Agroalimentare italiano, un ruolo strategico da preservare

Lo studio di Unicredit, Slow Food e Nomisma sul sistema agroalimentare italiano mostra in che modo gli effetti della pandemia hanno pesato su un settore strategico per l’Italia

Agroalimentare italiano
Foto di Jill Wellington da Pixabay

di Isabella Ceccarini

(Rinnovabili.it) – Nel Forum delle Economie sulla filiera Agrifood, organizzato da Unicredit, Slow Food e Nomisma è stato presentato uno studio sul settore agroalimentare italiano da cui è emersa una flessione del fatturato che desta qualche preoccupazione. «Il ruolo strategico dell’agrifood non sempre è stato messo in luce nel modo giusto. Non dobbiamo considerarlo solo dal punto di vista nazionale, ma allargare lo sguardo a una dimensione europea» ha esordito Paolo De Castro, membro della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo. Basti pensare che in Europa l’agroalimentare è il primo settore dell’industria manifatturiera per quanto riguarda la produzione, l’export, il valore aggiunto e l’occupazione. Le cifre dell’export italiano si aggirano intorno ai 50 miliardi di euro e quello europeo raggiunge complessivamente i 130 miliardi di euro, con prospettive di ulteriore crescita

Superare le difficoltà attuali sarà possibile anche grazie al piano Next Generation EU. Gli investimenti saranno fondamentali per colmare il gap che ostacola il nostro sviluppo, come l’accesso a Internet, la banda larga, il progetto degli invasi per raccogliere l’acqua e distribuirla quando serve, la manutenzione del territorio. Next Generation EU destina circa 10 miliardi di euro per la transizione ecologica in agricoltura da spendere nel 2021-22, parte dei quali proprio per gli investimenti aziendali. L’Italia potrà usufruire di 2,4 miliardi con una intensità di aiuto che arriva fino al 75% (ovvero la copertura degli investimenti sarà per il 75% pubblica e per il 25% privata, tra cui Unicredit). Tutto è inquadrato nel progetto strategico Farm to Fork per l’attuazione della transizione verso sistemi agroalimentari sostenibili , incoraggiando gli agricoltori all’adozione di pratiche  rispettose dell’ambiente.

L’analisi di Nomisma

Dalle slide di Denis Pantini, responsabile Agricoltura e industria alimentare di Nomisma, si vede che il valore aggiunto del settore agroalimentare italiano è tra i più alti in Europa, come pure per quanto riguarda la produttività, anche se non tutte le filiere hanno le stesse performance: ortofrutta, vino, salumi e lattiero-caseario sono ai vertici. L’agroalimentare ha avuto variazioni in positivo anche per quanto riguarda vendite al dettaglio ed export rispetto ai prodotti non alimentari, ma gli effetti del Covid si sono fatti sentire, seppure in misura minore. Nell’export, la pasta ha registrato addirittura un +23,4%, mentre il vino ha perso il 3,3% rispetto al 2019. Per alcune regioni l’agroalimentare integrato (cioè agricoltura e industria) ha una rilevanza tale da rappresentare il principale motore economico.

La mancanza di sbocco nel canale HoReCa pesa negativamente, anche per l’export, soprattutto per il lattiero-caseario e il vino, specie i grandi rossi DOP. Il Covid pone molte sfide, anche perché si assiste a un progressivo assottigliamento della classe media (vi apparteneva il 38% delle famiglie nel 2014, sceso al 32% nel 2019): un trend negativo che continua e andrà a segnare una diminuzione nei consumi e un impoverimento di quelli alimentari, come dimostra l’aumento delle vendite di agroalimentari nei discount (dall’11,2% nel 2013 al 14,4% nel 2019). L’e-commerce ha avuto un’impennata durante il lockdown, ma anche alla fine dell’emergenza la tendenza agli acquisti online è rimasta a livelli alti. Per quanto riguarda le preferenze di acquisto, le tendenze sono analoghe a quelle del periodo pre-Covid: gli italiani comprano prodotti nazionali, sostenibili, sono attenti alla tipicità del prodotto, prediligono cibi che non siano dannosi per la salute, continueranno a fare la spesa online.

Il Green Deal è una politica ambiziosa, anche se ancora in attesa di una regolamentazione. Per raggiungere la neutralità climatica nel 2050 bisognerà intervenire su canali diversi ma complementari che vanno dalla protezione della biodiversità al giusto reddito degli agricoltori, dal potenziamento dell’agricoltura biologica alla lotta ai cambiamenti climatici. Agricoltura e industria alimentare sono particolarmente dipendenti dalla fornitura di servizi ecosistemici (acqua pulita, suolo fertile, clima stabile), ma devono fare la loro parte per diminuire le emissioni di CO2.

