Semi autoctoni, usarli in Kenia è un reato

In Kenia una legge vieta agli agricoltori di condividere, scambiare o vendere semi non certificati e non registrati. La legge, di fatto, spiana la strada alle grandi multinazionali delle sementi e stronca l’agricoltura indigena che si basa sui semi autoctoni per conservare la biodiversità

Semi autoctoni
via depositphotos.com

(Rinnovabili.it) – L’uso dei semi autoctoni è importante per la conservazione della biodiversità. Per i piccoli agricoltori, costituiscono un patrimonio che consente loro di coltivare la terra soprattutto perché non hanno i mezzi per comprarne altri. Proprio per questo la maggior parte di essi conserva una parte dei semi per la stagione successiva.

Una legge che spiana la strada alle multinazionali

In Kenia, ad esempio, l’80% dei piccoli agricoltori che con il loro lavoro nutrono la popolazione locale usano i semi autoctoni, e hanno l’abitudine di condividerli e scambiarli con le altre popolazioni indigene.

In Kenia, tuttavia, una legge vieta agli agricoltori di condividere, scambiare o vendere semi non certificati e non registrati.

Le sanzioni sono molto severe. La legge punisce i trasgressori con la detenzione fino a un massimo di due anni e una multa di un milione di KES (circa 8mila euro, una somma folle per i piccoli agricoltori).

La maggioranza degli agricoltori non è a conoscenza di una legge che, di fatto, spiana la strada alle grandi multinazionali delle sementi e stronca l’agricoltura indigena, in particolare quella degli agricoltori più poveri.

La costituzione del 2010 aveva invece riconosciuto la necessità di preservare i semi autoctoni. Nei fatti è avvenuto esattamente il contrario, determinando un controllo delle colture locali nonché la perdita della biodiversità e delle tradizioni alimentari.

Resistenza a parassiti e malattie

Impedire l’uso dei semi autoctoni è vissuto dai piccoli agricoltori come un “furto” di risorse biologiche che porterà a diminuire la produzione agricola e quindi all’insicurezza alimentare.

Tanti sono i motivi che determinano la preferenza dei piccoli agricoltori per i semi autoctoni. Prima di tutto l’attaccamento a tradizioni familiari tramandate per generazioni; l’acquisto dei semi certificati è troppo costoso e il loro uso si accompagna spesso all’impiego di pesticidi e fertilizzanti chimici ritenuti nocivi per la salute; i semi autoctoni sono più resistenti a parassiti e malattie e permettono le semine anche se non si hanno i soldi.

Greenpeace Africa e Seed Savers Network appoggiano le rivendicazioni degli agricoltori. Chiedono di modificare la legge per consentire il libero utilizzo, la vendita, lo scambio e la condivisione dei semi autoctoni in Kenia. Inoltre, chiedono che ne sia riconosciuto il valore per il mantenimento della biodiversità.

I semi autoctoni appartengono al patrimonio culturale locale

Seed Savers Network sottolinea infatti che «i semi autoctoni fanno parte del patrimonio culturale locale e sono un elemento cruciale dell’agricoltura. I piccoli agricoltori hanno migliorato nel corso degli anni varie colture attraverso la selezione, il risparmio di sementi e la condivisione. Il governo dovrebbe sostenere il loro ruolo di custodi dei semi ed emanare leggi che li proteggano, non che li puniscano come fuorilegge».

Per Seed Savers Network punire lo scambio e la condivisione delle sementi priverà gli agricoltori dei loro mezzi di sostentamento. inoltre, «ridurrà la diversità genetica delle piante che influenzano la resilienza delle nostre comunità agricole in un momento in cui stiamo vivendo gli impatti della crisi climatica. Questo aggraverà ulteriormente l’insicurezza alimentare e nutrizionale del Paese».

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