Stop pesticidi 2020, Legambiente mette in guardia

Il rapporto Stop pesticidi 2020 di Legambiente lancia l’allarme: troppe sostanze contaminanti nei nostri piatti

Stop pesticidi 202
Foto di Erich Westendarp da Pixabay

di Isabella Ceccarini

Chi pensa che mangiare più frutta e verdura equivalga a mangiare sano si sbaglia. Legambiente ha elaborato lo studio Stop pesticidi 2020 da cui emerge la realtà di alimenti fortemente contaminati da fungicidi ed erbicidi accomunati dalla tossicità, nonostante la crescente richiesta di alimenti sani da parte dei consumatori.

Dal rapporto Stop pesticidi 2020 solo il 52% dei campioni analizzati risulta regolare è privo di residui di pesticidi. I campioni fuorilegge non superano l’1,2% del totale e il 46,8% di campioni regolari presenta uno o più residui di pesticidi. Anche i fitosanitari sono presenti in dosi massicce su frutta e verdura: il multiresiduo (presente nel 27,6% del totale dei campioni analizzati) è più frequente del monoresiduo (presente nel 17,3% dei campioni). Il multiresiduo, come si può facilmente intuire, è particolarmente nocivo: infatti l’interazione di diversi principi attivi può provocare effetti tossici sull’organismo umano. Vale la pensa ricordare che secondo la legislazione europea il multiresiduo è considerato non conforme solo se ogni singolo livello di residuo supera il limite massimo consentito.

Leggi anche Nanoparticelle di silice al posto dei pesticidi, si studia l’eco-alternativa

La frutta è l’alimento in assoluto più contaminato: l’89,2% dell’uva da tavola, l’85,9% delle pere, e l’83,5% delle pesche sono campioni regolari che presentano almeno un residuo. Le mele hanno il 75,9% di campioni regolari con residui e registrano l’1,8% di campioni irregolari. In alcuni campioni di pere analizzati sono stati trovati fino a 11 residui contemporaneamente.

La situazione della verdura è lievemente migliore: il 64,1% dei campioni analizzati non presenta alcun residuo. Tuttavia ci sono alcune verdure che hanno alte percentuali di irregolarità: nei peperoni il tasso di irregolarità è dell’8,1%, gli ortaggi da fusto raggiungono il 6,3% e i legumi superano il 4%. Complessivamente, è stato rilevato il superamento dei limiti massimi di residuo consentiti per i pesticidi (54,4%) e in alcuni casi sono state utilizzate sostanze non consentite per la coltura (17,6%); come se non bastasse, nel 19,1% dei casi le due situazioni sono entrambe presenti. Nei campioni analizzati sono state rinvenute più di 165 sostanze attive. L’uva da tavola e i pomodori sono i più contaminati: contengono rispettivamente 51 e 65 miscele differenti.

Attenzione ai prodotti esteri

Particolare attenzione va posta agli alimenti importati dall’estero. Le bacche di goji, considerate salutari e di gran moda, hanno 10 residui mentre il tè verde ne ha 7. Provengono entrambi dalla Cina, Paese campione di irregolarità con il 38% dei casi, seguita dalla Turchia (23%) e dall’Argentina (15%).

Buone notizie dall’agricoltura biologica: su 359 campioni analizzati 353 risultano regolari e senza residui. Questo risultato positivo è dovuto anche alla rotazione delle colture e a pratiche agronomiche preventive che contribuiscono a contrastare lo sviluppo di malattie e a potenziare la lotta biologica tramite insetti utili.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, insiste sulla necessità di una revisione della Politica Agricola Comune «che superi la logica dei finanziamenti a pioggia e per ettaro per trasformarsi in sostegno all’agroecologia e a chi pratica agricoltura sostenibile e biologica. Le risorse europee, comprese quelle del piano nazionale di ripresa e resilienza, vanno indirizzate all’agroecologia per promuovere la sostenibilità nell’agricoltura integrata e in quella biologica con l’obiettivo di giungere in Italia al 40 % di superficie coltivata a biologico entro il 2030». Richieste in linea con il Green Deal e le strategie europee Farm to Fork e Biodiversità che vogliono ridurre entro il 2030 del 50% l’impiego di pesticidi, del 20% di fertilizzanti, del 50% di antibiotici per gli allevamenti, e destinare una percentuale minima del 10% di superficie agricola ad habitat naturali.

Legambiente insiste anche sull’etica del cibo e della legalità: alimenti sani devono prevedere procedure di lavorazione che non mettano a rischio la salute degli agricoltori e che non li sfruttino con il caporalato. Serve quindi un’attenta politica di prevenzione e di controllo e l’approvazione della normativa contro le aste al doppio ribasso di prodotti agroalimentari effettuata dalla grande distribuzione.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui