Nello scenario di chiusura prolungata, Brent a 200 dollari al barile entro la fine del 2026 e oltre 11 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti condensati bloccati.

Chiusura dello Stretto di Hormuz: i tre scenari possibili
La chiusura dello Stretto di Hormuz continua a rappresentare un fattore di rischio grave per il settore energetico. Dopo le dichiarazioni di Trump, che nel fine settimana aveva annunciato un accordo imminente con l’Iran “largamente negoziato“, sia Washington che Teheran hanno ridimensionato la possibilità che si arrivi presto alla fine del conflitto.
In base all’analisi pubblicata da Wood Mackenzie, un’interruzione prolungata del traffico nello Stretto potrebbe portare a prezzi del petrolio potenzialmente a 200 dollari al barile. Anche la Commissione Europea, nelle previsioni economiche di primavera 2026, ha evidenziato che un conflitto più lungo in Medio Oriente e una persistente crisi energetica potrebbero rallentare la crescita europea e alimentare una nuova fiammata inflazionistica.
Scenario peggiore: blocco prolungato e shock energetico globale
L’ipotesi più grave è quella di una chiusura prolungata dello Stretto con escalation militare regionale e interruzione massiccia delle esportazioni energetiche del Golfo. In base a questa ipotesi, la peggiore auspicabile, il canale rimarrebbe chiuso fino alla fine del 2026, con la possibilità che il conflitto possa riaccendersi in qualsiasi momento portando ad altre interruzioni forzate delle forniture. Wood Mackenzie stima che:
- i prezzi Brent del greggio possano arrivare a 200 dollari al barile entro la fine del 2026, nonostante la domanda in calo;
- oltre 11 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti condensati potrebbero restare bloccati, aggravando la situazione delle riserve strategiche;
- I prezzi di diesel e carburante per aerei potrebbero salire verso i 300 dollari al barile nei principali hub di raffinazione entro la fine dell’anno;
- l’economia globale potrebbe contrarsi fino allo 0,4% nel 2026, segnando la terza recessione globale di questo secolo, con conseguenze economiche profonde e durature;
- tuttavia, i Paesi importatori di petrolio e gas potrebbero intensificare gli sforzi per ridurre la dipendenza dalle importazioni accelerando in modo aggressivo l’elettrificazione.
L’impatto economico regionale sarebbe grave e disomogeneo. Il Medio Oriente potrebbe registrare una contrazione del PIL del 10,7% nel 2026, mentre il PIL dell’UE diminuirebbe dell’1,5% nel 2026 e dello 0,5% nel 2027. La crescita del PIL degli Stati Uniti scenderebbe sotto l’1% in entrambi gli anni considerati, mentre quella della Cina rallenterebbe al 3% nel 2026.
«Le prospettive di lungo periodo indicano prezzi del petrolio strutturalmente più deboli rispetto al nostro scenario base pre-conflitto se i Paesi importatori accelereranno gli sforzi per ridurre la dipendenza dal petrolio», ha dichiarato Alan Gelder, senior vice president per refining, chemicals & oil markets di Wood Mackenzie.
«Se l’elettrificazione dovesse avanzare più rapidamente e le importazioni di petrolio venissero sostituite, ciò eserciterebbe ulteriore pressione al ribasso sui prezzi, con il Brent potenzialmente inferiore di 10 dollari al barile rispetto allo scenario di pace rapida nel medio-lungo termine. Questa prospettiva dipende però sia dal ritmo della transizione energetica sia dai maggiori costi energetici per le economie importatrici di petrolio che cercano di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi».
Chiusura dello Stretto di Hormuz: ipotesi pace rapida
Nello scenario più ottimistico di “pace in tempi rapidi”, un accordo di pace accettabile viene raggiunto nel breve termine e lo Stretto riapre entro giugno. In tal caso, l’economia globale tornerebbe sostanzialmente alle condizioni precedenti alla guerra non prima del quarto trimestre del 2026.
I prezzi del greggio calerebbero bruscamente in seguito al raggiungimento di un accordo, con il Brent intorno agli 80 dollari al barile entro la fine del 2026 e fino a 65 dollari al barile nel 2027, mentre il mercato petrolifero tornerebbe in una situazione di eccesso di offerta. La crescita del PIL globale passerebbe dal 3% del 2025 al 2,3% nel 2026, con il rischio di recessione in Medio Oriente.
