D'ora in poi il prezzo del petrolio continuerà a risentire dell'instabilità geopolitica perché l'Iran ha dimostrato di poter decidere in qualsiasi momento di interrompere le forniture.

L’effetto della guerra USA all’Iran: il prezzo del petrolio continuerà a risentire dell’instabilità geopolitica
La guerra USA all’Iran potrebbe aver modificato per sempre il mercato petrolifero perché quello che emergerà da un eventuale accordo tra Washington e Teheran potrebbe apparire molto diverso rispetto a prima.
Il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran riaprirebbe lo Stretto di Hormuz, lasciando in sospeso la questione del nucleare ma riportano sul mercato grandi quantità di petrolio. Intanto, le scorte petrolifere globali, che hanno in parte permesso di attenuare gli effetti della crisi energetica, si stanno riducendo a un ritmo record.
Tuttavia, anche dopo un accordo (ammesso che arrivi) con l’Iran, ci vorrà del tempo per ripristinare le condizioni precedenti alla guerra. E d’ora in poi, prima di tutto, il prezzo del petrolio potrebbe continuare a risentire dell’instabilità geopolitica perché l’Iran ha dimostrato di poter decidere in qualsiasi momento di interrompere le forniture.
Fino a pochi mesi fa la chiusura di Hormuz era solo una possibilità teorica presa in considerazione dagli analisti e nessun Presidente statunitense si era mai avventurato in una guerra contro l’Iran per non incorrere in questa possibilità. Trump, invece, l’ha resa realistica. E anche dopo un accordo, niente assicura che Teheran possa decidere di richiudere nuovamente il canale.
Premio permanente sui prezzi legato a un ambiente operativo permanentemente più rischioso
Anche a crisi finita, per via del vantaggio strategico conquistato dall’Iran, bisognerà prestare attenzione al “premio per il rischio geopolitico”, ossia la propensione del mercato a incorporare preventivamente i rischi, che contribuisce a far aumentare i prezzi. “Ci sarà un premio permanente sui prezzi legato a un ambiente operativo permanentemente più rischioso”, ha dichiarato ad Axios Clayton Seigle, analista energetico del Center for Strategic and International Studies.
Nel breve termine, quanto alla fiducia nella riapertura di Hormuz, “tutto dipenderà dal fatto che gli armatori e gli equipaggi si sentano sicuri nel transitare lo Stretto”, ha detto sempre ad Axios Ben Cahill, analista della UT-Austin. Cahill spiega che regna ancora molta confusione intorno alla possibilità che l’Iran possa imporre qualche tipo di tariffa, in merito alle condizioni di sicurezza e ai costi assicurativi. “Potrebbe trattarsi di un processo discontinuo, una situazione di stop and go“, ha aggiunto.
Inoltre, come ha chiarito l’Agenzia Internazionale dell’Energia nel rapporto di metà maggio sul mercato petrolifero, risolta la questione della rimozione delle mine, saranno probabilmente necessari almeno due o tre mesi per ristabilire le operazioni di esportazione. Ci vorrà tempo anche per consentire ai Paesi del Golfo Persico di ripristinare i livelli di produzione.
La questione del pedaggio
L’accordo con l’Iran potrebbe non prevedere l’imposizione di un pedaggio, ma i funzionari iraniani potrebbero aver previsto nuove tariffe sulle petroliere. Questo potrebbe rivelarsi un vantaggio per Teheran anche se la tassa fosse relativamente contenuta, ha detto Edward Fishman, ex collaboratore del Dipartimento di Stato e oggi analista al Council on Foreign Relations. Fishman ha ipotizzato che le navi possano arrivare a pagare decine di miliardi di dollari l’anno, forse anche 100 miliardi.
Se la si guarda dal punto di vista degli operatori di mercato, siano trader petroliferi o compagnie di navigazione, per una VLCC (Very Large Crude Carrier), ossia una superpetroliera, questa tariffa potrebbe essere 1 dollaro al barile. Per tale ragione, è possibile che il settore privato pagherà il pedaggio se questo fosse il costo per far passare le navi attraverso lo Stretto, ha spiegato Fishman.
Guerra USA all’Iran, Golfo permanentemente più pericoloso
Il prezzo del petrolio e il controllo di Hormuz sono la vera posta in gioco dell’accordo con l’Iran, non il programma nucleare, che sembra sempre di più solo un pretesto. Come ha fatto notare Robert Pape, scienziato politico statunitense, se il petrolio dovesse restare sopra i 90 dollari al barile anche dopo la riapertura di Hormuz, allora il principale risultato strategico della guerra USA all’Iran potrebbe essere già stato deciso. Secondo Pape, la questione non è più se le navi possano fisicamente attraversare lo Stretto, è capire invece se i mercati credano ormai che il Golfo sia diventato permanentemente pericoloso.
Se fosse così, allora l’Iran potrebbe aver scoperto qualcosa di molto più potente della chiusura totale di Hormuz: che un’instabilità controllata può rimodellare gli equilibri globali di potere anche senza il bisogno di vincere una guerra convenzionale. Dietro tutto questo, ha commentato il politologo, si cela una domanda strategica molto più semplice: “il prezzo del petrolio tornerà ai livelli precedenti alla guerra?” La risposta breve è: non è affatto detto.












