L’olio di palma: i pro e contro del suo consumo

Il dibattito sull’olio di palma continua a tenere banco e apre a discussioni circa la pericolosità delle sue proprietà per la salute dell’uomo e del pianeta.

olio di palma
By oneVillage InitiativeJukwa Village & Palm Oil Production, Ghana, CC BY-SA 2.0, Link

L’olio di palma fa male? È questa la domanda a cui esperti e scienziati cercano costantemente risposta attraverso studi e analisi specifiche, per ridimensionare i timori dei consumatori e non dare adito a fake news.

Prima di avventurarci nel novero dei pro e contro derivanti dall’utilizzo dell’olio di palma, vogliamo fornire una breve panoramica sull’origine del prodotto.

Cos’è l’olio di palma?

L’olio di palma è un grasso di origine vegetale che viene estratto dalle drupe (frutto che ricorda nella forma grosse bacche o olive) di diverse varietà di palme da olio. 

Sono tre le principali piante utilizzate per la sua produzione:

Elaeis guineensis (Palme da olio africane);

Elaeis oleifera (Palme da olio sud americane);

Attalea maripa (Palme maripa).

Tra queste, la più “sfrutatta” è la palma africana, che a dispetto del suo nome viene coltivata non solo in Africa, di cui è originaria ma soprattutto nelle aree di Malesia, Indonesia e nelle zone tropicali del nuovo continente. 

Il processo di ottenimento dell’olio di palma è molto semplice e segue a grandi linee quello dell’olio d’oliva, data l’affinità dei frutti a quelli della tradizione prettamente europea. Raccolte le drupe si procede alla spremitura della polpa che avvolge il seme in legno, definito endocarpo, ottenendo così, da una prima lavorazione, l’olio di palma

Dalla seconda spremitura dell’endocarpo è possibile ottenere un’ennesima produzione grassa, quella dell’olio di semi di palma, che viene comunemente chiamato olio di palmisto o palmisti

Le due tipologie di spremuto, dunque, sono entrambe commestibili e largamente utilizzate, dall’industria alimentare a quella cosmetica. 

Nella sua consistenza grezza l’olio di palma si presenza con un colorito arancione dato dalla massiccia presenza di precursori vegetali della vitamina A e prima di arrivare in tavola subisce diversi processi di raffinazione come decolorazione e deodorazione, che inibiscono le proprietà dei carotenoidi presenti al suo interno. 

Il boom della sua diffusione arriva nella seconda metà del XX secolo, in sostituzione ad alimenti come i grassi idrogenati e le trasformazioni degli olii vegetali quali le margarine, osteggiate su più fronti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Essendo considerato un valido sostituto della parte grassa necessaria alla lavorazione di molti prodotti dell’industria destinata al consumo, l’olio di palma ha conquistato una fetta di mercato sempre più consistente per diverse ragioni. Innanzitutto, la sua composizione fatta di grassi saturi ha mostrato qualità simili a quelle del burro, un’eccezione tra i prodotti derivati vegetali. Inoltre, il suo costo nettamente inferiore, il suo gusto insapore che non altera la gradevolezza del cibo e la sua maggiore conservabilità rispetto al burro, ne hanno decretato il successo presso la grande industria alimentare. Osservato a temperatura ambiente, nella sua forma grezza, ha una consistenza simile allo strutto e dona ai preparati una certa struttura. 

È per questi motivi che l’olio di palma è andato via via sostituendosi nella composizione alimentare e cosmetica, pur non essendo un prodotto della tradizione nostrana. 

L’olio di palma fa male alla salute?

È questo il quesito più frequente al quale le agende mediatiche sottopongono il pubblico dei consumatori. Ecco un po’ di chiarimenti che aiuteranno il lettore ad orientarsi nel mondo dei pro e contro dell’olio di palma. 

Nella sua composizione si evidenziano alte percentuali di acido palmitico, principale veicolo degli effetti dannosi ad esso attribuiti come ipercolesterolemia e rischio cardiovascolare.

A fare da contraltare però va evidenziato che, nell’olio di palma si segnalano discrete percentuali di acido monoinsaturo oleico, riscontrato negli oli più “salutari” come quello di oliva. Se consumato in forma non raffinata, inoltre, mostra elevate dosi di beta carotenoidi e elementi riconducibili alla vitamina E che svolgono importante funzione antiossidante. 

Alla luce delle evidenze scientifiche, i rischi per la salute legati all’olio di palma, in realtà, vanno decisamente ridimensionati, in base a ciò che studiosi e scienziati affermano. Come in ogni regime alimentare che si rispetti, a rovinare gli equilibri sono sempre gli eccessi. E il discorso non fa eccezione per l’olio di palma. Quanto fa male? Trattandosi di grassi saturi, l’olio di palma fa male esattamente come tutti gli altri grassi della stessa tipologia, se consumato in quantità eccessiva.

