“Accelerazione blu”: aumentano le attività di sfruttamento degli oceani

Dagli impianti di produzione energetica offshore, al trasporto marittimo; dall’estrazione mineraria, alla desalinizzazione dell’acqua di mare; dall’esplorazione dei fondali, alla posa di cavi sottomarini. La corsa all’oceano è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 30, aprendo alla possibilità di conflitti e disastri ecologici.

Sfruttamento degli oceani
Credits: Free-Photos da Pixabay

Un gruppo di ricerca di Stoccolma analizza le attività di sfruttamento degli oceani mostrando l’alta probabilità di conseguenze imprevedibili.

 

(Rinnovabili.it) – La cosiddetta corsa agli oceani si è molto intensificata e variegata negli ultimi 30 anni, al punto da essere stata definita da analisti e studiosi con l’espressione “accelerazione blu”. Si tratta, in sintesi, dei vari usi che l’umanità fa degli oceani: dagli impianti di produzione energetica offshore, al trasporto marittimo; dall’estrazione mineraria, alla desalinizzazione dell’acqua di mare; dall’esplorazione dei fondali, alla posa di cavi sottomarini. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Stoccolma ha studiato le traiettorie dell’espansione antropica e dello sfruttamento degli oceani, mostrando come queste ultime possano avere conseguenze imprevedibili, inclusi conflitti militari e collassi economici ed ecologici.

 

Pubblicata su One Earth, la ricerca mostra come una moltitudine di gruppi di interesse rivendichi le risorse dell’oceano. Mentre alcuni di essi possono lavorare fianco a fianco (anche in modo cooperativo e sinergico), altri sono destinati ad entrare in conflitto. Per tale ragione, Jean-Baptiste Jouffray, ricercatore del Centro studi sulla resilienza dell’Università di Stoccolma, ha esaminato insieme al suo team 18 diverse attività di sfruttamento degli oceani, scoprendo non solo che molte di esse sono cresciute in modo esponenziale negli ultimi anni, ma anche che altrettante sono fortemente incompatibili tra loro.

 

Ad esempio, la crescente domanda di acqua fresca potabile ha portato alla realizzazione di 16.000 impianti di desalinizzazione in tutto il mondo, che trasformano 65 milioni m3 di acqua di mare al giorno. Tuttavia, questi impianti spesso uccidono la piccola vita marina e, in più, scaricano acqua calda e molto salata che può interferire con gli ecosistemi costieri. Al contempo, il team di ricerca ha contato oltre 1,3 milioni di km di cavi sottomarini per telecomunicazioni e più di 100.000 km di condotte che trasportano gas, petrolio o acqua. Cavi e condotte sono di per sé innocui, a meno che queste ultime non abbiano delle perdite. Tuttavia, entrambi rischiano di essere incompatibili con altre attività sul fondo del mare, come ad esempio il dragaggio della sabbia.

 

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Oltre a questo, bisogna anche tenere conto della domanda di pesce, in forte aumento in tutto il mondo a tal punto da prevedere che si raggiungeranno le 154 milioni di tonnellate entro il 2030. Inoltre, milioni di organismi marini vengono utilizzati ogni anno per decorazioni domestiche, gioielli e acquari, ma anche per medicinali, cosmetici e altri prodotti chimici. Tutte queste attività competono, però, con le 9.000 piattaforme petrolifere e di gas offshore presenti a livello globale, così come con l’esplorazione dei fondali marini e l’estrazione di minerali metallici: oltre 1,4 milioni di km2 di acque internazionali sono stati ripartiti in contratti di esplorazione, con aziende cinesi che detengono più crediti minerari in acque internazionali rispetto a qualsiasi altra nazione.

 

E ancora, navigando sulla superficie dell’oceano si possono trovare 94.000 navi mercantili e 26 milioni di passeggeri annuali nelle navi da crociera. Nel futuro, non è improbabile prevedere che ci si possa spostare all’interno di enormi progetti di geoingegneria marina progettati per assorbire CO2 nelle camere sottomarine, nel tentativo di affrontare i cambiamenti climatici.

 

Tuttavia, come dichiara Jouffray a china dialogue, “l’oceano può essere vasto ma non è illimitato, e oltre all’esaurimento delle risorse, penso che ci sarà un rischio emergente: non sappiamo ancora come queste attività interagiscano tra loro perché sono tutte abbastanza recenti”. Per fare un esempio, le attività di sfruttamento degli oceani nel Mar Cinese Meridionale illustrano in modo paradigmatico la complessità della cosiddetta accelerazione blu. Adagiati sul bordo dell’Oceano Pacifico, i 3,5 milioni km2 del Mar Cinese meridionale sono delimitati da sei paesi che se ne contendono proprietà e diritti. Questo mare ospita oltre la metà dei pescherecci del mondo, è un nodo importante nella rete di cavi per telecomunicazioni e vede transitare merci per un valore di 3,4 mila miliardi di dollari.

 

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La Norvegia è un altro esempio, secondo il team di ricerca. Confinante con il Mare del Nord, il governo norvegese punta ad aumentare di cinque volte la produzione di salmone entro il 2050, sebbene l’industria dell’acquacoltura sia già priva di spazio di produzione e il settore della pesca sia preoccupato per l’inquinamento da essa causato. Nel frattempo, l’industria norvegese del turismo crocieristico si sta preparando a vedere quintuplicato il numero di visitatori entro il 2030, la produzione di petrolio e gas è in crescita e nel settembre 2019 sono stati trovati enormi depositi sottomarini ricchi di metalli e minerali.

 

Porter Hoagland, uno specialista di politica marittima presso la Woods Hole Oceanographic Institution del Massachusetts, ha affermato che la saturazione degli oceani dovuta all’accelerazione blu è molto più un problema attorno alle coste che in alto mare. Alcune regioni usano la pianificazione dello spazio marittimo per conciliare le attività di sfruttamento degli oceani, in particolare nel Mare del Nord europeo, ma anche negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Nuova Zelanda. Ma, se i paesi hanno il diritto di gestire le risorse entro le 200 miglia nautiche delle loro coste, al di là di questo limite si trovano le aree al di fuori delle singole giurisdizioni nazionali.

 

Di recente, si è cercato di creare un accordo globale giuridicamente vincolante sulla conservazione della biodiversità marina in alto mare, e a marzo i governi si incontreranno a New York per cercare di ratificare un trattato delle Nazioni Unite per garantire la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina delle aree in acque internazionali. Ma questo trattato non è autorizzato a minare l’Autorità internazionale dei fondali marini (ISA), che stabilisce le regole per lo sfruttamento delle risorse sul fondo del mare. A sua volta, però, l’ISA si incontrerà a Kingston, in Giamaica, questa settimana per continuare i colloqui su un codice che regolerebbe le eventuali operazioni di estrazione.

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