Gli obiettivi della strategia Farm to Fork sono importanti (ridurre al 2030 gli agrofarmaci chimici del 50% e i fertilizzanti del 20%; aumentare le superfici coltivate a biologico fino al 25% di quelle UE; ridurre gli sprechi alimentare e gli imballaggi non ecologici/riciclabili; favorire la digitalizzazione e l’agricoltura di precisione; garantire cibo sicuro, diminuire la dipendenza estera da materie prime per mangimi; promuovere modelli alimentari sani). È evidente che la loro attuazione presuppone la messa a terra di una serie di azioni complementari che riguardano politiche commerciali, la definizione dei piani futuri della PAC in base a criteri climatici e ambientali, cooperazione internazionale, investimenti in finanza sostenibile e in infrastrutture digitali e dei trasporti.

Secondo De Castro in Italia non siamo messi così male: negli ultimi dieci anni ci siamo dimostrati molto virtuosi e l’agroalimentare italiano è tra i più sicuri al mondo (nel 2018, i campioni agroalimentari analizzati che presentavano una presenza di residui era appena dello 0,8%) e come superficie a biologico siamo già al 15%. Pantini ricorda infine le altre sfide di mercato: la Brexit, che coinvolge un importante mercato di sbocco per il nostro alimentare; le elezioni presidenziali americane, con i dazi imposti da Trump che probabilmente Biden toglierebbe; trovare nuovi mercati di sbocco per aiutare le esportazioni. 

Il pomodoro, protagonista dell’export

«Il pomodoro italiano è un protagonista dell’export agroalimentare: arriva in 60 paesi del mondo, l’Italia è il secondo produttore e trasformatore mondiale di pomodoro da industria dopo la California ed esporta circa il 60% della produzione. Una leadership a livello internazionale anche di valorizzazione del Made in Italy» fa sapere Costantino Vaia, direttore generale del Consorzio Casalasco del Pomodoro che opera nel settore produzione, trasformazione e distribuzione del pomodoro, la prima filiera del settore con tracciabilità completa dal seme al prodotto finito. Il core business del Consorzio è la passata di pomodoro, poi ci sono i sughi pronti, salse, condimenti e zuppe. Circa il 2/3 del fatturato del Consorzio è all’estero.

Il Covid ha sicuramente modificato lo scenario: negli ultimi 12 mesi è cresciuto il segmento retail. Prima si vendevano di più sughi pronti, condimenti (per la necessità di preparazioni gustose ma veloci), nel lockdown le categorie che hanno guidato i consumi sono stati farina, uova, salse rosse, affettati. Per semplificare possiamo dire che stando di più a casa si scelgono ingredienti base per un’alimentazione più semplice, economica e sostenibile. In questo contesto è più che mai fondamentale il digitale per raggiungere i clienti sparsi in tutto il mondo e condividere informazioni di filiera con i consumatori (blockchain).

La sostenibilità non è solo un claim

Per Giancarlo Licitra, fondatore e managing director di LGB «l’export è il 95% del fatturato. La sostenibilità non è più solo un claim: prima si sceglieva il fornitore più economico e non il più sostenibile, ora è vero il contrario». Anche le grandi aziende cercano partner sostenibili (anche per evitare le contestazioni dei consumatori). La tendenza attuale del mercato è richiedere la sostituzione delle proteine animali con proteine e fibre vegetali, ed è in crescita il mercato del gluten free. Il Covid ha messo in sofferenza il ceto medio, quindi cresce l’esigenza di spendere meno anche se si cerca di coniugare qualità e sostenibilità. «Sono favorevole alla circolazione delle merci, la chiusura è improbabile a meno che le lancette della storia girino al contrario, ma serve nuovo modello di globalizzazione» conclude Licitra.