Limitarne il suo consumo dunque non può che aiutare il nostro organismo e le nostre arterie ad evitare un sovraccarico e un aumento di colesterolo cattivo ma lo stesso vale anche per il consumo di burro e di tutti gli ingredienti contenenti alte quantità di grassi. È l’eccesso che va demonizzato e non la fonte da cui proviene il rischio: per questo gli esperti della nutrizione sostengono che una soglia accettabile del consumo giornaliero di grassi saturi non dovrebbe eccedere del 10% sulle calorie del fabbisogno quotidiano.

Olio di palma: cancerogeno per l’organismo?

Tra le patologie legate al consumo di questa sostanza si legge spesso, erroneamente, di come l’olio di palma sia cancerogeno. Il termine spaventa, soprattutto se si pensa che esso è presente nella stragrande maggioranza di alimenti che consumiamo tutti i giorni e potrebbe costituire un pericolo di facile accesso per la salute. Sfatiamo qualche mito: non esistono evidenze scientifiche della cancerogenicità dell’olio di palma.

Gli esami fino ad oggi effettuati non mostrano una correlazione tra l’insorgenza di alcuni tumori ed il consumo di olio di palma. Il discorso sul rischio riguarda non solo l’olio di palma, ma tutti quei prodotti vegetali contenti un gran quantità di grassi saturi che a temperature elevate, intorno ai 200° centigradi, sviluppano sostanze genotossiche, in grado di modificare il patrimonio genetico delle cellule. L’EFSA, European Food Safety Authority non ha mai chiesto il bando dell’olio di palma proprio perché risulta quasi impossibile che con un’alimentazione bilanciata e sana, si raggiunga un quantitativo di queste sostanze tale per l’organismo da comprometterne la salute. Inoltre, in base alle evidenze dello studio pubblicato nel 2016 dalle autorità competenti della stessa EFSA, i processi industriali atti alla produzione dell’olio di palma si sono modificati drasticamente riducendo l’insorgenza di tali sostanze tossiche.

Al giorno d’oggi, per offrire al consumatore opportunità di scelta, in commercio si trovano numerosissime varianti di prodotti senza olio di palma, il cui consumo non va comunque preso alla leggera.

Olio di palma e sostenibilità

Se i rischi per la salute, dopo essere stati indagati e esplicitati dalle autorità competenti sembrano non comprometterne il consumo, lo stesso discorso non può essere replicato in relazione al tema della sostenibilità ambientale. 

Il largo consumo di olio proveniente dalla palma, richiesto dalle industrie alimentari, zootecniche, cosmetiche ecc., ha portato all’intensificazione di tale coltura, lasciando così emergere anche gli aspetti più negativi sull’ambiente. La conseguenza più dannosa per il pianeta è senza dubbio la deforestazione delle aree verdi naturali per lasciare spazio alle piantagioni di palme.

Se da un lato la pianta di palma è estremamente produttiva e, per questo, scelta a scapito di altre colture che inciderebbero maggiormente sull’uso di acqua, fertilizzanti e pesticidi, dall’altro esaurisce completamente il terreno e le sue proprietà nutritive, rendendo necessari interventi di recupero il cui equilibrio costi/benefici si rivela non sostenibile per i produttori. Il ciclo di vita di un terreno adibito a coltura di palme da olio si protrae per un massimo di 25 anni dopo i quali, l’area rimane  abbandonata e inaridita. Procedere al disboscamento e alla deforestazione incide in maniera negativa e pericolosa sulla biodiversità delle aree interessate e sull’assetto idrogeologico generando fenomeni dannosi, come ad esempio, l’aumento spropositato dei gas serra o la distruzione degli habitat naturali di alcune specie animali che rischiano l’estinzione.  

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Esistono allora strade percorribili per rendere la coltura dell’olio di palma sostenibile

Anche se in netto ritardo, uno dei pochi passi avanti in merito è stato compiuto dalla nascita di organi preposti alla certificazione di una produzione rispettosa dell’ambiente. Il Roundtable in Sustainable Palm Oil, è lo strumento che, seppur ancora giovane, veglia sulla produzione secondo modalità etiche dell’olio di palma e combatte i fenomeni che per lungo tempo si sono protratti a discapito di una produzione etica: espropriazione indebita delle terre votate a monocoltura nei confronti dei contadini, deportazione, sfruttamento e mancanza di adeguate condizioni lavorative sull’ambiente di lavoro. Tutte derive negative, ricordiamolo, attribuibili alla volontà dell’uomo dietro l’industria e non al prodotto in questione.

La soluzione alla sostituzione delle colture a palme e in generale di tutte le coltivazioni che insistono in maniera consistente sull’equilibrio naturale delle terre è una strada che appare percorribile oggi in laboratorio. Per il caso specifico, gli studi portano nella direzione di alcune tipologie di alghe marine, che si mostrerebbero in grado di produrre sostanze simili a quelle dell’olio di palma.

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