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La crisi del petrolio potrebbe accelerare la transizione energetica?

Una nuova crisi dei combustibili fossili potrebbe innescare una svolta globale nella velocità dell transizione energetica? E in che modo il conflitto in Medio Oriente colpisce le rinnovabili?

La crisi del petrolio potrebbe accelerare la transizione energetica?
Via deposiphotos

Gli effetti della crisi del petrolio e del gas sulla transizione mondiale

Prima che scoppiasse il nuovo conflitto in Medio Oriente, e prima che la guerra di USA e Israele contro l’Iran desse il via a una nuova e preoccupante crisi del petrolio, la transizione energetica globale non se la passava troppo bene. Soprattutto in Europa.

Dopo anni di crescita esponenziale, infatti, nel 2025 la rapidità di avanzamento delle energie rinnovabili ha rallentato vistosamente, mostrando il fianco a una serie di problemi: alcuni di carattere strutturale, altri legati alla contingenza attuale.

Il risultato non si è avvertito tanto in termini di nuova capacità messa in esercizio o di investimenti, quanto di tasso di crescita, passato dal +25% del 2024 a solo un +8% dello scorso anno. Tuttavia viene spontaneo domandarsi se, al pari della scorsa crisi energetica (2021-2023), anche questo conflitto determinerà degli effetti sulla transizione energetica e quali potranno essere.

Volatilità dei prezzi fossili

Partiamo da un dato di fatto: con l’escalation delle operazioni belliche in Medio Oriente, il petrolio in poco più di un mese è schizzato oltre i 100 dollari al barile, facendo risuonare una lunga lista di campanelli di allarme. Al momento, i futures del greggio WTI sono scesi arrivando sotto i 99 dollari al barile, trainati giù dalle speranze di una de-escalation del conflitto dopo le dichiarazioni del presidente Trump su un possibile accordo con Teheran.

Stesso discorso per i futures Brent, nonostante si aggirino ancora sui 102 dollari al barile, e per i futures del gas naturale europeo. Questi ultimi sono scesi di oltre il 5% da fine marzo a oggi, attestandosi intorno ai 48 euro per MWh. Tuttavia, i mercati rimangono cauti e diversi paesi, Europa compresa, si stanno preparando a razionare l’energia.

Di pari passo, la nuova crisi del petrolio e del gas ha riacceso le richieste di attivisti e associazioni di settore di incrementare la capacità rinnovabile installata come strumento di sicurezza.

SolarPower Europe ha pubblicato stamane una relazione che mostra come l’Unione Europea abbia risparmiato 111,7 milioni di euro al giorno nei primi 17 giorni del conflitto in Iran grazie al fotovoltaico. “Il parco solare dell’UE ha generato 19,9 TWh di elettricità nelle prime 2,5 settimane di guerra. Soddisfare tale domanda con la produzione di energia a gas sarebbe costato 1,9 miliardi di euro. Si tratta di un ulteriore 32% rispetto ai 6 miliardi di euro che la Commissione stima siano stati spesi per le importazioni di combustibili fossili in quel periodo”, commenta l’associazione.

La crisi del petrolio potrebbe accelerare la transizione energetica?

E non è un caso che oggi, nel Vecchio continente, i paesi che si trovano effettivamente in una posizione migliore per resistere all’attuale crisi energetica siano proprio quelli in cui le tecnologie pulite sono cresciute di più.

Come la Guerra in Iran colpisce la transizione energetica

Tuttavia, la guerra in Iran ha degli effetti diretti anche sulle catene di approvvigionamento della transizione, a cominciare da quelle di alcuni metalli.

Un esempio su tutti: il Medio Oriente rappresenta un polo industriale cruciale per l’alluminio primario (9% della produzione mondiale), ma molti dei produttori regionali hanno iniziato a chiudere o a ridurre le proprie attività a causa dei bombardamenti. Gli analisti di WoodMac hanno previsto un deficit sul mercato globale di 3-3,5 milioni di tonnellate (Mt) nel 2026 e un rincaro dei prezzi fino a circa 3.500 dollari a tonnellata. Il tutto senza che esistano soluzioni praticabili per compensare le perdite nel flussi.

deficit alluminio
Credits: WoodMac

Ciò potrebbe quindi rendere difficile la costruzione di nuova capacità rinnovabile, senza contare che l’inflazione che il conflitto rischia di danneggiare gli investimenti iniziali.

Non solo. Alla nuova crisi energetica molti paesi stanno rispondendo con un ritorno temporaneo al carbone. Succede soprattutto in Asia, in particolare in India e Bangladesh, dove si stanno spingendo al massimo le centrali più inquinanti per compensare la carenza di gas naturale liquefatto (GNL), ma anche in Italia, dove è appena stata approvata una proroga al 2038 per il phase-out del carbone.

