I ghiacciai si sciolgono e i mari si scaldano, l’Italia sotto i colpi dei cambiamenti climatici

Il primo rapporto del Sistema nazionale protezione ambiente che monitora l’impatto sul nostro Paese. Incrementi “continui e irreversibili” dell’aumento del livello del mare, “particolare attenzione per Venezia”. Presi in considerazione 20 indicatori e 30 casi pilota. Sotto osservazione risorse idriche, patrimonio culturale, agricoltura e produzione alimentare, energia, pesca, salute, foreste, ecosistemi marini e terrestri, suolo e territorio, ambiente alpino e appennini e zone costiere. “Per l’Italia fattori di criticità sia per le risorse naturali che per i settori socio-economici”

cambiamenti climatici in Italia
Foto di Ingeborg Gärtner-Grein da Pixabay

di Tommaso Tetro

I primi segni visibili dei cambiamenti climatici in Italia

(Rinnovabili.it) – I ghiacciai si sciolgono ogni anno di più; i mari si riscaldano mostrando evidenti aumenti di temperatura soprattutto nel mar Ligure, Adriatico e Jonio settentrionale. Questo quanto emerge dal primo studio sul monitoraggio degli impatti dei cambiamenti climatici in Italia, presentato dal Sistema nazionale protezione ambiente (Snpa).

Nello studio si parla di incrementi “continui e irreversibili” dell’aumento del livello del mare sono “fonte di preoccupazione” per le conseguenze sulle coste: “particolare attenzione riguarda il caso di Venezia”. Qui è in atto un combinato disposto di aumento del livello del mare e abbassamento del terreno: il tasso di crescita medio è di 2,53 millimetri all’anno nel lungo periodo (1872-2019) ma il valore raddoppia e passa a 5,34 millimetri all’anno prendendo in esame l’ultimo periodo (1993-2019).

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Il rapporto sugli impatti dei cambiamenti climatici in italia prende in considerazione 20 indicatori e 30 casi pilota,scelti da un gruppo di lavoro coadiuvato da esperti provenienti non solo dalle Agenzie per la protezione dell’ambiente o dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ma anche da altri istituti e enti di ricerca. E tiene sotto osservazione risorse idriche, patrimonio culturale, agricoltura e produzione alimentare, energia, pesca, salute, foreste, ecosistemi marini e terrestri, suolo e territorio, ambiente alpino e appennini e zone costiere.

Secondo lo studio si delineano “per l’Italia fattori di criticità sia per le risorse naturali che per i settori socio-economici” che subiscono gli effetti dei cambiamenti climatici. “Nella maggior parte dei casi – continua il rapporto – le tendenze rilevate appaiono già coerenti con quanto atteso in un contesto di cambiamento climatico” ma sarà necessaria una “continua osservazione”.

“L’ambiente alpino presenta evidenti tendenze alla deglaciazione – prosegue lo studio – a causa dell’effetto combinato delle elevate temperature estive e della riduzione delle precipitazioni invernali, si registra una perdita costante di massa (caso pilota su Valle d’Aosta e Lombardia), con una media annua pari a oltre un metro di acqua equivalente dal 1995 al 2019: si va da un minimo di 19 metri di acqua equivalente per il ghiacciaio del Basòdino fra Piemonte e Svizzera al massimo di quasi 41 metri per il ghiacciaio di Caresèr, in Trentino Alto Adige”. A questi fenomeni si aggiunge “una chiara tendenza al degrado del permafrost. L’analisi di due siti pilota regionali (Valle d’Aosta e Piemonte) evidenzia un riscaldamento medio di più 0,15 gradi centigradi ogni 10 anni con un’elevata probabilità di ‘degradazione completa’ entro il 2040 nel sito piemontese”.

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Per il mare “la situazione mostra segnali inequivocabili: all’aumento della temperatura del mare corrisponde già una significativa variazione della distribuzione delle specie, con un aumento della pesca nei mari italiani di quelle che prediligono temperature elevate (acciuga, sardinella, triglia, mazzancolle e gambero rosa), che si stanno diffondendo sempre più a nord nei mari italiani. Penalizzate le specie di grandi dimensioni, talvolta di grande interesse commerciale, come il merluzzo, il cantaro, il branzino, lo sgombro e la palamita”.

Il fenomeno – viene spiegato – è fotografato dall’indicatore ‘temperatura media della catture‘ cresciuta di oltre un grado negli ultimi 30 anni; un fenomeno più marcato nei mari del sud, nel Tirreno e mar Ligure rispetto all’Adriatico. Mentre “stress idrico per le colture (mais, erba medica e vite) e le specie vegetali (ambienti naturali tipici del Friuli) si riscontrano nei casi pilota di Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia, dove la carenza può comportare sul lungo periodo possibili conseguenze sul ciclo di crescita e riproduttivo, e una consistente perdita produttiva con evidenti ricadute economiche”.

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