Scenario intermedio: accordo durante l’estate
Questo scenario presuppone che il cessate il fuoco tenga, ma che i negoziati si prolunghino fino alla fine dell’estate, con lo Stretto che resta in gran parte chiuso fino a settembre. Le carenze di forniture di petrolio e GNL persisterebbero per tutto il terzo trimestre del 2026, provocando una lieve recessione globale nella seconda metà del 2026. La crescita del PIL globale scenderebbe sotto il 2% nel 2026, causando conseguenze economiche modeste ma permanenti.
Chiusura dello Stretto di Hormuz: mercato del GNL affronta un cambiamento strutturale
Il rapporto di Wood Mackenzie evidenzia che mercato globale del GNL affronta diversi livelli di interruzione a seconda dei tre scenari. Nello scenario di interruzione prolungata delle forniture, le prospettive del mercato sono significativamente più gravi.
Secondo tale ipotesi, parte degli attuali 85 milioni di tonnellate di fornitura annuale di GNL in arrivo dal Golfo potrebbe andare persa in modo permanente. Altri 75 milioni di tonnellate di capacità annua attualmente in costruzione potrebbero subire ritardi anche di diversi anni. Di conseguenza, l’offerta globale di GNL potrebbe essere inferiore in media di 70 milioni di tonnellate all’anno rispetto alle previsioni precedenti al conflitto.
«L’incertezza persistente sulle forniture accelererebbe gli sforzi per diversificare il sistema energetico riducendo la dipendenza dal GNL importato, sostenendo la resilienza del carbone e una crescita più rapida delle rinnovabili e dell’elettrificazione in Asia ed Europa», ha dichiarato Massimo Di Odoardo, vice president gas and LNG research di Wood Mackenzie. «I prezzi del GNL resterebbero elevati fino al 2030, sostenendo gli investimenti in nuovi progetti di GNL fuori dal Golfo, ma la domanda più debole nel lungo periodo rischierebbe di compromettere le prospettive future del settore».
Anche nello scenario migliore, ossia quello di una pace immediata, la pressione sul mercato del GNL continuerebbe fino all’estate del 2027, mentre gli impianti di esportazione del Golfo cercheranno gradualmente di recuperare. I ritardi nei progetti rallenteranno l’aumento dell’offerta regionale.
Wood Mackenzie prevede che potrebbero rendersi necessarie cancellazioni di carichi di GNL statunitense per riequilibrare il mercato, con i prezzi europei del TTF all’inizio degli anni 2030 pari a quasi la metà dei livelli del 2026, intorno ai 14 dollari per milione di BTU. Successivamente, i prezzi tornerebbero a crescere fino al 2035.
Un sistema energetico globale più frammentato
Oltre agli impatti più immediati sulle forniture, Wood Mackenzie suggerisce che un conflitto prolungato potrebbe accelerare cambiamenti strutturali nei mercati energetici globali.
Anche dopo la riapertura dello Stretto, potrebbero comunque verificarsi interruzioni intermittenti che confermerebbero il rischio geopolitico associato ai flussi commerciali di petrolio e GNL. Questo causerebbe prezzi più volatili, e aumentando la pressione sulle economie dipendenti dalle importazioni affinché rafforzino la propria sicurezza energetica. Nello scenario di interruzione prolungata, i Paesi europei e asiatici intensificherebbero gli sforzi per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi spingendo più velocemente sull’elettrificazione.
«Le conseguenze di un’interruzione prolungata andrebbero ben oltre i mercati energetici», ha concluso Peter Martin. «Metterebbero contemporaneamente alla prova la resilienza del commercio globale e delle catene di approvvigionamento industriali, rafforzando l’urgenza di trovare una soluzione».
Quali sarebbero gli effetti sui prezzi energetici in Europa
I prezzi dell’energia sono stati altamente volatili dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, Una perturbazione più ampia e persistente delle forniture rispetto a quella ipotizzata non colpirebbe soltanto i mercati del petrolio e del gas, ma indebolirebbe anche la crescita e il commercio globale e aumenterebbe i premi per il rischio.
Anche secondo la Commissione UE, i mercati del gas resterebbero sotto pressione più a lungo rispetto a quelli del greggio. L’impatto sull’Europa deriverebbe soprattutto dall’aumento dei prezzi globali del GNL, per via della maggiore competizione con gli acquirenti asiatici finalizzata ad assicurarsi i carichi disponibili.
Inoltre, i fattori stagionali amplificherebbero le tensioni, come la domanda invernale più forte per riscaldamento e produzione di energia. Per questo le continue restrizioni al traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz ritarderebbero la normalizzazione dei flussi globali di GNL. Tali condizioni contribuirebbero a spingere i prezzi europei del gas verso gli 80 euro per megawattora verso la fine del 2026, prima di un graduale calo nel corso del 2027.