Rinnovabili e accumuli, strumenti di difesa

L’elemento positivo? L’energia rinnovabile è e continua ad essere più conveniente delle fonti fossili, rappresentando lo strumento principale attraverso cui i Paesi possono esercitare la propria sovranità energetica. Con le giuste misure di supporto potrebbero offrire uno scudo essenziale alla crisi del petrolio e del gas.

Sul mercato c’è anche un nuovo “oro nero”. Parliamo dell’accumulo, divenuto uno strumento indispensabile sia per la sicurezza energetica che per la transizione.

“L’accumulo a batteria si distingue come l’opzione più rapida ed efficace per impedire che il gas costoso determini i prezzi dell’elettricità. Ciò a sua volta rende l’elettrificazione e la flessibilità più economiche per l’industria e le famiglie”, spiega SolarPower Europe.

Qui è probabile che convergeranno una buona fetta degli investimenti e non solo di quelli occidentali. L’energy storage si sta affermando, infatti, anche come uno strumento per la resilienza infrastrutturale. In un contesto di guerra, le batterie permettono di fare affidamento su un sistema altamente  decentralizzato e più resiliente in caso di bombaramenti, divenendo un prezioso asset per la difesa nazionale.

Gli effetti della crisi di petrolio e gas sull’idrogeno

C’è anche chi scommette che la crisi energetica 2026 possa ridare la giusta spinta all’idrogeno verde, tema che attira ciclicamente grandi entusiasmi ogni volta che i prezzi dei combustibili fossili si alzano. Tuttavia, finora, la storia dell’H2 ha celebrato “fiamme” abbastanza passeggere, pronti a spegnersi una volta normalizzatisi i mercati. Il problema? Una tecnologia di produzione – l’elettrolisi – ancora poco matura e competitiva rispetto ad altri vettroi o anche semplicemente all’H2 di origine fossile. Scommettere sul segmento significava scommettere che petrolio e gas restassero costosi per decenni. Ipotesi raramente confermata dai fatti. Per gli analisti Xizhou Zhoun, Pietro Osbaldstone e Allen di BloombergNEF anche l’attuale shock energetico causato dalle tensioni con l’Iran sembra destinato a seguire questo schema

L’Europa offre un caso emblematico: nonostante la strategia REPowerEU e i target della direttiva RED III in materia di idrogeno rinnovabile, il continente è lontano dal raggiungere i propri obiettivi di produzione e consumo. La diffidenza degli investitori è alimentata dal timore che il vettore non sia redditizio sul lungo periodo e già si “vocifera” di un ripensamento di Bruxelles sul alcuni target. E non giova neppure il fatto che l’UE abbia puntato a livello strategico sull’importazione di idrogeno e ammoniaca verde dal Medio Oriente.

Nello scenario globale, secondo BNEF, la Cina potrebbe rappresentare l’unica vera eccezione. Pechino sta cercando di trasformare l’idrogeno pulito in un pilastro della sicurezza nazionale. Oggi il paese si sta distinguendo grazie a massicci investimenti privati nel settore sostenuti dal sostegno finanziario diretto all’H2 con quote di consumo obbligatorie per l’industria.

Nel resto del mondo, invece, dove il sostegno politico continua a procedere a singhiozzi senza fornire alcuna garanzia a lungo termine della stabilità dei prezzi, è probabile che l’interesse torni a scemare non appena la crisi attuale sarà superata. Restando nel limbo fino alla prossima emergenza globale.

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About Author / Stefania Del Bianco

Giornalista scientifica. Da sempre appassionata di hi-tech e innovazione energetica, ha iniziato a collaborare alla testata fin dalle prime fasi progettuali, profilando le aziende di settore. Nel 2008 è entrata a far parte del team di redattori e nel 2011 è diventata coordinatrice di redazione. Negli anni ha curato anche la comunicazione e l'ufficio stampa di Rinnovabili, le rassegne regionali e le newsletter tecniche. Oggi, tra le altre cose, si occupa della copertura quotidiana delle novità normative sulle fonti rinnovabili, delle politiche energetiche nazionali, europee ed asiatiche, e dei grandi temi connessi all'innovazione e al mercato. Segue da vicino i brevetti e le ricerche scientifiche sulle tecnologie, con un focus su sistemi di accumulo, fotovoltaico, eolico e geotermia. Ha pubblicato articoli legati all'hi-tech e alle rinnovabili su Repubblica.it. Dal 2025 è Vice Direttrice della testata.