrico, quota di rinnovabili, fattore di riutilizzo energetico ERF) da trasmettere alla banca dati europea. Per le strutture superiori a 1 MW, la Direttiva incoraggia l’adozione delle migliori pratiche del Codice di condotta europeo per l’efficienza energetica dei data center, incluso il recupero del calore. Crucialmente, l’articolo 26, paragrafo 6, impone agli Stati membri di provvedere affinché i data center con potenza totale superiore a 1 MW utilizzino il calore di scarto, salvo comprovata dimostrazione di impraticabilità tecnica o economica da parte del gestore. Si tratta di un obbligo condizionato ma strutturale, che introduce la valorizzazione del calore di scarto come norma e non come eccezione.
Il Fattore di Riutilizzo Energetico (ERF – Energy Reuse Factor, definito dalla norma ISO/IEC 30134-6:2021) emerge come il nuovo parametro chiave per la valutazione della sostenibilità dei data center: non più solo il PUE, che misura l’efficienza interna del sistema, ma l’ERF, che misura quanta energia – inclusa quella termica – viene effettivamente recuperata e riutilizzata al di fuori dell’impianto. Un data center con PUE di 1,15 che disperde tutto il calore ha un profilo di sostenibilità molto diverso da uno con PUE di 1,30 che recupera il 60% del calore per il teleriscaldamento: il secondo, in termini di energia primaria effettivamente sprecata, può essere significativamente più efficiente del primo.
A livello nazionale
A livello italiano, il quadro normativo sui data center è in rapida evoluzione. Il Decreto-legge 131/2024 (art. 16) ha recepito gli obblighi europei sul monitoraggio e la pubblicazione dei dati energetici. Le Linee guida MASE (Decreto Direttoriale n. 257/2024) hanno definito criteri e procedure per le valutazioni ambientali, stabilendo esplicitamente la priorità di localizzazione dei data center su brownfield. Il Progetto di legge A.C. 1928 prevede, tra le altre misure, procedure autorizzative semplificate per i brownfield e la promozione del recupero del calore di scarto con contributi agli enti locali interessati.
Quello che manca ancora – e che rappresenta la principale lacuna del quadro normativo italiano – è un meccanismo incentivante strutturale per il recupero del calore di scarto dei data center. In assenza di un riconoscimento esplicito del contributo termico dei data center ai sistemi di teleriscaldamento – e di un meccanismo che lo valorizzi economicamente – il recupero del calore dipende dalla buona volontà degli operatori e dalla presenza di utility locali disponibili a investire nell’infrastruttura di connessione. È un modello che funziona dove le condizioni sono favorevoli, ma non scala.
Confronto tra i due modelli: una sintesi
La tabella che segue confronta il modello hyperscale su greenfield con il modello di data center di piccola e media taglia su brownfield, lungo le dimensioni più rilevanti per la valutazione dell’impatto energetico, territoriale e sociale.
| Criterio | Hyperscale (>100 MW) | Edge/Small DC (<10 MW) su brownfield |
| Consumo di suolo | Elevato: campus di 10-50 ettari in aree verdi o agricole | Minimo: inserimento in edifici industriali dismessi |
| Connessione rete elettrica | Richiede allacci in alta tensione | Compatibile con MT/BT esistente |
| Recupero calore di scarto | Difficile: distanza dalle utenze termiche, costi rete teleriscaldamento elevati | Ottimale: collocazione in contesti urbani/industriali già serviti o servibili da reti termiche |
| Impatto sismico e idrogeologico | Richiede analisi sito per aree vergini; spesso in pianura alluvionale | Infrastrutture esistenti riducono i rischi residui |
| Impatto paesaggistico e sociale | Elevato: conflitti con comunità locali, procedimenti VIA complessi | Basso: inserimento in area già industriale, valorizzazione del degrado urbano |
Il confronto non vuole stabilire che gli hyperscale siano intrinsecamente sbagliati, né che i data center di piccola taglia siano sempre preferibili. Vuole evidenziare che le scelte di localizzazione e dimensionamento hanno conseguenze sistemiche – energetiche, territoriali, sociali – che vanno valutate con la stessa attenzione che si dedica alle caratteristiche tecniche dell’impianto.
Un sistema che massimizza l’efficienza interna (PUE) ma disperde tutto il calore e consuma territorio agricolo è meno sostenibile di un sistema che valorizza il calore di scarto e rigenera un’area dismessa, anche se il suo PUE è leggermente più alto.
Cosa serve: tre condizioni per un modello diverso
Il modello dei data center su brownfield con recupero termico integrato non è un’utopia. I casi di Brescia, Milano e dei Paesi nordeuropei dimostrano che è già realtà. Ma per farlo diventare la norma invece dell’eccezione – e per liberare il potenziale di recupero termico stimato in 9,5 TWh annui – servono tre condizioni che oggi non sono ancora pienamente in atto.
1. Una pianificazione territoriale del calore che includa i data center
La Direttiva UE 2023/1791, all’articolo 25, impone agli Stati membri di provvedere affinché i comuni con più di 45.000 abitanti si dotino di piani locali di riscaldamento e raffrescamento.
2. Un meccanismo incentivante per il recupero termico dei data center
Il Conto Termico 3.0 (D.M. 7/8/2025, in vigore dal 25/12/2025) incentiva la produzione di calore da fonti rinnovabili e ad alta efficienza. Il calore di scarto dei data center — che la Direttiva Rinnovabili (RED III) riconosce esplicitamente come risorsa rinnovabile quando è un sottoprodotto inevitabile di un processo produttivo — dovrebbe poter accedere a strumenti analoghi.
3. Un regime autorizzativo brownfield davvero semplificato
Le Linee guida MASE 2024 hanno stabilito la priorità del brownfield, ma la semplificazione autorizzativa resta spesso sulla carta. I procedimenti di variante urbanistica, le conferenze di servizi, i pareri di compatibilità ambientale applicati ai brownfield sono quasi altrettanto complessi di quelli per i greenfield. Il Progetto di legge A.C. 1928 introduce poteri di deroga e sportelli unici dedicati che potrebbero fare la differenza. Ma la vera semplificazione richiede che i Comuni aggiornino i propri strumenti urbanistici per prevedere esplicitamente i data center come usi compatibili nei tessuti produttivi dismessi, con procedure di approvazione accelerate e condizionate al recupero del calore di scarto.
[1] Osservatorio Data Center, Politecnico di Milano – Bovisa (gennaio 2025). Rapporto annuale sulla situazione dei data center in Italia.
[2] Digitalization and Decarbonization Report 2025, Energy & Strategy Group – Politecnico di Milano (gennaio 2026).
[3] A2A – TEHA Group (The European House – Ambrosetti), “L’Italia dei data center: energia, efficienza, sostenibilità per la transizione digitale” (Forum di Cernobbio 2025).
[4] Digitalization and Decarbonization Report 2025, Energy & Strategy Group – Politecnico di Milano, op. cit.
[5] I-Com – Istituto per la Competitività, “Energ-IA: Data Center, mercato globale da 441 miliardi” (novembre 2025).
[6] A2A – TEHA Group, op. cit.
[7] Progetto di legge A.C. 1928, “Delega al Governo per una disciplina organica dei centri di elaborazione dati”, in iter parlamentare al momento della redazione.
[8] Direttiva (UE) 2023/1791 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13 settembre 2023 sull’efficienza energetica (rifusione), articolo 26, paragrafo 6. GU UE L 231 del 20.9.2023.
[9] Decreto Direttoriale MASE n. 257/2024, “Linee guida per la valutazione dei progetti di data center”.













