Con il blocco navale statunitense si allungano i tempi per trovare una soluzione della cirsi, mentre l'Iran ha raddoppiato gli sforzi per ostruire il passaggio.

Attraversare lo Stretto di Hormuz è praticamente impossibile
Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è diventato praticamente impossibile. Negli ultimi giorni, sei petroliere cariche di greggio iraniano sono state forzate a tornare indietro in Iran a causa del blocco statunitense. Lo evidenziano i dati di tracciamento navale, che danno l’idea dell’impatto che la guerra in Iran sta avendo sul traffico di una delle principali rotte mondiali per l’esportazione di petrolio.
Due settimane fa Trump ha imposto un blocco navale alle imbarcazioni legate all’Iran e Teheran, per tutta risposta, sta impiegando la “mosquito fleet”, la flotta di piccole motovedette armate per ostruire il passaggio. Sia gli USA che l’Iran cercano di controllare Hormuz e il risultato è: traffico quasi a zero e prezzi del petrolio che oscillano, mentre i colloqui per porre fine alla guerra sono in una fase di stallo.
Prima dell’inizio del conflitto in Medio Oriente, tra le 125 e le 140 navi attraversavano lo stretto ogni giorno. In base ai dati di tracciamento di Kpler e alle analisi satellitari di SynMax riportati da Reuters e aggiornati al 27 aprile, solo sette imbarcazioni ci sarebbero riuscite in una giornata, e nessuna di queste trasportava petrolio destinato al mercato globale. Le sei petroliere costrette negli ultimi giorni a ritornare nei porti iraniani trasportavano intorno ai 10,5 milioni di barili di petrolio, stando alle stime elaborate su dati satellitari di TankerTrackers.com
Stretto di Hormuz, la prova di forza aumenta l’incertezza
Con il blocco navale statunitense si allungano i tempi per trovare una soluzione della cirsi, mentre l’Iran ha raddoppiato gli sforzi per ostruire il passaggio. Centinaia di navi e quasi 20.000 marittimi restano bloccati all’interno del Golfo. «Quello che gli Stati Uniti stanno facendo sembra aver esteso l’area di rischio per le navi», ha dichiarato a Bloomberg Rajalingam Subramaniam, amministratore delegato di Fleet Management Limited, che ha più di 400 marittimi intrappolati nel Golfo Persico. «Questa prova di forza ha effettivamente generato maggiore incertezza», ha aggiunto.
Produzione di greggio nel Golfo Persico inferiore del 57%
La produzione di greggio delle nazioni del Golfo Persico è già inferiore del 57% rispetto ai livelli pre-bellici, secondo gli analisti di Goldman Sachs, tra cui Daan Struyven, citati ancora da Bloomberg. Ritornare ai livelli di prima potrebbe richiedere dei mesi, anche se Stretto di Hormuz fosse riaperto completamente e non si verificassero nuovi attacchi. Una vera e propria distruzione della domanda si starebbe già verificando nei mercati del gas, mentre la carenza di fertilizzanti avrà un impatto grave sulla produzione e sui prezzi degli alimenti per il resto dell’anno e forse oltre.
Una nuova normalità?
Un’ipotesi è che gli alti prezzi del petrolio attuali potrebbero diventare il nuovo standard. Suvro Sarkar di DBS Bank, ha spiegato a Reuters che la situazione potrebbe evolversi da una condizione di de-escalation a una sorta di “limbo di cessate il fuoco prolungato“, con i prezzi del petrolio che oscilleranno tra i 100 e i 125 dollari al barile. “Senza un accordo subito e a fronte di un cessate il fuoco esteso a tempo indeterminato che non fornisce certezze sull’apertura dello stretto, i prezzi del petrolio tenderanno sempre al rialzo mentre i mercati fisici si allineeranno a quelli cartacei. Alla fine, la guerra verrà quasi normalizzata dai mercati finanziari. Questo causaerà una minore volatilità ma una base di partenza più alta dei prezzi“.












