L’accordo di Parigi è carta straccia senza agricoltura sostenibile

Il modo in cui produciamo il nostro cibo è ad altissima intensità di carbonio. Troppo per restare nel limite dei 2°C, anche se abbattiamo subito l’impatto delle fonti fossili

agricoltura sostenibile
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Senza agricoltura sostenibile 1.356 Gt di CO2 entro il 2100

(Rinnovabili.it) – Anche se per magia smettessimo in questo momento di usare le fonti fossili, nel giro di pochi decenni il termometro globale supererebbe la soglia dei +1,5°C. Colpa di cosa mangiamo. O meglio, di come produciamo il nostro cibo. L’agricoltura è talmente ad alta intensità di carbonio che da sola è capace di fare carta straccia dell’accordo di Parigi. Dobbiamo virare verso un modello di agricoltura sostenibile.

Lo mette in luce uno studio dell’università di Oxford appena pubblicato su Science, a prima firma Michael Clark. Clark e i suoi colleghi hanno utilizzato i dati sul consumo di cibo, la produzione e la crescita della popolazione per prevedere come le emissioni potrebbero cambiare nei prossimi decenni. E a conti fatti hanno scoperto che se non cambiamo nulla, la produzione alimentare contribuirà alle emissioni globali con l’equivalente di 1.356 gigatonnellate di CO2 entro fine secolo.

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Già questo sarebbe sufficiente per riscaldare il mondo di oltre 1,5°C entro il 2060. E probabilmente di circa 2°C entro la fine del secolo. Insomma, una quantità sufficiente per non farci raggiungere l’obiettivo, fissato dall’accordo sul clima di Parigi, di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sopra i livelli preindustriali.

“Occorre maggiore concentrazione e maggiore impegno per ridurre le emissioni dal sistema alimentare. Le emissioni di gas serra dai sistemi alimentari sono aumentate a causa di una combinazione di cambiamenti nella dieta – più cibo in generale, con una percentuale maggiore di cibo proveniente da alimenti di origine animale – dimensione della popolazione e modalità di produzione del cibo”, commenta Clark al Guardian.

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L’agricoltura sostenibile è quindi una strada obbligata. Ma è anche un ambito poco sotto i riflettori della politica, quando si tratta di metterlo in sintonia con le politiche climatiche. E dove ci sono concentrazioni di interessi capaci, non di rado, di rallentare molto o bloccare del tutto le spinte al cambiamento. Ne è una prova la recente approvazione di una versione emendata, annacquata e per certi versi addirittura dannosa della riforma della Pac, la politica agricola comune europea. O l’assalto delle lobby dell’agribusiness alla strategia UE della Farm to Fork.

Cosa occorrerebbe fare? Per gli autori dello studio non esiste né una formula magica né un modo semplice di intervenire. Serve, invece, un cambiamento un po’ su tutta la linea. Agroecologia e riduzione dei fertilizzanti, limitare la deforestazione per nuovi pascoli o superfici agricole. Ma anche un cambio di dieta nei paesi più ricchi, dove dovrebbe scendere il consumo di carne, uova e latticini.

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