Il Barolo si produce solo in 11 comuni, la DOCG aiuta a difendere qualità del prodotto. Maria Teresa Mascarello della Cantina Bartolo Mascarello, si considera una vignaiola che gestisce un’attività artigianale iniziata dal nonno: piccoli numeri e grande qualità. «Cinque ettari di terreno, tre dei quali dedicati alla produzione del Barolo e due a vini per il consumo quotidiano (si esporta il 60% della produzione). Seguiamo un’impostazione tradizionale, valorizziamo il prodotto rispettando tipicità e storia, che sono i nostri punti di forza. La nostra clientela è fidelizzata: abbiamo un rapporto diretto con la clientela (sia HoReCa che privati), relazioni che durano da una vita e passano da una generazione all’altra. Anche con il Covid i nostri punti di forza ci hanno fatto sopravvivere e ci ha gratificato che i nostri clienti siano rimasti; se è aumentato il consumo domestico, l’HoReCa ha registrato un calo drastico. La mia è una condizione privilegiata, non abbiamo aumentato la produzione, quello che facciamo viene prenotato prima, quindi non abbiamo subito grandi contraccolpi». 

Per Francesco Sottile, Slow Food Italia, il sistema di prossimità è andato in crisi e stenta a risollevarsi. Dalla PAC ai piani strategici, «servono politiche di piccola scala per un mondo che non è di minoranza: migliaia di piccole aziende che sono come tessere di un prezioso mosaico agronomico e culturale. La politica, quindi, non si focalizzi su sistemi industriali che non guardano alla biodiversità, al benessere animale e alle produzioni responsabili». Un altro perno, per Sottile, è interrompere il consumo di suolo che non va inteso solo in senso edilizio: anche un uso scriteriato dei pesticidi porta una desertificazione del terreno, è necessario cambiare il modello di produzione agricola. La relazione tra produttore e consumatore è alla base dell’impegno di Slow Food per la valorizzazione dei prodotti del territorio e delle culture che li hanno generati: una relazione che concretizza un percorso di sostenibilità. 

La resilienza delle aziende non è scontata

La sostenibilità economica delle aziende agricole e la loro resilienza non sono scontate. Davide Vernocchi, è presidente di Apo Conerpo, consorzio di cooperative con 700 milioni di fatturato e 6.000 soci che comprendono aziende che vanno dal trasformato alla commercializzazione del fresco. «Si parla tanto di cambiamento climatico, ma spesso si dimentica l’impatto sulla produzione agricola. Quest’anno c’è stata una mega gelata che ha determinato perdite stimate dalla Regione in 400 milioni di euro; la malattia fungina del pero ha causato un danno di oltre 100 milioni di euro, lo scorso anno la cimice asiatica ha causato 600 milioni di euro di danni. L’ortofrutta da più di 20 anni è impegnata sul fronte ambientale per la riduzione della chimica; eravamo arrivati pochi anni fa a produzioni a residuo zero, poi sono arrivati parassiti alieni contro i quali la difesa è molto complicata».  Per questo Farm to Fork spaventa i produttori europei, e non perché vogliano coltivare inquinando l’ambiente di lavoro. «Non siamo bravi a comunicare il valore del nostro lavoro: chi sa che 100 kg di pere assorbono 47 kg di CO2? Coltiviamo 30.000 ettari di ortofrutta che corrispondono a 400.000 tonnellate di CO2».

Il Covid ha creato un problema ulteriore, in campagna non c’è lo smart working: servono persone, braccia che spesso vengono dall’estero. In più c’è la responsabilità della messa in sicurezza delle linee di lavorazione nei magazzini. Il cambiamento delle abitudini alimentari con le mense azzerate, l’HoReCa in difficoltà e le famiglie impoverite ha creato il problema della commercializzazione di prodotti deperibili. «La cooperativa per noi è importante, è un punto di riferimento per la gestione del proprio prodotto dalla coltivazione all’arrivo sui mercati: i piccoli produttori possono esportare se stanno tutti insieme, come potrebbero arrivare a Shangai con poche cassette di frutta? Si condividono anche i rischi, si affrontano questi mercati con una solidità economica. Se non avessimo avuto la cooperazione ci saremmo trovati alla mercé di un mercato competitivo dove vince chi fa il prezzo più basso».

«Una situazione ricca di chiaroscuri, dove politica, PMI, imprese, sistema bancario devono fare sistema» ha detto in chiusura Stefano Gallo, responsabile Territorial Development & Relations di Unicredit. Unicredit e Nomisma vogliono portare avanti un progetto di checkup delle filiere. L’analisi aiuta ad acquisire consapevolezza dei punti di forza e di debolezza del settore e identifica le aree strategiche di intervento attraverso una lettura innovativa dell’agrifood per filiere e territori, il confronto con gli stakeholder, una calibratura degli interventi per filiera e territorio, la combinazione di risorse private e risorse pubbliche. «Un lavoro corale, dove condividere e ascoltare esperienze ed esigenze di chi fa agricoltura sul territorio».

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