Sull’etichettatura degli alimenti una battaglia senza fine

L’etichettatura degli alimenti è un tema tutt’altro che banale, viste le ricadute economiche per il nostro export agroalimentare. L’etichetta dovrebbe informare il consumatore e Nutriscore dovrebbe aiutarlo a capire a colpo d’occhio se sta acquistando un cibo sano. Ma la realtà appare molto diversa

etichette alimentari
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di Isabella Ceccarini

(Rinnovabili.it) – «Per me non è accettabile che, nel nostro Paese, si passi a un sistema di etichettatura dove una lattina di una bevanda zuccherata fatta in laboratorio sia ritenuta più sana dell’olio extravergine di oliva o del Parmigiano Reggiano: su questo vi garantisco che mi batterò con tutte le forze affinché il sistema Nutriscore venga abbandonato, perché costituisce un danno enorme per il nostro settore». Il mondo dell’agricoltura plaude all’impegno del ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Stefano Patuanelli nel contrastare le etichette apposte sui prodotti alimentari in alcuni paesi europei. Sia il sistema di etichettatura Nutriscore che l’etichetta a semaforo (una versione semplificata di Nutriscore) presentano al consumatore dati che sembrano fuorvianti circa la salubrità degli alimenti: «etichette allarmistiche che colpiscono i prodotti base della dieta mediterranea», le ha definite Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. Il tema dell’etichettatura è tutt’altro che banale, viste le ricadute economiche per il nostro export agroalimentare

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L’etichetta dovrebbe informare il consumatore e, nell’intenzione di Nutriscore, aiutarlo a capire a colpo d’occhio se sta acquistando un cibo sano: se l’etichetta è un trattato scientifico risulterà incomprendibile per gran parte dei consumatori. Nutriscore è stato adottato con l’obiettivo di Iimitare i problemi di salute legati all’alimentazione (tumori, malattie cardiovascolari, obesità, diabete, etc.). I 5 colori e le 5 lettere sono immediatamente comprensibili; il punteggio considera, per 100 grammi di prodotto, il contenuto di nutrienti da promuovere (fibre, proteine, frutta e verdura) o da limitare (energia, acidi grassi saturi, zuccheri, sale). La dieta mediterranea – che prevede un abbondante consumo di frutta, verdura, legumi e cereali, un consumo limitato di carne, pesce, salumi e latticini – rimane quindi la migliore, anche con le etichette Nutriscore. Il consumatore dovrebbe confrontare la qualità nutrizionale degli alimenti equiparabili ed eventualmente sostituirli tra loro: ad esempio, l’olio d’oliva ha un punteggio migliore degli altri grassi. 

Il rischio di ottenere l’effetto contrario

L’Italia aveva proposto l’etichetta a batteria che misura la quantità di ogni singolo nutriente presente nell’alimento (ad esempio, grassi, grassi saturi, zuccheri, sale, etc.) rispetto alle quantità di riferimento consentite. L’idea alla base dell’etichetta a batteria è che nessun cibo è nocivo in sé, dipende dalla quantità che si assume. Spesso le etichette assegnano il verde a cibi spazzatura con edulcoranti e additivi, ma penalizzano il Parmigiano Reggiano o il prosciutto di Parma. La questione è un’altra, ovvero ricercare l’equilibrio nutrizionale tra i diversi alimenti che compongono la dieta quotidiana. Ma nella realtà quanti sono i consumatori così attenti da comporre un puzzle dei nutrienti ogni volta che fanno la spesa?

L’etichettatura a colori è buona nelle intenzioni, ma il rischio è che la gran parte dei consumatori prenda i prodotti con i colori che danno il via libera senza farsi troppe domande, finendo così per ottenere l’effetto contrario a quello desiderato. In questo modo i prodotti Made in Italy di qualità sarebbero penalizzati, sembrando nocivi loro malgrado, mentre i veri killer della salute vanno ricercati altrove. L’aspetto positivo di questa battaglia tra etichette è che le aziende faranno il possibile perché i loro prodotti siano i primi della classe.

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Probabilmente è fuorviante il confronto tra il prosciutto e le bevande zuccherate, perché l’uno non sostituisce l’altra. Rimane il fatto che bisogna fare molta attenzione a non avere un approccio superficiale in tema di alimentazione, altrimenti si darà una mano alle multinazionali del food a scapito delle produzioni artigianali di qualità, che invece hanno bisogno di essere sostenute.

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